Emergenza permanente: così la paura riscrive le nostre libertà verso il 2030

di Angelo Giorgianni

Il nuovo volto del potere

Ci sono stagioni in cui la realtà smette di essere un fatto e diventa un racconto, non perché manchino i fatti ma perché qualcuno li dispone secondo una logica che non è quella della verità ma dell’utilità, e in questo slittamento silenzioso la crisi perde la sua natura e diventa una sceneggiatura, un copione che si ripete con variazioni minime mentre cambia il lessico e resta immutata la sostanza. Ce lo ricordiamo com’era il vecchio mestiere del potere, diretto, quasi brutale, incapace o forse disinteressato a travestirsi, mentre oggi si presenta con il volto levigato delle buone intenzioni, parla la lingua dell’emergenza e della salvezza collettiva, non impone ma suggerisce, non ordina ma accompagna, e proprio in questa apparente dolcezza si nasconde una forma più raffinata di dominio, perché cambiano le parole ma non cambia il metodo.

La strumentalizzazione del pericolo

Prima arriva il problema, sempre, e quando non arriva da solo lo si prepara, lo si alimenta, lo si lascia crescere fino a occupare l’orizzonte, perché una società che percepisce il pericolo è una società più disponibile ad accettare ciò che in condizioni normali rifiuterebbe, e allora il carburante che manca, i prezzi che salgono, le file ai distributori smettono di essere semplici effetti e diventano segnali, messaggi che dicono che il mondo di prima è finito e che non si torna indietro, che bisogna cambiare, adattarsi, rinunciare, non per scelta ma per necessità. E la necessità è sempre stata la più potente delle propagande, perché quando qualcosa viene percepito come inevitabile smette di essere discutibile, e ciò che non si discute più diventa norma senza passare dal conflitto.

La strategia del terrore

Dentro questo meccanismo si inserisce un passaggio più profondo, quasi primordiale, che è la strategia del terrore, non quello eclatante che paralizza ma quello diffuso che accompagna, che non si impone ma si insinua, che non urla ma sussurra fino a diventare abitudine, fino a trasformarsi in una lente attraverso cui si interpreta la realtà, e allora non serve più convincere, basta alimentare una sensazione costante di instabilità. Lo abbiamo già visto, più volte, in forme diverse ma con la stessa struttura, perché ogni epoca ha avuto il suo nemico e la sua emergenza, dal fantasma ideologico costruito per spaventare – i comunisti che mangiano i bambini – fino all’emergenza terroristica che ha trasformato la sicurezza in un valore assoluto capace di giustificare controlli permanenti, passando per l’emergenza sanitaria che ha ridefinito i confini tra libertà e protezione, per quella climatica che introduce un tempo che scade e pretende sacrifici, per quella bellica che riporta la guerra dentro la normalità del discorso pubblico, per quella energetica che entra nelle case e nei comportamenti quotidiani.

L’emergenza come metodo di governo

Il tratto comune non è la natura delle emergenze ma la loro continuità, perché non esiste più un ritorno alla normalità, e questo è il punto decisivo, perché la normalità è diventata l’emergenza stessa, trasformata da eccezione temporanea in condizione permanente, in metodo di governo. Si costruisce così un circuito perfetto in cui il pericolo viene amplificato, raccontato, reso onnipresente fino a occupare lo spazio mentale collettivo, e dentro questo spazio si inseriscono le soluzioni che non sono mai neutrali, mai innocenti, perché ogni misura nasce come temporanea ma tende a consolidarsi, ogni limitazione si giustifica con un fine superiore e finisce per restare, ogni restrizione si presenta come necessaria e diventa struttura. Il cittadino, in questo contesto, non si oppone, si adatta, e nel momento in cui chiede protezione accetta implicitamente il prezzo, perché quando è la paura a guidare le scelte la libertà diventa negoziabile, e quando sei tu a chiedere ciò che ti limita, il potere non ha più bisogno di imporre.

La trasformazione della libertà

Nel frattempo la narrazione sposta sempre altrove la responsabilità, verso la guerra, verso gli speculatori, verso crisi globali che sembrano inevitabili, e così si costruisce un nemico esterno che assorbe la rabbia e impedisce che si trasformi in consapevolezza interna, in analisi critica, in conflitto reale. Ma mentre lo sguardo è rivolto altrove, il cambiamento avviene dentro, nelle abitudini, nei gesti quotidiani che si modificano senza rumore, nella macchina che si usa meno, nel pieno che si rimanda, nel viaggio che si rinuncia a fare, nella progressiva accettazione di una vita ridimensionata, perché la pedagogia della scarsità non agisce per sottrazione improvvisa ma per addestramento lento, insegnando a fare a meno fino a trasformare la rinuncia in normalità. A quel punto la soluzione arriva, ed è sempre presentata come una liberazione, come un progresso inevitabile, come un passo avanti, e invece coincide con un aumento del controllo, con una maggiore dipendenza da sistemi centralizzati, con l’introduzione di strumenti che non ampliano la libertà ma la misurano, la quantificano, la regolano, trasformando il comportamento individuale in dato.

L’emergenza che si impossessa delle nostre vite

Il passaggio decisivo è quello che porta dal prezzo al permesso, perché non si tratta più soltanto di pagare di più ma di rientrare in un sistema che stabilisce quanto si può consumare, quanto ci si può muovere, quanto si può incidere, e questo sistema si costruisce gradualmente, senza scosse, emergenza dopo emergenza, fino a diventare invisibile proprio perché onnipresente. E dentro questo processo si inserisce il grande racconto degli obiettivi globali, delle agende internazionali, delle scadenze simboliche come il 2030, che nelle intenzioni dichiarate parlano di sostenibilità, di transizione, di equilibrio, ma che nella loro applicazione concreta finiscono per coincidere con una compressione crescente degli spazi individuali, perché il problema non è il fine dichiarato ma il percorso che si sceglie per raggiungerlo.

Da titolare di diritti, il cittadino diventa portatore di comportamenti da regolare, da monitorare, da indirizzare

Se quel percorso passa sistematicamente attraverso la paura, la scarsità, il controllo e l’emergenza permanente, allora il risultato non è solo un cambiamento economico o ambientale ma una trasformazione più profonda, che riguarda il rapporto tra individuo e potere, tra libertà e sicurezza, tra autonomia e dipendenza. Ogni crisi ha così una doppia faccia, una visibile che spaventa e una invisibile che orienta, e mentre la prima giustifica le scelte, la seconda costruisce il nuovo assetto, ridefinendo progressivamente il significato stesso della libertà, che non viene abolita ma delimitata, non negata ma concessa entro confini stabiliti. In questo passaggio il cittadino cambia natura, smette di essere soggetto e diventa utente, smette di essere titolare di diritti e diventa portatore di comportamenti da regolare, da monitorare, da indirizzare.

La domanda inevitabile

Non serve evocare scenari estremi per cogliere questa trasformazione, basta osservare la direzione, la coerenza con cui ogni emergenza spinge nello stesso verso, la ripetizione di uno schema che si presenta ogni volta con volti diversi ma con identico esito. E mentre alcuni credono, altri si adattano, altri protestano e poi si stancano, la somma delle piccole rinunce cresce fino a diventare qualcosa di più grande, qualcosa che non si percepisce subito ma che a un certo punto appare evidente, come una perdita che non riguarda più singoli diritti ma l’idea stessa di libertà. E allora la domanda non è più teorica, non riguarda il giusto o lo sbagliato in astratto, ma diventa concreta, personale, inevitabile: fino a che punto siamo disposti a cedere, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, emergenza dopo emergenza, in nome di un obiettivo che ci viene raccontato come inevitabile?

Foto Wikipedia

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