di Giulio Ambrosetti

Se il presidente americano non manderà a quel paese gli ‘europeisti’ e si raggiungerà l’intesa, Germania, Irlanda e Italia proveranno a scaricare sul bilancio Ue, magari sulle spalle degli agricoltori europei, la drastica riduzione del surplus Ue verso gli USA?
Occhi puntati, oggi, sulla Scozia dove il presidente USA, Donald Trump, incontrerà i vertici dell’Unione europea, con il testa la presidente Ursula von der Leyen per siglare, così si dice, il sospirato accordo commerciale dopo trattative che vanno avanti da oltre tre mesi. La televisione racconta che l’accordo sarebbe stato raggiuto con i dazi al 15%. In realtà, la vicenda è più complessa. L’Unione europea ha chiuso il 2024 con un surplus commerciale di quasi 200 miliardi di euro a spese degli Stati Uniti d’America. Trump deve ridurre drasticamente questo surplus. Il presidente statunitense, per raggiungere tale obiettivo, ha davanti due vie: o ridurre le esportazioni europee, anche con dazi doganali ‘pesanti’, che potrebbero andare ben al di là del 30% ipotizzato nelle scorse settimane; o convincendo gli europei ad importante beni americani. Cosa? In primo luogo petrolio e gas liquido. C’è anche una terza opzione che va vista insieme a petrolio e gas: i possibili investimenti dei Paesi europei in America per creare lì nuova occupazione. Insomma, di diritto o di rovescio in questo primo anno l’accordo con gli USA non dovrebbe costare all’Unione europea non meno di 100 miliardi di euro. (Sopra, foto tratta da Wikipedia)
Come al solito, la von der Leyen sta cercando di difendere gli interessi della Germania: ma farà buchi nell’acqua
La von der Leyen, ufficialmente, tratterà per conto dei Paesi Ue; in realtà, sta cercando di difendere gli interessi della Germania. La presidente della Commissione europea proverà, in primo luogo, di vendere auto tedesche in America: e farà un buco nell’acqua, perché Trump vuole a tutti i costi rilanciare l’industria automobilistica nel proprio Paese. Poi cercherà di far ridurre a Trump i dazi sull’acciaio: in questo caso potrebbe ottenere qualcosa, ma solo se, in cambio, i Paesi europei investiranno negli USA. La presidente chiederà spazio anche per i prodotti farmaceutici europei, che interessano principalmente Irlanda, Italia e Germania. Anche in questo caso, tutto dipenderà dal gioco dei bilanciamenti. Il dato certo è che gli USA dovranno ridurre di almeno il 50% il surplus commerciale Ue.
Guarda un po’ che combinazione: i tagli annunciati alla PAC, la Politica Agricola Comune dell’Ue, coincidono, grosso modo, con la cifra che l’Europa dovrà pagare per ridurre drasticamente il surplus commerciale verso gli USA. Quando il destino è pazzo…
Siamo arrivati al punto centrale di questa vicenda. Come scriviamo spesso, i tre Paesi europei che incassano l’85% del surplus commerciale con l’America sono Germania (circa 80 miliardi di euro nel 2024), Irlanda (circa 50 miliardi di euro nel 2024) e Italia (circa 45 miliardi di euro nel 2024). Quello che si dovrà capire, nel caso in cui si raggiungerà un’intesa tra USA e Ue su commercio e dazi si condensa in una domanda: chi è che pagherà nell’Unione europea? A rigor di logica economica, il 80%-85% della riduzione del surplus dell’Unione europea verso gli Stati Uniti dovrebbe essere pagato da Germania, Irlanda e Italia. Se non sarà così nell’Ue dovrebbe scoppiare un ‘bordello’, perché gli altri 24 Paesi Ue si rifiuteranno di pagare i costi dell’accordo per tutelare le economie di Germania, Irlanda e Italia. Con molta pobabilità, Germania, Irlanda e Italia proveranno a scaricare sul Bilancio Ue i costi della riduzione di questo surplus. E’ probabile che il taglio del 20% o 30% dei fondi PAC non servirà per gli armamenti, ma per pagare la riduzione del surplus commerciale con gli USA provocato da Germania, Irlanda e Italia. Del resto, fottere’ gli agricoltori è uno sport molto diffuso… Guarda caso, le cifre del taglio del surplus e del taglio dei fondi agli agricoltori europei, tutto sommato, coincidono… Tutto questo, naturalmente, partendo dal presupposto che l’accordo si raggiunga, perché noi non escludiamo che Trump, stanco dei ‘giochetti’ della Germania, mandi a quel paese l’Unione europea appioppando agli ‘europeisti’ dazi del 50% e forse anche di più.
Il viaggio in Cina della von der Leyen e compagnia bella è stato un sonoro fallimento
Va detto che l’incontro tra Trump e la von der Leyen arriva dopo il viaggio dgli ‘europeisti’ in Cina. Questi ultimi non l’ammetteranno mai ma la realtà è quella che è: il viaggio nel ‘Regno di mezzo’ dei massimi rappresentanti dell’Unione europea è stato un flop. Al cospetto di Xi Jinping si sono presentati il presidente del Consiglio europeo, António Costa, e la solita presidente della Commissione europea, von der Leyen. Un incontro inutile, sia sotto il profilo geopolitico, sia sotto il profilo economico. Non era difficile intuire che la Cina, Paese alleato di ferro della Russia, non avrebbe fatto alcuna concessione all’Europa sulla guerra in Ucraina. Del resto, nei giorni scorsi, il Governo cinese ha fatto capire a chiare lettere che la Russia non può perdere la guerra in Ucraina: punto. E infatti il Paese di Putin sta vincendo su tutta la linea. Restavano i temi economici: ma anche in questo caso l’Unione europea non ha ottenuto nulla e non poteva ottenere nulla. Cina e Ue sono due realtà che hanno impostato le proprie economie valorizzando le esportazioni negli Stati Uniti d’America. La Cina l’ha fatto garantendosi sì un surplus commerciale che nel 2024 ha sfiorato i mille miliardi di dollari, ma ha tenuto come ‘paracadute’ le terre rare. E sono state proprio queste ultime, necessarie agli Stati Uniti, a consentire il raggiugimento di un accordo tra i due Paesi che domani sarà oggetto di un ulteriore approfondimento. Per ora l’America di Trump ha allentato i dazi e, in cambio, importa dalla Cina terre rare. I dazi statunitensi verso la Cina sono nel complesso del 55%, mentre la Cina ha piazzato dazi del 10% sulle merci americane. L’accordo consente agli USA di ridurre il surplus commerciale della Cina, mentre il Paese di Xi Jinping mantiene una quota dell’export in America.








