di Angelo Giorgianni

La fine di un’epoca
C’è un tratto, sottile ma inconfondibile, che attraversa gli avvenimenti di questi giorni e che chiunque abbia memoria dei cicli della storia non può fare a meno di cogliere. È il tratto del disincanto, la fine di un incanto collettivo che per decenni ha fatto credere a milioni di persone – e a migliaia di dirigenti, tecnocrati, funzionari – che il mondo potesse essere governato senza passioni e senza conflitti, attraverso la matematica del denaro, le geometrie del commercio globale, il mormorio discreto delle banche centrali. A Davos, quest’anno, quell’incanto si è dissolto come un’eco lontana che non trova più le pareti a cui rimbalzare, e rimane sospeso, privo di risonanza.
La fine del globalismo
Non si tratta di una scelta, né tantomeno di un errore: è la constatazione che un ordine, quello tecnocratico-globalista, è arrivato al termine della sua parabola. Per lungo tempo ha creduto di poter sostituire la politica con l’amministrazione, la sovranità con l’indipendenza delle istituzioni, la potenza con la governance multilaterale. Quel modello ha avuto i suoi meriti e i suoi successi; ciò che non ha previsto è stata la crudeltà del tempo, che prima o poi presenta sempre il conto. E quando la storia ha ripreso a muoversi nella sua forma più primordiale – con guerre, crisi energetiche, rivalità di potenza, nuove sfere d’influenza – il globalismo ha scoperto che la sua grammatica non era più sufficiente, che le sue formule non riuscivano più a decifrare un mondo tornato complesso, stratificato, drammatico.
Il potere che un tempo dominava è apparso improvvisamente fragile
Davos 2026 ha mostrato questa verità in modo quasi teatrale. Non nella dichiarazione di un leader, ma nella somma dei silenzi; non in un’analisi lucida, ma nella postura dei presenti; non nelle cifre, ma nei volti che le pronunciavano come se quelle cifre non significassero più nulla. Il potere che un tempo dominava quel luogo è apparso improvvisamente fragile, incapace di leggere il mondo, privo delle categorie necessarie a interpretarlo. È il destino che attende ogni ordine che dimentica la propria origine storica e pretende di governare per inerzia, ritenendo che la continuità sia un dato acquisito e non una conquista quotidiana.
Trump va ad occupare lo spazio lasciato dal vuoto che si è creato con la crisi del mondo di Davos
In questo vuoto è entrato Donald Trump, e vi è entrato con la naturalezza di chi riconosce nella crisi di un sistema la propria occasione. Trump non rappresenta soltanto una svolta politica negli Stati Uniti: rappresenta una metamorfosi nel concetto stesso di potere occidentale. È l’interprete di un ritorno all’imperialità come forma politica, al primato della forza, alla centralità delle decisioni unilaterali. Dove il globalismo nascondeva il comando, Trump lo espone; dove la governance parlava di cooperazione, Trump parla di obbedienza; dove le istituzioni internazionali cercavano equilibrio, Trump reclama gerarchia, consapevole che il vuoto lascia sempre spazio a chi ha il coraggio – o la volontà – di occuparlo. Il suo progetto – che piaccia o no – è trasparente: demolire il vecchio ordine non per instaurare un’epoca di libertà, ma per costruire un nuovo ordine in cui la volontà del sovrano prevale sulla mediazione e l’interesse nazionale americano diventa la misura di tutte le cose, il perno intorno al quale far ruotare la scena globale. È una visione che non nasce dalla teoria, ma dall’istinto: l’idea che il mondo sia un terreno di competizione permanente, e che solo chi impone la propria presenza riesca a sopravvivere nella tumultuosa geografia del XXI secolo.
L’Europa fuori gioco
La vicenda della Groenlandia, con un’Europa intimidita da una minaccia di dazi e ricondotta immediatamente a ruolo subordinato, ha mostrato in modo limpido la realtà di questa transizione. L’Europa non è stata consultata, né temuta, né ascoltata; non occupa più un posto nel concerto delle potenze, ma un gradino marginale. È un continente che per anni ha creduto di essere un attore globale e che scopre ora, con dolorosa chiarezza, di essere un’infrastruttura geopolitica attraversata da interessi altrui più forti dei propri, un territorio su cui altri tracciano le linee del futuro.
Italia evanescente
E l’Italia, all’interno di questa Europa, appare ancora più evanescente. Non c’è nei colloqui, non c’è nei dossier, non c’è nei tavoli negoziali, non c’è negli scenari strategici. Esiste, certo, nella sua storia, nella sua cultura, nella sua umanità; ma non esiste come soggetto politico capace di intervenire sulla realtà del mondo. È un Paese che subisce il corso degli eventi senza parteciparvi, che osserva l’arena internazionale dall’esterno, come accadeva alle province dell’Impero: ricche di tradizione, ma prive di voce, di destino, di orizzonte. Così, mentre il vecchio ordine globalista si dissolve e quello trumpiano avanza, l’Europa e l’Italia rimangono sospese, come se non avessero ancora compreso che nei momenti di transizione non esistono spazi neutri. O si sceglie, o si viene scelti da altri. O si costruisce una strategia, o si diventa oggetto della strategia altrui. I luoghi di potere non restano mai vuoti: qualcuno li colma, sempre, e quasi mai nel modo che si vorrebbe.
Noi europei, noi italiani, sembriamo vivere questa svolta come se fosse un racconto altrui, un romanzo letto distrattamente prima di dormire
Davos 2026, con la sua inquieta ritualità, ci ha ricordato proprio questo: che il mondo non è un ingranaggio da oliare, ma un campo di forze da interpretare; che la storia non si arrende alla tecnica; e che gli imperi – veri o presunti – non muoiono mai del tutto, ma cambiano volto, forma, colore, protagonisti, lasciando agli altri il compito di decidere se restare spettatori o tentare di riscrivere almeno una parte del copione. E noi? Noi europei, noi italiani, sembriamo vivere questa svolta come se fosse un racconto altrui, un romanzo letto distrattamente prima di dormire. Ma non lo è. È la nostra storia. Ed è un passaggio decisivo. Chi non se ne accorge oggi rischia di svegliarsi domani in un mondo già scritto da altri.
Foto tratta da Wikipedia








