di Giulio Ambrosetti

Intanto i russi con Dmitrij Peskov si sono di fatto dissociati dall’alleanza con gli iraniani. Ed è anche logico: si tengono buoni gli americani perché il loro vero interesse è completare la conquista del Donbass
Un fatto è certo: il prezzo del petrolio e il prezzo del gas sono in salita. Per ora il petroli è leggermente sopra gli 80 dollari al barile. E’ probabile che, tra qualche giorno, arrivi a 100 dollari al barile. Più durerà l guerra in Iran, più il prezzo di petrolio e gas andranno sù. Cinque giorni fa abbiamo scritto che la guerra che si è scatenata nel Golfo Persico avrebbe potuto creare problemi alla Russia se questo Paese nonsi fosse dissociato dall’Iran (qui il nostro articolo). La Russia e la Cina, ormai da anni, sono alleati dell’Iran. Non a caso l’ex Persia è entrato a far parte del BRICS, dove oltre a Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti si ritrova anche l’Iran. Ebbene, quello che sta passando quasi inosservato è che l’attacco di USA e Israele all’Iran ha spaccato l’alleanza dei BRICS, se è vero che gli iraniani hanno attaccato anche gli Emirati Arabi Uniti. Non solo. Ieri, nel silenzio quasi generale, Dmitrij Peskov, portavoce del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha detto a chiare lettere che il fatto che l’Iran sia sotto attacco non significa che i Paesi del BRICS debbano scendere in campo per difenderlo. Se due più due fa ancora quattro, il messaggio politico è chiarissimo: la Russia, al massimo, può mediare (e Putin in queste ore lo sta facendo dialogando con i vertici dei Paesi del Golfo attaccati rabbiosamente dagli iraniani), ma non scenderà in campo in favore dell’Iran. Detto in termini ancora più crudi, sono problemi della Cina, che è il vero alleato dell’Iran. La Russia deve completare la conquista del Donbass in Ucraina e non ha motivo di inimicarsi l’America di Trump.
La nuova guerra nel Golfo è una grande fregatura per Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Unione europea
Come scriviamo da quando è esplosa la nuova guerra del Golfo, i cinesi hanno perso il Venezuela e non possono permettersi di perdere anche l’Iran. E’ una questione di geopolitica. Parlano i fatti. Se si va a vedere quali sono i Paesi del mondo che, per le importazioni di petrolio, dipendono dal greggio che passa per lo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso al traffico delle navi, ebbene, ai primi posti c’è la Cina, che con il suo miliardo e mezzo di abitanti dipende, per il 50%, dal petrolio che passa dallo Stretto di Hormuz. Ebbene, senza questo petrolio la Cina, o meglio, l’economia cinese, è in parte penalizzata. Questo, però, spiega solo in parte il perché la Cina è ‘condannata’ a difendere’ l’Iran. Perché lo spiega solo in parte? Perché la Cina ha a disposizione le riserve potrolifere della Russia, che è il secondo produttore al mondo di petrolio. La Cina difende l’Iran in parte per il petrolio ma, soprattutto, perché per i cinesi l’Iran, Paese di notevole estensione territoriale, ha una grande importanza geopolitica. Un Paese che invece è fregato è il Giappone, la cui dipendenza dal petrolio che passa per lo Stretto di Hormuz è del 72%. La chiusura di questo tratto di mare, per l’economia giapponese, è un disastro. Non va meglio per la Corea del Sud, le cui importazioni di petrolio dipendono, per il 65% circa, dal greggio che arriva dallo Stretto di Hormuz (questo spiega perché la Corea del Nord vorrebbe entrare in guerra accanto all’Iran). Segue l’India, la cui importazioni di petrolio dipendono per il 50% dal mare di Hormuz. E l’Europa? Le importazioni di petrolio del Vecchio Continente dipendendono per poco meno del 20% dal greggio che passa dallo Stretto di Hormuz. Non è tantissimo, ma non è nemmeno poco. E, in ogni caso, tutti siamo soggetti alle speculazioni sui prezzi che si sono già scatenate.
C’è chi guadagnerà soldi a palate
Chi ci sta guadagnando? Ovviamente, i Paesi che producono petrolio, in testa gli Stati Uniti d’America, primo produttore al mondo petrolio: non è esagerato affermare che gli USA, grazie all’aumento del prezzo del petrolio, si riprenderanno con gli interessi i soldi che stanno spendendo per la guerra in Iran. Ci guadagnerà la Russia, che oggi è il secondo produttore di petrolio al mondo. Non è esagerato affermare che, grazie alla guerra del Golfo e all’aumento del prezzo del petrolio, il Paese di Putin guadagnerà una barca di soldi, che gli serviranno anche per continuare la guerra in Ucraina. Grande fregatura, invece, per il Paese di Volodymyr Zelensky: già l’Ucraina non riceve più soldi dagli americani e adesso non avrà più soldi nemmeno dai Paesi dell’Unione europea, che con la nuova guerra prenderanno una batsta economica micidiale a causa dell’aumento del costo di petrolio e gas. Ci guadagnerà invec e anche l’Arabia Saudita, che è il terzo produttore al mondo di petrolio. Non ci guadagnerà l’Iran, che in questi giorni, per motivi oggettivi e logistici, essendo in guerra, non può occuparsi a tempo pieno dell’estrazione e della vendita di petrolio. Guadagneranno tutti i Paesi del Golfo che vendono petrolio e gas.
Russia: riserve di petrolio per altri 60 anni e forse più
Un canale Telegram molto informato sulla Russia scrive: “Russia: riserve di petrolio per oltre 60 anni ai ritmi attuali. La Russia dispone di circa 31 miliardi di tonnellate di riserve recuperabili di petrolio, sufficienti per oltre 60 anni di produzione ai livelli attuali. Lo ha dichiarato il vicepremier, Aleksandr Novak, durante una visita al territorio federale di Sirius. Secondo Novak, Mosca è quarta al mondo per riserve recuperabili, dopo Arabia Saudita, Iran e Iraq. Le riserve commerciali globali ammonterebbero a circa 176,7 miliardi di tonnellate. Il vicepremier ha precisato che la stima non significa che il Paese esaurirà il greggio in sei decenni: nuove riserve vengono costantemente aggiunte attraverso esplorazioni e perforazioni. L’obiettivo strategico, ha spiegato, è mantenere un orizzonte di sicurezza energetica di 30-50 anni. Il petrolio rappresenta circa il 30% del mix energetico globale e la domanda resterà sostenuta, in particolare nei settori trasporti e petrolchimica. La Russia copre circa il 10% della produzione mondiale di greggio, nonostante le sanzioni occidentali. Il Paese gestisce circa 3.500 giacimenti, inclusi Sakhalin, la piattaforma artica e la Siberia orientale. Recentemente Gazprom Neft ha annunciato la scoperta del giacimento Kontorovich nella penisola di Yamal, con riserve geologiche stimate in 55 milioni di tonnellate, la più grande scoperta nella regione negli ultimi 30 anni. Per confronto, il recente giacimento polacco Wolin East – considerato il più grande della storia della Polonia – dispone di circa 22 milioni di tonnellate recuperabili, meno della metà di Kontorovich. International Reporters“.
“La situazione del gas nell’UE è davvero drammatica. Le scorte negli stoccaggi sotterranei sono scese la scorsa settimana sotto il 30%”
Come già accennato, lo scenario, per l’Unione europea è problematico. L’Europa, a parte qualche Paese, non ha né riserve di petrolio, né riserve di gas. Siccome a governare l’Unione europea ci sono dei ‘geni’, questi ultimi hanno pensato bene di schierarsi con l’Ucraina contro la Russia, rinunciando al petrolio e al gas russo (la Russia, per la cronaca, è uno dei più importanti produttori di gas al mondo). Con molta probabilità, ci sono anche interessi legati al ‘riciclaggio’. Risultato: oggi l’Europa si trova senza petrolio e senza gas. E si dovrà sorbire ‘sano sano’ l’aumento dei prezzi degli idrocarburi. Scrive un canale Telegram: “La situazione del gas nell’UE è davvero drammatica. Le scorte negli stoccaggi sotterranei sono scese la scorsa settimana sotto il 30%. Mancano ancora almeno 30 giorni – forse più – alla fine della stagione di riscaldamento. E intanto, dal mercato globale del GNL sono spariti due fornitori chiave: Qatar e Oman. La loro capacità produttiva annua combinata ammonta a 80 milioni di tonnellate, ovvero oltre il 15% della liquefazione mondiale, secondo i dati di «Implement».”. Ancora: “I prezzi del gas in Europa hanno accelerato la loro impennata dopo l’interruzione delle esportazioni da parte di QatarEnergy. I future sul gas naturale al hub TTF hanno toccato picchi di 590 dollari per mille metri cubi. Va detto che la posizione del Qatar è comprensibile: il GNL ha una caratteristica eccellente – non brucia allo stato liquido – ma anche una terribile: evapora rapidamente, e il suo vapore è altamente infiammabile. Tanto che, in caso di incendio, non si tenta neppure di spegnerlo: si attende che bruci tutto da solo. I terminali di esportazione qatarioti sono molto vicini all’Iran. Basta un missile vagante o un drone per farli saltare in aria”. Siamo messi bene, insomma…
Unione europea: “Prima o poi il denaro si separa dagli stupidi” (John Kenneth Galbraith)
Ancora il canale Telegram: “Meno comprensibili sono invece le azioni dell’Europa, che proprio di recente ha approvato sanzioni contro i progetti GNL di Novatek. Con questa mossa, si è autoesclusa dal 7% del proprio futuro import di gas (a partire dal 2027). E del gas russo via gasdotti, ormai, non vale neanche la pena parlare. In realtà, l’Europa era già in caduta libera verso un grave crisi del gas fin dall’autunno scorso. Ma con lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, questa crisi sta seguendo uno scenario estremamente duro. Neppure gli ‘amici cinesi’, pur con tutta la buona volontà, potranno aiutare molto con la rivendita del loro GNL: il volume non basterà a colmare il deficit. Tuttavia, a prezzi record come questi, i terminali GNL statunitensi ci guadagneranno alla grande – stavolta rimpiazzando il gas del Qatar e rafforzando ulteriormente la dipendenza energetica europea dagli Stati Uniti“. Morale: il presidente Donald Trump sarebbe ‘pazzo’. Peccato che gli Stati Uniti d’America, con la nuova guerra esplosa nel Golfo Persico, guadagneranno una barca di soldi con il petrolio e con il gas liquido. Mentre l’Unione europea, governata da persone ‘intelligenti’, rischia di ridursi, come si usa dire in questi casi, ‘con le pezze al culo’…







