Decreto Sicurezza: il Governo Meloni prova a fermare le proteste criminalizzando il dissenso

di Angelo Giorgianni

L’ordine pubblico non c’entra: si cerca di criminalizzare il dissenso

C’è un segnale inequivocabile che indica quando una democrazia entra in una fase di arretramento: quando smette di distinguere tra violenza e protesta, tra minaccia reale e conflitto sociale, tra sicurezza e obbedienza. È ciò che sta accadendo oggi, con il Decreto Sicurezza e con il tentativo del Governo di criminalizzare le manifestazioni non violente, trasformando in reati penali comportamenti come i blocchi stradali o la cosiddetta “resistenza passiva”. Non stiamo parlando di devastazioni, aggressioni o saccheggi. Stiamo parlando di forme storiche di dissenso civile, praticate da decenni in tutte le democrazie europee. Il punto, dunque, non è l’ordine pubblico. Il punto è il diritto di dissentire.

La protesta non è un favore concesso dallo Stato

C’è un equivoco che il dibattito politico continua ad alimentare: l’idea che una manifestazione sia legittima solo se non crea disagio, non intralcia, non disturba. Ma una protesta che non disturba nessuno non è una protesta. È una rappresentazione innocua, tollerata finché non incide. La Costituzione italiana tutela il diritto di riunirsi pacificamente, non quello di protestare in modo decorativo. E la Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha ribadito con chiarezza: la libertà di manifestazione protegge anche le idee e le forme di dissenso che disturbano, urtano, mettono in discussione. Una democrazia esiste proprio perché tollera ciò che è scomodo.

Cosa dice davvero la giurisprudenza europea

La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo è inequivocabile su alcuni principi che oggi vengono sistematicamente rimossi dal discorso pubblico. Primo: una manifestazione pacifica non perde tutela solo perché crea disagi, intralcia il traffico o viola regole amministrative. Un certo grado di tolleranza da parte delle autorità è considerato necessario in una società democratica. Secondo: la repressione penale è l’extrema ratio. Punire penalmente comportamenti non violenti è ammissibile solo in presenza di un pericolo concreto e grave. Usare il diritto penale come strumento ordinario di gestione del conflitto viola il principio di proporzionalità. Terzo: l’effetto dissuasivo è di per sé una violazione. Se una norma induce i cittadini a rinunciare a manifestare per paura di arresti o condanne, il diritto è già stato compresso, anche senza applicazioni di massa. Quarto: le norme devono essere chiare e prevedibili. Categorie vaghe come “resistenza passiva” o “disturbo dell’ordine pubblico” ampliano la discrezionalità e aprono la porta all’arbitrio, indebolendo lo Stato di diritto.

Dal conflitto politico al problema di polizia

Ogni democrazia matura convive con il conflitto sociale. Lo ascolta, lo governa, lo media politicamente. Quando invece un Governo sceglie la scorciatoia penale, ammette una sconfitta: non riesce più a rispondere alle domande sociali, quindi le reprime. I problemi non vengono affrontati, ma trasformati in reati. Il dissenso non è più una risorsa democratica, ma una minaccia da neutralizzare. È qui che la politica abdica, lasciando spazio alla sicurezza come ideologia.

La vera urgenza: la paura delle proteste

In questo quadro, l’“urgenza” rivendicata dal Governo appare per ciò che è davvero: non un’emergenza di sicurezza, ma un’emergenza politica. La fretta nasce dalla paura delle proteste degli agricoltori. Dai trattori. Dai blocchi. Da una mobilitazione non violenta, ma efficace, visibile, difficile da delegittimare. Gli agricoltori non sono marginali, non sono estremisti, non sono facilmente isolabili. Sono territori, lavoro, consenso sociale. I blocchi con i trattori non spaventano perché violenti. Spaventano perché funzionano. Perché mostrano che il conflitto sociale può incidere davvero sulle scelte politiche. Perché possono essere imitati, estesi, generalizzati. È per questo che si tenta di trasformare in reato ciò che fino a ieri era conflitto sociale: per prevenire, non per punire. Per scoraggiare prima ancora che accada. Per lanciare un messaggio chiaro: chi protesta in modo efficace rischia il codice penale. Questa non è sicurezza. È deterrenza politica.

Un’urgenza che la Costituzione non conosce

La Costituzione non riconosce l’urgenza fondata sulla paura del dissenso. L’articolo 77 consente i decreti-legge solo in presenza di necessità oggettive e reali, non per proteggere il Governo da proteste scomode o da conflitti sociali emergenti. Usare lo strumento d’urgenza per neutralizzare possibili mobilitazioni – come quelle degli agricoltori – significa piegare il diritto costituzionale a una logica di controllo, non di tutela dell’interesse generale.

Una linea che riguarda tutti

Criminalizzare le manifestazioni non violente non riguarda solo chi oggi scende in piazza con un trattore. Riguarda chiunque domani possa dissentire: lavoratori, studenti, cittadini comuni. Perché una volta accettato il principio che la protesta pacifica può diventare reato, nessuno spazio di libertà è davvero al sicuro. La sicurezza non può diventare il pretesto per ridurre i diritti. E una democrazia che punisce il dissenso non diventa più forte. Diventa solo più fragile, più rigida, più impaurita dai propri cittadini.

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