di Angelo Giorgianni

Il trauma del Covid con annessi e connessi sta riaffiorando in queste ore
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui il mondo reagisce ormai alla comparsa di un nuovo virus. Non servono più milioni di contagi. Non servono ospedali collassati. Non servono immagini drammatiche provenienti dalle terapie intensive. Non servono nemmeno dati definitivi. Bastano poche parole: “focolaio”, ”virus raro”, “trasmissione uomo-uomo”, “emergenza sanitaria”. E immediatamente il trauma collettivo del Covid torna a riaffiorare. Perché il Covid non è stato soltanto una pandemia. È stato uno shock psicologico globale. Un evento capace di cambiare radicalmente il rapporto tra cittadini, governi, istituzioni sanitarie, informazione e libertà individuali. È per questo che oggi il caso Hantavirus non viene percepito come un semplice episodio epidemiologico. Viene osservato attraverso il filtro di ciò che il mondo ha vissuto dal 2020 in poi.
“Sta ricominciando tutto?”
Una nave scientifica isolata nell’Atlantico. Passeggeri colpiti da una malattia rara. Morti improvvise. Evacuazioni d’urgenza. L’OMS che monitora. Il CDC americano che attiva protocolli di sorveglianza. I media internazionali che moltiplicano titoli allarmistici. Esperti che parlano apertamente di possibile trasmissione interumana. Ed ecco che milioni di persone si pongono immediatamente la stessa domanda: “Sta ricominciando tutto?” È troppo presto per dirlo. Ed è proprio questo il punto centrale. Perché dopo il Covid il problema non è più soltanto sanitario. È diventato politico. Psicologico. Sociale. Economico. Perfino antropologico.
La fiducia si è spezzata
Milioni di cittadini nel mondo non dimenticano: i lockdown, le restrizioni, i Green Pass, gli obblighi indiretti, le attività distrutte, i lavoratori sospesi, i bambini isolati, gli anziani lasciati soli, le censure, i contratti opachi, la criminalizzazione del dissenso,
gli esperti trasformati in figure intoccabili, la delegittimazione di chiunque osasse porre domande. Ed è proprio questa memoria collettiva a rendere il caso Hantavirus molto più delicato di quanto sarebbe stato dieci anni fa. Per comprendere realmente ciò che sta accadendo bisogna però separare con lucidità:
• i fatti documentati;
• le valutazioni scientifiche;
• le ipotesi geopolitiche;
• la propaganda;
• e le speculazioni prive di prove.
Perché oggi il rischio più grande non è soltanto sanitario. È anche informativo.
Gli Hantavirus esistono da decenni
Appartengono alla famiglia degli Hantaviridae e vengono trasmessi prevalentemente dai roditori attraverso:
• urine;
• saliva;
• feci;
• polveri contaminate inalate dall’uomo.
Secondo OMS e CDC possono provocare due principali sindromi cliniche. La prima è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS), diffusa soprattutto nelle Americhe e caratterizzata da insufficienza respiratoria gravissima con mortalità che in alcuni ceppi può arrivare al 30-40%. La seconda è la Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS), più frequente in Europa e Asia e associata a insufficienza renale e complicanze emorragiche.
La limitata trasmissione interumana
Tra i diversi ceppi esistenti, il più discusso oggi è il virus Andes. Ed il motivo è semplice: secondo OMS e CDC è l’unico Hantavirus ad aver mostrato in alcune circostanze documentate una limitata capacità di trasmissione interumana. Questo elemento spiega perché il focolaio registrato sulla nave MV Hondius abbia immediatamente attirato l’attenzione mondiale. Secondo Reuters, OMS e CDC:
• diversi passeggeri hanno sviluppato sintomi gravi;
• alcuni casi sono stati confermati come infezione da virus Andes;
• almeno tre persone sono decedute;
• decine di contatti internazionali sono stati monitorati;
• alcuni passeggeri sarebbero sbarcati prima dell’identificazione ufficiale del focolaio. Ed è qui che il mondo ha ricominciato ad avere paura. Perché il precedente del Covid pesa come un’ombra gigantesca su qualunque nuova emergenza sanitaria.
Le paure e i sospetti
Nel 2020 molti governi inizialmente diedero l’impressione di sottovalutare il SARS-CoV-2. Poche settimane dopo il Pianeta entrava nella più grande crisi sanitaria, economica e politica del XXI secolo. Quel trauma ha cambiato radicalmente il modo in cui istituzioni, media e cittadini reagiscono a qualsiasi nuovo agente patogeno. Eppure, allo stato attuale, i dati disponibili suggeriscono che uno scenario pandemico globale simile al Covid resti improbabile.
Secondo OMS e CDC:
• la trasmissione uomo-uomo del virus Andes è rara;
• richiede contatti molto stretti e prolungati;
• non esistono evidenze di diffusione rapida comparabile al SARS-CoV-2.
Questo però non basta a spegnere paure e sospetti.
Gli Hantavirus da anni vengono studiati in ambito militare e biodifensivo
Perché il mondo post-Covid vive ormai dentro una gigantesca crisi di fiducia. Ed è qui che entra in gioco il tema più controverso di tutti: i biolaboratori e la ricerca “dual use”. Esiste infe atti un elemento reale, documentato e troppo spesso liquidato superficialmente: gli Hantavirus vengono studiati da decenni anche in ambito militare e biodefensivo. Non è complottismo. È un fatto storico documentato.
Strutture come:
• Fort Detrick;
• USAMRIID;
• laboratori BSL-3 e BSL-4;
hanno condotto ricerche su agenti patogeni altamente pericolosi, inclusi gli Hantavirus. Gli obiettivi ufficiali di tali programmi comprendono:
• sviluppo di vaccini;
• prevenzione biologica;
• studio della patogenicità;
• preparazione contro minacce bioterroristiche.
La ricerca “dual use” (doppio uso)
Questa ricerca viene spesso definita “dual use”. Ed è proprio questa espressione ad aver alimentato negli ultimi anni enormi preoccupazioni. “Dual use” significa:
doppio uso. Uso civile. Uso sanitario. Ma anche potenziale uso militare o strategico.
Gli stessi studi che servono ufficialmente per sviluppare contromisure sanitarie possono teoricamente avere anche implicazioni offensive. Questo non significa affermare che esista oggi la prova diretta o contraria di un Hantavirus diffuso deliberatamente. Ad oggi NON esistono prove pubbliche verificabili che colleghino:
• il focolaio della MV Hondius;
• o altri casi recenti;
a manipolazioni genetiche o programmi offensivi. Ma significa riconoscere che il mondo della ricerca biologica avanzata è molto più ambiguo e complesso di quanto sia stato raccontato per anni. La stessa Convenzione sulle Armi Biologiche del 1972 nacque perché le grandi potenze avevano realmente sviluppato programmi offensivi biologici durante la Guerra Fredda. Ed è proprio dentro questa zona grigia che esplodono le accuse geopolitiche.
Le accuse della Russia agli Stati Uniti chiamati in causa per aver finanziato laboratori biologici in Ucraina
Dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, la Russia ha infatti accusato pubblicamente gli Stati Uniti di finanziare laboratori biologici sul territorio ucraino attraverso la Defense Threat Reduction Agency (DTRA). Le accuse furono rilanciate soprattutto dal generale Igor Kirillov, comandante delle Forze di Difesa Nucleare, Biologica e Chimica della Federazione Russa. Secondo Mosca:
• alcuni laboratori ucraini avrebbero sviluppato programmi “dual use”;
• sarebbero stati studiati Hantavirus, Coronavirus e Febbri emorragiche;
• il progetto denominato “UP-8” avrebbe incluso ricerche su virus Crimea-Congo e Hantavirus.
Le denunce russe furono portate:
• al Consiglio di Sicurezza ONU;
• nell’ambito della Convenzione sulle Armi Biologiche;
• e in numerosi briefing ufficiali del Ministero della Difesa russo.
Un problema aperto. Perché i laboratori biologici esistono
Tuttavia è doveroso, per quel che vale, precisare un punto decisivo: nessuna organizzazione internazionale indipendente ha confermato l’esistenza di un programma offensivo biologico legato all’attuale focolaio Hantavirus.
ONU, Stati Uniti, Ucraina e numerosi osservatori occidentali hanno respinto le accuse russe sostenendo che quei laboratori svolgessero attività di:
• salute pubblica;
• sorveglianza epidemiologica;
• prevenzione biologica.
Anche studi accademici internazionali hanno interpretato tali accuse come parte della guerra informativa e propagandistica tra Mosca e Occidente. Ma il problema resta aperto. Perché i laboratori biologici esistono realmente. Perché i programmi biodefensivi esistono realmente. Perché le ricerche “dual use” esistono realmente. Perché il confine teorico tra difesa e potenziamento biologico può diventare estremamente sottile.
Porre domande non significa disinformare
Ed è esattamente qui che il Covid ha cambiato tutto. Per anni parlare di:
• fuga da laboratorio;
• gain of function;
• implicazioni militari della ricerca biologica; veniva considerato quasi un tabù.
Molti ricercatori, giornalisti e cittadini venivano accusati di diffondere disinformazione semplicemente per aver posto domande.
Poi però:
• commissioni parlamentari;
• documenti ufficiali;
• studi scientifici;
• rapporti d’intelligence;
hanno riaperto il dibattito mondiale sull’origine del SARS-CoV-2. Questo significa che il principio di autorità assoluta ha subito un colpo devastante. E oggi il mondo guarda ogni nuova emergenza sanitaria con occhi completamente diversi.
Le reazione dei cittadini davanti a nuove restrizioni provocherebbe pericoli per l’ordine pubblico
La vera questione infatti non è soltanto: “L’Hantavirus potrebbe diventare una pandemia?”. La vera questione è: “Come reagirebbero oggi i cittadini del mondo davanti a nuovi lockdown, nuove restrizioni e nuove campagne vaccinali di massa?”. Sicuramente in modo completamente diverso rispetto al 2020. Perché il Covid ha lasciato:
• danni economici enormi;
• crisi psicologiche profonde;
• tensioni sociali;
• aumento della sfiducia istituzionale;
• polarizzazione politica;
• e una percezione diffusa di opacità nella gestione delle emergenze.
Molti cittadini oggi chiederebbero immediatamente:
• trasparenza sui dati;
• pubblicazione integrale degli studi;
• accesso ai contratti con le case farmaceutiche;
• farmacovigilanza indipendente;
• consenso informato reale;
• libertà di dibattito scientifico.
Ed in caso di mancate risposte la resistenza civile registrata durante la pandemia Covid19 potrebbe evolvere in forme più incisive di protesta con pericoli per l’ordine pubblico, certamente non sottovalutatili dalle Istituzioni.
Le retorica dei ‘vaccini’ questa volta non attecchirebbe
Ed è qui che emerge il nodo più delicato di tutti: la paura. Negli ultimi anni la paura è diventata un fattore centrale della gestione politica e sociale delle emergenze. Questo potrebbe non implicare necessariamente l’esistenza di complotti globali o regie uniche. Ma è evidente che:
• la comunicazione emergenziale influenza profondamente i comportamenti collettivi;
• il linguaggio sanitario produce effetti politici enormi;
• la gestione mediatica delle crisi può amplificare ansia, polarizzazione e conflitto sociale.
Un popolo terrorizzato accetta limitazioni che in condizioni normali rifiuterebbe. Una società impaurita smette di fare domande. Un cittadino spaventato rinuncia più facilmente a libertà fondamentali. Ma dal Covid in poi questo potrebbe non essere essere scontato, quantomeno per coloro che hanno pagato la fiducia incondizionata nei vaccini e per coloro che dubitando sull’utilità dei vaccini si sono sottratti, verificando successivamente la fondatezza delle loro perplessità.
Comunque andranno le cose cittadini non consegneranno le proprie vite ad organismi internazionali e a Big Pharma
Ed è proprio per questo che oggi servirebbero:
• equilibrio;
• rigore scientifico;
• trasparenza;
• pluralismo;
• libertà di confronto.
Perché il rischio più grande nel mondo post-Covid non è soltanto sanitario. È democratico. L’Hantavirus potrebbe restare un focolaio limitato. Oppure evolvere in qualcosa di più serio. Nessuno oggi può saperlo con certezza. Ma una cosa appare evidente: il mondo post-Covid non è più disposto a consegnare fiducia cieca a governi, organismi internazionali, Big Pharma e sistemi mediatici senza pretendere verifiche indipendenti, responsabilità e totale trasparenza. Ed è probabilmente questa la vera eredità lasciata dall’ultima grande emergenza globale. E forse la domanda più importante non è nemmeno: “Quale sarà il prossimo virus”, ma: “Le democrazie occidentali hanno davvero imparato qualcosa dall’ultima emergenza globale?”.
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