di Angelo Giorgianni

Non si possono usare due pesi e due misure
L’Unione Europea ha gridato allo scandalo per il visto negato dagli Stati Uniti a Thierry Breton (foto sopra, tratta da Wikipedia). Un atto definito “inaccettabile”, una violazione dei principi democratici e della libertà di opinione. I vertici di Bruxelles hanno ribadito, con toni solenni, che la libertà di espressione è uno dei valori fondanti dell’UE. Eppure, qualcosa non torna. Quella americana non sembra una censura personale, ma un segnale politico chiaro: una critica diretta alla linea europea, a un modo di esercitare il potere che spesso entra in conflitto con i principi che l’Unione proclama di difendere. Non è solo Breton a essere messo in discussione: è una certa politica europea.
Breton e il sistema
Thierry Breton non è un intellettuale indipendente né una voce fuori dal coro. È stato uno dei volti più riconoscibili dell’apparato di Bruxelles, uno degli uomini che hanno contribuito a costruire l’attuale sistema europeo di controllo dell’informazione, regolazione del discorso pubblico e gestione politica delle opinioni. Difenderlo non significa difendere la libertà di espressione: significa difendere il sistema che egli rappresenta. E l’ipocrisia emerge subito. Bruxelles si indigna per Breton, mentre applica misure identiche – e spesso più severe – contro chi non appartiene al perimetro del potere. Jacques Baud, ex colonnello svizzero e analista militare, è un esempio lampante: nessun reato, nessuna condanna, nessuna sentenza. Solo opinioni considerate scomode, punite con divieti di viaggio, isolamento economico e sanzioni personali. La stessa misura che, nel caso Breton, diventa scandalo internazionale, nel caso Baud viene considerata legittima, doverosa. Il messaggio è chiaro: in Europa la libertà di opinione non è universale. È una concessione. Le opinioni allineate sono libertà; quelle divergenti diventano disinformazione, minaccia, pericolo.
La caduta dei principi fondativi
Ma la libertà di espressione è solo il primo principio a cadere.
• Lo Stato di diritto, che presuppone giudici, processi e prove, viene sostituito da decisioni amministrative punitive basate su valutazioni politiche.
• L’uguaglianza davanti alla legge scompare: chi appartiene al sistema gode di protezione, chi dissente rischia punizioni.
• La proporzionalità svanisce: le parole vengono trattate come crimini, dimostrando che il potere teme il dissenso più dei fatti.
• La certezza del diritto è dissolta: nessuno sa quali opinioni domani possano essere sanzionate, generando autocensura.
La frattura più profonda riguarda però la struttura stessa dell’Unione. Il principio dell’unanimità, fondamento del patto tra Stati sovrani, viene progressivamente svuotato. Il dibattito sugli asset russi congelati è un esempio: decisioni di enorme portata economica e geopolitica vengono portate avanti nonostante l’opposizione di singoli Stati, tramite pressioni politiche e forzature procedurali.
Proprietà privata sotto pressione
La questione degli asset non riguarda solo l’unanimità: mette in discussione il principio stesso della tutela della proprietà privata. Se beni e capitali possono essere sottratti o utilizzati per decisioni politiche senza sentenza definitiva, la proprietà smette di essere un diritto e diventa variabile geopolitica. In quel momento nessun patrimonio è più garantito, e l’Europa rinuncia volontariamente a uno dei pilastri della propria credibilità giuridica.
La prova fattuale: gli Stati si smarcano
A questo punto, la conclusione non è solo teorica. La prova che il patto fondativo dell’UE sia demolito risiede nei comportamenti concreti degli Stati membri:
• Si smarcano dalle decisioni europee.
• Le applicano selettivamente o le aggirano.
• Le contestano apertamente quando gli interessi vitali sono in gioco.
Gli Stati recuperano soggettività autonoma sul piano diplomatico, economico e strategico. Tornano ad agire come attori nazionali, non come semplici articolazioni di un centro decisionale comune. Quando gli Stati non si riconoscono più nel patto, il patto non esiste più.
Libertà di opinione e dissenso
Difendere Breton oggi non significa difendere la libertà di espressione: significa difendere un sistema che la concede solo a chi è conforme. Punire Baud non significa proteggere la sicurezza: significa dichiarare che il dissenso non è più accettabile. Sono consapevole che questa posizione critica possa essere considerata scomoda, non allineata, forse persino sanzionabile. Ma rivendico il diritto di esprimerla. Non perché lo consenta l’Unione Europea, che a parole continua a definirla libertà fondante, ma perché la libertà di opinione è un diritto universale, che precede l’UE e sopravvive alla sua eventuale dissoluzione.
La verità
Quando un’Europa non distingue più tra pluralismo e minaccia, tra critica e pericolo, tra diritto e convenienza politica, non è semplicemente in crisi. Ha già cessato di essere ciò che dice di essere. Breton, Baud e le contraddizioni europee ci mostrano che la UE ha smesso di essere un’unione politica, limitandosi a essere un apparato burocratico senza legittimazione, mentre gli Stati membri agiscono come attori sovrani e autonomi sulla scena internazionale.








