Dopo che ieri sera sono iniziati i bombardamenti nell’isola di Kharg e nelle ferrovie iraniane è arrivata la tregua di 15 giorni. Trump a Cina, Francia e Giappone: il dollaro non si tocca

di Giulio Ambrosetti

Ci sarà veramente il cessate il fuoco? In Iran sì, a meno di colpi di scena. In Libano ci sembra assai improbabile

Il fatto certo (o quasi) è che ci dovrebbe essere una tregua di quindici giorni. Il condizionale è d’obbligo, perché si tratta di uno stop alle bombe debole. Insomma, per due settimane dovrebbero cessare i bombardamenti americani e israeliani in Iran. In teoria dovrebbero cessare anche i bombardamenti iraniani in Libano ma ne dubitiamo fortemente. A nostro modesto avviso, fino a quando non si troverà un acccordo preciso su tutti i punti della contesa, Israele non consentirà mai agli iraniani (e ai cinesi?) di riorganizzare le forze di Hezbollah in Libano. Chi è il vero vincitore di questa fase della guerra che dovrebbe materializzarsi in una tregua di 15 giorni mediata dal Governo del Pakistan? La risposta è semplicissima e sarà sotto gli occhi di tutti già nelle prossime ore. Illustriamola in estrema sintesi.

Già oggi sapremo chi ha vinto questa prima fase della guerra nel Golfo Persico. La risposta l’avremo da quanto avverrà nello Stretto di Hormuz

Se lo Stretto di Hormuz verrà riaperto alle navi petroliere e alle navi cariche di gas liquido dei Paesi del Golfo e se tali navi transiteranno da questo braccio di mare senza pagare il pedaggio all’Iran, peraltro con la valuta cinese per attaccare il dollaro americano (ne abbiamo scritto qui), beh, saremo davanti a una vittoria dell’America di Donald Trump su tutta la linea. Se, invece, come scrivono in queste ore gli esponenti del regime teocratico iraniano, l’Iran continuerà a mantenere il dominio sullo Stretto di Hormuz e imporrà il pedaggio alle navi petroliere e alle navi gasiere dei Paesi del Golfo facendosi pagare con la valuta cinese in barba al dollaro statunitense, ebbene, bisognerà ammettere la sconfitta dell’America di Trump e la vittoria su tutta la linea dell’Iran e della Cina.

Il tentativo della Cina di introdurre la ‘dedollarizzazione’ nell’area del Golfo

Se siete osservatori attenti, non vi sarà sfuggito che i media legati al sistema globalista hanno ignorato a bella posta il tentativo della Cina di approfittare della crisi del Golfo Persico per applicare il processo di ‘dedollarizzazione’. Non hanno capito l’argomento? Tranquilli: anche se, soprattutto in Europa, in Economia politica i globalisti non sono proprio delle cime, l’hanno capito benissimo. Ma fanno finta di non capire. In un Occidente un po’ rincretinito dagli anni ‘furenti’ della pandemia e dei ‘presunti vaccini’, beh, non sarebbe facile illustrare a milioni di persone che cosa s’intende per ‘dedollarizzazione’, stabilizzazione delle valute, pagamenti di petrolio e gas non più in dollari americani ma con il renminbi, cioè con la valuta cinese.

I due gli elementi che hanno determinato la sospensione delle ostilità nel Golfo Persico

Non prendeteci per ‘complottisti’: è sotto i nostri occhi che la tregua nel Golfo Persico – ammesso che regga – si è materializzata guarda caso quando gli americani hanno fatto capire a cinesi, francesi e giapponesi che non avrebbero tollerato attacchi al dollaro. E il messaggio l’hanno lanciato nel tardo pomeriggio di ieri, quando gli americani hanno iniziato i primi bombardamenti nell’isola di Kharg, uno dei più importanti centri di esportazione di petrolio greggio del mondo (qui un articolo), e quando, sempre ieri nel tardo pomeriggio, gli israeliani hanno iniziato a bombardare le ferrovie iraniane. Non vi dice niente il fatto che le notizie di questi due bombardamenti simultanei siano state date da un canale Telegram e quasi del tutto ignorate dai media globalisti? La tregua è arrivata subito dopo l’inizio di questi bombardamenti operati da americani e iraniani. Sono due gli elementi che hanno determinato la sospensione delle ostilità nel Golfo Persico, sempre – ribadiamo – che regga. Il primo elemento è stato l’avvio dei citati bombardamenti nell’isola di Kharg e nel sistema ferroviario iraniano. Il secondo elemento, non meno decisivo del primo, è il messaggio degli Stati Uniti d’America a cinesi, francesi e giapponesi: levatevi subito dalla testa l’idea di fare fuori il dollaro americano dal mercato mondiale del petrolio e del gas.

Quando Trump parla di “distruzione di una civiltà” non si riferisce all’Iran ma al sistema globalista

Quando Trump, nelle scorse ore, ha parlato di una possibile “distruzione di una civiltà” non si riferiva all’Iran: si riferiva al sistema economico, finanziario e bancario globalista nel quale la Cina di Xi Jinping è infognata fino al collo (a differenza della Russia di Vladimir Putin che ha sempre ripudiato il globalismo economico). Senza la globalizzazione economica l’economia cinese è fottuta. Trump non è innamorato delle valute fiat emesse dai Governi e dalle Banche centrali (in verità più dalle seconde che dai primi) prive di valore intrinseco e di legami con l’oro. Con molta probabilità, per il suo Paese Trump punta a un sistema monetario legato all’oro controllato dal Governo e non delle banche. Ma non può certo consentire alla Cina, alla Francia e al Giappone di umiliare il dollaro americano.

I fatti di queste ore dimostrano che l’informazione globalista è alle corde

Ricordiamoci che, soprattutto dalla guerra del Kippur in poi, con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro decisa il 15 Agosto del 1971 dal presidente americano Richard Nixon e dall’allora Segretario di Stato Hanry Kissinger (in realtà più dal secondo che del primo), inaugurando l’era dei cambi fluttuanti e delle cosiddette valute fiat, gli americani il dollaro l’hanno imposto con le armi. Ovviamente, i globalisti non possono raccontarlo, perché sarebbero costretti ad ammettere che, in questo passaggio, ha vinto il sovranista Trump e sta perdendo il globalismo. Meglio farlo passare per matto, dire che hanno vinto gli iraniani e proporre la sua destituzione dalla Casa Bianca… Via, cari lettori che seguite questo Blog, dobbiamo prendere atto che l’informazione globalista è alle corde al pari della stessa globalizzazione economica. Del resto, che cosa sarebbe l’economia globalista senza la minchiate economiche che mette in circolazione dalla fine degli anni ’80 del secolo passato? Volendo è la cosa che sa fare meglio…

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