di Angelo Giorgianni

L’America sta ridefinendo l’ordine mondiale
Per comprendere il senso profondo di ciò che sta avvenendo intorno alla Groenlandia, occorre spostare lo sguardo dalle notizie del giorno e alzarlo fino a cogliere la traiettoria generale che sta ridisegnando la mappa del potere globale. Bisogna osservare come si muovono gli attori principali, come reagiscono, come si parlano (o non si parlano più), come concepiscono la propria posizione nel mondo. Ed è proprio in questo processo di osservazione che emerge un fatto da tempo visibile in filigrana: gli Stati Uniti stanno ridefinendo unilateralmente l’ordine mondiale, l’Europa non è più in grado di esercitare alcuna influenza significativa, e l’Italia – per ragioni strutturali e politiche – è definitivamente scivolata fuori dalla scena dei grandi.
Chi controllerà l’Artico governerà i traffici del futuro, l’energia, le risorse e una parte cruciale delle infrastrutture strategiche del pianeta
Tutto parte da un discorso che solo pochi anni fa sarebbe stato scartato come una provocazione folcloristica, ma che oggi va letto come una dichiarazione di dottrina. A Davos, nel cuore dell’élite globale, Donald Trump annuncia con tono fermo: “Vogliamo negoziati immediati sulla Groenlandia, e se direte di no ce ne ricorderemo”. Nessuna diplomazia, nessuna prudenza, nessun riconoscimento della sovranità formale della Danimarca. È linguaggio da potenza imperiale dell’Ottocento, non da leader occidentale del XXI secolo. Non è un’esagerazione. La Groenlandia, negli ultimi anni, è diventata un nodo decisivo: una riserva immensa di risorse – minerali critici, terre rare, energia – collocata nel cuore dell’Artico, nuova frontiera della competizione strategica tra Stati Uniti, Russia e Cina. Il progressivo scioglimento dei ghiacci apre rotte che ridurranno drasticamente i tempi di navigazione tra Asia, Europa e America del Nord, trasformando l’Artico in un nuovo Mediterraneo globale. Chi controlla l’Artico controllerà i traffici del futuro, l’energia, le risorse e una parte cruciale delle infrastrutture strategiche del pianeta.
Il vero signficato di “America First”
Trump questo lo sa perfettamente. E non è affatto un “antisistema”. È lo strumento più efficace del sistema americano quando decide di smettere di mascherarsi. L’obiettivo non è distruggere l’ordine globale: è ricaricare l’egemonia statunitense, ristrutturarla, renderla più diretta e meno mediata. Il suo “America First” non è isolazionismo: è espansione selettiva, concentrazione del potere, dominio di aree strategiche, riduzione degli alleati a clienti o dipendenti. In questo quadro, la Groenlandia non è un episodio: è un tassello della più aggressiva amministrazione strategica americana degli ultimi decenni, volta a blindare l’Artico contro Russia e Cina, a ottenere piattaforme permanenti e a ridisegnare la NATO come braccio operativo degli Stati Uniti. L’Europa non è un partner in questo processo: è un ostacolo irrilevante.
Oggi Washington detta la linea, l’Europa ascolta e si adegua
E questo emerge con chiarezza nella reazione europea. Christine Lagarde lascia la sala in segno di dissenso – gesto simbolico, retorico, privo di qualsiasi conseguenza reale – mentre gli altri leader europei rimangono seduti, non perché condividano le parole di Trump, ma perché nessuno ha la forza o il peso politico per contraddirlo apertamente. Quello che un tempo era un rapporto di alleanza paritaria oggi si è trasformato in un rapporto gerarchico: Washington detta la linea, l’Europa ascolta e si adegua. Il passo successivo è ancora più rivelatore. Su invito della Danimarca, otto Stati europei partecipano a una esercitazione militare in Groenlandia: un segnale minimo, debole, quasi timido, ma almeno un tentativo di affermare una presenza europea in un territorio che – formalmente – appartiene a uno Stato membro dell’Unione. La reazione americana è immediata e brutale: Trump annuncia dazi contro quegli otto Paesi, interpretando la loro iniziativa non come un legittimo esercizio di sovranità, ma come una provocazione da punire economicamente.
Il fallimento dell’unità europea
Questa reazione dimostra due cose. Primo: gli Stati Uniti considerano l’Europa una periferia strategica, non un interlocutore. Secondo: la NATO non è più uno strumento multilaterale, ma una struttura a comando unico, dove le priorità le decide Washington e gli alleati si limitano a eseguire. Ed è qui che emerge in modo clamoroso la grande assente di questa crisi: l’Unione Europea. Nella trattativa tra Danimarca e Stati Uniti, la UE non è nemmeno menzionata. Non è presente, non è invitata, non è consultata. E ciò che sorprende ancora di più è che la Danimarca accetti di trattare da sola, come se la questione non coinvolgesse direttamente la sicurezza, le rotte, le infrastrutture, le risorse e il futuro strategico dell’intero continente. È il fallimento totale dell’unità europea.
Trump e Rutte scavalcano l’Unione europea
La Groenlandia – territorio strategico di uno Stato membro – diventa oggetto di negoziato bilaterale tra Copenaghen e Washington, mentre Bruxelles tace. Nessuno difende un interesse comune. Nessuno si pone il problema che la sicurezza artica non è affare di un singolo Stato, ma questione di sopravvivenza geopolitica per tutto il Continente. La Commissione europea tenta un sussulto di orgoglio, immaginando controdazi per 93 miliardi e restrizioni alle aziende americane. Ma tutto evapora nel momento esatto in cui Trump incontra Mark Rutte e si accorda bilateralmente con lui, scavalcando nuovamente Bruxelles. Un singolo leader basta per neutralizzare l’intera UE. È la certificazione della sua irrilevanza geopolitica.
Comanda Washington e chi devia viene riportato all’ordine
La Francia prova a proporre una grande esercitazione NATO in Groenlandia per ribadire un minimo di autonomia strategica europea. Ma è lo stesso Rutte a bloccarla: “La priorità è l’Ucraina”. Non è Bruxelles a decidere le priorità dell’Europa. Non è Parigi. Non è Roma. È Washington, e chi devia viene immediatamente riportato all’ordine. In tutto questo, l’Italia è totalmente assente. Non c’è perché non ha nulla da dire, nulla da proporre, nessuna strategia da difendere. Non partecipa alle esercitazioni, non è coinvolta nei negoziati, non è nel radar di Washington, non è nell’agenda di Bruxelles. È un Paese che non incide, che non conta, che non viene considerato né alleato di peso né avversario potenziale: semplicemente, è irrilevante.
C’è chi deciderà per l’Europa, oggi fuori da tutti
E così la crisi groenlandese diventa uno specchio impietoso: nell’immenso bianco dell’Artico si riflette il vuoto politico dell’Europa e la scomparsa dell’Italia dal tavolo della storia. Gli Stati Uniti riscrivono l’ordine mondiale a loro immagine e convenienza, la Russia consolida le sue posizioni, la Cina prepara la sua “via della seta polare”, e l’Europa scompare come soggetto politico, frantumata in un mosaico di governi che trattano ciascuno per sé. La partita del nuovo ordine mondiale è già iniziata. E noi non siamo nemmeno nei pressi del tavolo dove si decide.
Foto tratta da StrettoWeb







