di Angelo Giorgianni

Gli Stati Uniti parlano di “custodia” della nave, come se si trattasse di una misura amministrativa o di polizia. ma le cose stanno in modo diverso
Il sequestro della petroliera russa Marinera da parte degli Stati Uniti, avvenuto in alto mare, non è soltanto un atto di applicazione delle sanzioni. È un episodio che mette a nudo una tendenza ormai strutturale della politica estera americana: l’idea che Washington possa esercitare un controllo diretto e selettivo sugli spazi globali comuni, dai circuiti finanziari alle rotte marittime, anche in assenza di un mandato internazionale condiviso. Gli Stati Uniti parlano di “custodia” della nave, come se si trattasse di una misura amministrativa o di polizia. Ma il linguaggio non cambia la sostanza dei fatti. Si è trattato di un sequestro forzato di una nave civile battente bandiera straniera in acque internazionali, eseguito attraverso un dispiegamento militare. Un atto che, secondo i principi fondamentali del diritto marittimo, dovrebbe rappresentare un’eccezione estrema, riservata a casi come la pirateria o a decisioni esplicite del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Non certo una prassi ordinaria di enforcement unilaterale.
Le contraddizioni americane e la posizione dei russi
Mosca ha definito l’operazione illegale, e su questo punto la posizione russa non può essere liquidata come pura propaganda. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare tutela la libertà di navigazione e limita in modo rigoroso l’uso della forza in alto mare. Le sanzioni unilaterali, anche quando giustificate da considerazioni politiche o di sicurezza, non conferiscono automaticamente il diritto di fermare, abbordare e sequestrare navi civili di altri Stati. Accettare questo principio significherebbe legittimare una forma di giurisdizione globale di fatto, esercitata dal più forte. È qui che emerge il paradosso centrale della posizione americana. Washington si presenta come garante dell’“ordine internazionale basato sulle regole”, ma allo stesso tempo si riserva il diritto di sospendere o reinterpretare quelle regole quando entrano in conflitto con i propri obiettivi strategici. Gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione sul diritto del mare, eppure ne invocano selettivamente i principi, piegandoli a una logica di opportunità. Una contraddizione che indebolisce la credibilità americana ogni volta che chiede ad altri Paesi di rispettare il diritto internazionale.
Il problema non è l’esistenza di comportamenti opachi: è il modo in cui si decide di reagire a essi
La giustificazione delle cosiddette “flotte ombra”, dei cambi di bandiera e delle pratiche elusive esiste ed è reale. Ma il problema non è l’esistenza di comportamenti opachi: è il modo in cui si decide di reagire a essi. Se l’elusione delle sanzioni diventa il criterio per l’uso della forza in alto mare, allora il confine tra legalità e arbitrio si dissolve. Qualsiasi traffico commerciale, energetico o logistico che contrasti con gli interessi americani può essere considerato “illegittimo” e quindi bloccato, senza passare da un tribunale internazionale, senza una decisione ONU, senza un consenso multilaterale. La Russia, certo, non è un attore innocente. Le sue pratiche commerciali e marittime contribuiscono a erodere la trasparenza del sistema globale. Ma concentrare l’attenzione solo su Mosca significa eludere la questione principale: il precedente che gli Stati Uniti stanno creando vale per tutti. Se oggi è una petroliera russa, domani potrebbe essere una nave di qualsiasi Paese non allineato, o semplicemente non abbastanza influente da opporsi.
La progressiva sostituzione del diritto internazionale con l’unilateralismo armato, mascherato da applicazione delle regole
In questo scenario, la libertà di navigazione – pilastro del commercio mondiale – rischia di trasformarsi in una libertà condizionata. Non più garantita dal diritto internazionale, ma dall’appartenenza a una determinata sfera politica. Un mondo in cui le rotte marittime non sono sicure perché regolamentate, ma perché sorvegliate militarmente da una potenza dominante. La Marinera diventa così il simbolo di una deriva più ampia: la progressiva sostituzione del diritto internazionale con l’unilateralismo armato, mascherato da applicazione delle regole. Un modello che può apparire efficace nel breve periodo, ma che nel lungo termine erode la fiducia nelle norme comuni e incoraggia altri attori a rispondere adottando la stessa logica di forza. Quando il mare smette di essere uno spazio neutrale e condiviso e diventa terreno di imposizione selettiva, non si rafforza la sicurezza globale: la si rende più fragile. Perché un ordine fondato sulla potenza può essere imposto, ma non è mai stabile. E in questo equilibrio che si sposta dal diritto alla coercizione, la responsabilità non può essere attribuita solo a chi aggira le sanzioni, ma anche – e soprattutto – a chi decide di farle rispettare al di fuori di ogni cornice realmente legittimata dal diritto internazionale.








