
di Angelo Giorgianni
Quello che avvuene nella nostra Isola non è un segno di modernità: è una perdita
C’è un’immagine che, più di molte analisi, restituisce la condizione della Sicilia contemporanea: file silenziose negli aeroporti, partenze senza clamore, ritorni sempre più incerti. Non è più un fenomeno episodico, né una fase transitoria. È diventata una traiettoria stabile. E quando una traiettoria diventa stabile, smette di essere una s celta individuale e si trasforma in un indicatore sistemico. Per anni si è parlato di mobilità come opportunità, di apertura come segno di modernità. In parte è vero. Ma ciò che accade in Sicilia non può essere letto con queste categorie. Qui non siamo di fronte a un fisiologico scambio di competenze tra territori. Siamo di fronte a un flusso in uscita che non trova compensazione. E quando il flusso è unidirezionale, non è più mobilità: è perdita.
La frattura tra formazione e occupazione spinge le giovani generazioni siciliane verso l’esterno
Il punto centrale, che il dibattito pubblico tende a sfumare, è questo: i giovani siciliani non partono perché vogliono semplicemente “fare esperienza”. Partono perché, troppo spesso, non intravedono alternative credibili. La differenza è sostanziale. Nel primo caso si tratta di una scelta. Nel secondo, di una condizione indotta. Il contesto che alimenta questa dinamica è noto, ma raramente viene ricomposto in modo organico. Il mercato del lavoro regionale è segnato da una combinazione di precarietà diffusa, limitata domanda di lavoro qualificato e difficoltà di accesso a percorsi professionali coerenti con la formazione acquisita. Le università producono competenze, ma il sistema produttivo non sempre è in grado di assorbirle. Si crea così una frattura tra formazione e occupazione che spinge verso l’esterno.
Restare uguale rinunciare
A questo si aggiunge un elemento meno visibile, ma altrettanto rilevante: la percezione. In molti contesti, tra i giovani, si è consolidata l’idea che restare equivalga a rinunciare. Non è un dato oggettivo in senso assoluto, ma è un dato reale nella misura in cui orienta le scelte. E quando una percezione diventa diffusa, finisce per produrre effetti concreti. Le conseguenze di questo fenomeno sono stratificate. Sul piano individuale, la partenza comporta spesso una fase iniziale di precarietà nei territori di arrivo, un adattamento non sempre semplice, una distanza che si traduce in costo umano prima ancora che economico. Sul piano familiare, si produce una discontinuità nei legami, una ridefinizione degli equilibri, una perdita di prossimità che incide nel tempo.
Ogni giovane che lascia la Sicilia porta con sé un investimento sostenuto dal territorio che viene valorizzato altrove
Ma è sul piano collettivo che gli effetti diventano più significativi. La Sicilia perde, anno dopo anno, una quota rilevante di capitale umano giovane e qualificato. Non perde solo forza lavoro. Perde capacità di innovazione, di iniziativa, di trasformazione. Ogni giovane che parte porta con sé un investimento già sostenuto dal territorio – in termini di istruzione, formazione, risorse pubbliche – che viene valorizzato altrove. Questo genera un circolo che tende ad autoalimentarsi. Meno giovani qualificati restano, minore è la capacità del territorio di attrarre investimenti ad alto valore aggiunto. Minori investimenti significano meno opportunità qualificate. E meno opportunità alimentano nuove partenze. È una dinamica cumulativa, difficile da interrompere se non si interviene sulle cause strutturali.
La marginalità come elemento ormai strutturale
Le responsabilità, anche in questo caso, sono distribuite ma non indistinte. A livello nazionale, la persistente divaricazione tra aree del Paese ha prodotto condizioni di sviluppo disomogenee. A livello regionale, in Sicilia, pesa l’assenza di una strategia coerente e continuativa sul lavoro giovanile. Interventi frammentari, incentivi temporanei, politiche non integrate non sono riusciti a costruire un ambiente stabile e attrattivo. C’è poi un nodo più profondo, che riguarda il modello di sviluppo. Senza un rafforzamento del tessuto produttivo, senza una politica industriale capace di orientare gli investimenti, senza un collegamento reale tra formazione, ricerca e impresa, ogni misura rischia di restare marginale. Il problema non è solo creare lavoro, ma creare lavoro coerente con le competenze disponibili. Accanto agli effetti economici, esiste un impatto culturale che merita attenzione. Quando la partenza diventa la norma, cambia il modo in cui una comunità percepisce sé stessa. Si riduce l’aspettativa di trasformazione interna, si rafforza l’idea che il cambiamento avvenga altrove, si indebolisce il legame tra individuo e territorio. È un processo lento, ma incide in profondità.
Il rimedio? Una strategia su più livelli
Nel lungo periodo, le conseguenze si riflettono anche sulla struttura demografica. L’uscita di giovani in età lavorativa e riproduttiva contribuisce all’invecchiamento della popolazione, riduce la base attiva, mette sotto pressione la sostenibilità del sistema economico e sociale. Non è solo una questione di numeri. È una questione di equilibrio complessivo. Affrontare questa dinamica richiede un cambio di approccio. Non bastano misure emergenziali o iniziative simboliche. Serve una strategia che agisca su più livelli: rafforzamento del sistema produttivo, attrazione di investimenti, sostegno all’imprenditorialità giovanile, integrazione tra università e imprese, creazione di condizioni favorevoli al rientro. Non si tratta di impedire la mobilità, ma di riequilibrarla.
Un problema politico
Il punto, in definitiva, è restituire ai giovani una possibilità reale di scelta. Restare non deve essere un ripiego, così come partire non deve essere un obbligo implicito. Finché questa condizione non sarà garantita, ogni discorso sul futuro della Sicilia resterà incompleto. Una regione che non trattiene i propri giovani non perde soltanto popolazione. Perde prospettiva. E quando una comunità perde prospettiva, il problema non è più solo economico o sociale. Diventa, inevitabilmente, politico.
Foto tratta da ilSicilia.it







