di Angelo Giorgianni

In Sicilia il trasformismo politico è un metodo di governo
La politica siciliana possiede un talento che nessun’altra regione italiana ha saputo affinare con la stessa perfezione: l’arte del trasformismo. Non è un fenomeno occasionale. È un metodo di governo. Cambiano i simboli, cambiano le sigle, cambiano le coalizioni, ma il potere resta sempre nelle mani della stessa classe dirigente, che ha imparato a sopravvivere a tutto: alla fine della Democrazia Cristiana, a Tangentopoli, alla Seconda Repubblica, al berlusconismo, al populismo e perfino all’antipolitica. Ogni volta riesce a presentarsi con un volto nuovo, pur essendo sempre la stessa.
Raffaele l’onnipresente
L’ultima rappresentazione è andata in scena a Scoglitti. Raffaele Lombardo ha lanciato l’idea di un nuovo fronte autonomista, centrista, civico, moderato, cristiano-democratico e meridionalista. L’obiettivo dichiarato è costruire un’alternativa all’attuale Governo siciliano di Renato Schifani e dare vita a una nuova classe dirigente capace di rilanciare la Sicilia. L’appello è stato raccolto quasi immediatamente. L’Udc ha aderito con entusiasmo. Cateno De Luca ha aperto al confronto, ponendo alcune condizioni: mani libere, nessun diktat dei salotti romani, piena autonomia politica e rinnovamento della classe dirigente. Se ci si fermasse alle parole, si potrebbe persino pensare che stia nascendo una rivoluzione politica.
Il problema è che la memoria esiste.
Il Cateno De Luca-pensiero: quando Roma sembrava poter offrire prospettive, era una destinazione da raggiungere, quando quelle prospettive sono venute meno, Roma è diventata il nemico da combattere… La coerenza prima di tutto!
Fino a ieri il percorso di Sud Chiama Nord era un altro. Il movimento cercava un consolidamento nazionale, interlocuzioni romane, alleanze parlamentari, riconoscimenti politici oltre lo Stretto. Si percorrevano i corridoi della politica nazionale perché si riteneva che il futuro passasse anche da lì. Oggi, esaurita quella prospettiva e ridimensionate le ambizioni nazionali, Roma diventa improvvisamente il simbolo di tutti i mali. È una conversione politica tanto rapida quanto conveniente. Quando Roma sembrava poter offrire prospettive, era una destinazione da raggiungere. Quando quelle prospettive sono venute meno, Roma è diventata il nemico da combattere. Succede spesso nella politica italiana. In Sicilia accade con una regolarità quasi scientifica.
La farsa di chi dovrebbe ‘rinnovare se stesso…
Ma la vera questione non riguarda soltanto Cateno De Luca. Sarebbe troppo semplice ridurre tutto a una polemica personale. Il punto investe un’intera classe dirigente che, da quarant’anni, cambia contenitori politici senza mai cambiare metodo. A Scoglitti si è parlato di rinnovamento. È una parola impegnativa. Perché il rinnovamento presuppone, innanzitutto, l’assunzione di responsabilità per ciò che è stato. Chi dovrebbe essere rinnovato? Da chi? Attorno a quel tavolo siedono uomini che, con ruoli diversi, hanno attraversato quarant’anni di politica regionale. Hanno governato, amministrato, partecipato alle maggioranze, costruito partiti, fondato movimenti, deciso candidature, distribuito incarichi. Oggi parlano di una nuova classe dirigente come se quella precedente fosse piovuta dal cielo. La verità è molto meno comoda. Quella classe dirigente sono stati loro.
Lo Statuto autonomistico siciliano svuotato e calpestato da chi oggi lo vorrebbe rilanciare. Come si può andare dietro a questi personaggi?
Ed è proprio questa classe dirigente che dovrebbe spiegare ai siciliani perché lo Statuto speciale, uno dei più avanzati strumenti di autonomia previsti dalla Costituzione italiana, sia rimasto per quasi ottant’anni una promessa incompiuta.
Lo Statuto non era una bandiera da sventolare nei comizi. Era un patto costituzionale. Doveva garantire alla Sicilia autonomia finanziaria, fiscale, amministrativa e politica. Doveva consentire all’Isola di trattenere le proprie risorse, programmare il proprio sviluppo e diventare la piattaforma economica del Mediterraneo. Invece è stato lentamente svuotato. Non con un colpo di mano. Ma attraverso una lunga sequenza di rinunce, compromessi e silenzi. Roma ha certamente difeso gli interessi di Roma. Sarebbe ingenuo stupirsene. Il problema è che chi avrebbe dovuto difendere gli interessi della Sicilia ha troppo spesso preferito difendere i partiti nazionali, le correnti, gli equilibri di governo e le proprie carriere politiche.
Il tradimento dell’Autonomia siciliana è stato consumato nei ‘Palazzi’ della politica della nostra Isola
Il vero tradimento dell’Autonomia non è stato consumato soltanto nei ministeri romani. È stato consumato anche nei ‘Palazzi’ della politica siciliana. Per questo la Sicilia, una delle regioni più ricche d’Europa per risorse naturali, posizione geografica, patrimonio culturale, energia, agricoltura e turismo, è stata progressivamente trasformata in una regione dipendente. Una terra che produce energia paga l’energia. Una terra ricca d’acqua soffre la sete. Una terra che potrebbe vivere della propria agricoltura importa prodotti agricoli dall’estero. Una terra al centro del Mediterraneo vede altri porti diventare protagonisti della logistica internazionale. Una terra che forma migliaia di giovani è costretta a regalarli ad altre regioni e ad altri Paesi.
La Sicilia è stata resa povera da quella politica che oggi si presenta come liberatrice
La Sicilia non è nata povera. È stata resa povera. Ed è stata resa povera anche da quella politica che oggi pretende di presentarsi come liberatrice. Ma c’è una domanda che nessuno dei protagonisti di questa nuova operazione politica sembra voler affrontare. Supponiamo che questo nuovo fronte autonomista ottenga davvero una percentuale decisiva alle prossime elezioni regionali. Supponiamo che quei voti siano determinanti per formare una maggioranza. Che cosa accadrà il giorno dopo lo scrutinio? Con chi governeranno? Con chi si alleeranno per conquistare assessorati, presidenze di commissione e posti di governo? Con il centrodestra? Con il centrosinistra? Oppure assisteremo all’ennesima geometria variabile costruita nel nome della governabilità? Perché è proprio qui che finiscono gli slogan e comincia la politica.
La solita recita
La storia siciliana insegna che quasi tutti i movimenti nati proclamando autonomia dai partiti nazionali sono poi finiti per sostenere una delle due grandi coalizioni guidate dalle segreterie romane. È lì che si decidono gli equilibri parlamentari, è lì che si negoziano candidature, assessorati, sottogoverno e rapporti di forza.
E allora la domanda diventa inevitabile. Se domani questo nuovo polo sarà determinante, resterà davvero autonomo oppure diventerà il socio di governo di una coalizione nazionale? Perché è facile denunciare i diktat di Roma durante una conferenza stampa. Molto più difficile è rinunciare alle poltrone che quei diktat possono garantire.
La politica dovrebbe avere almeno il pudore della memoria. Invece continua a confidare nell’oblio dei cittadini
L’Autonomia non si misura nei comunicati. Si misura nel momento in cui bisogna scegliere tra la coerenza e la convenienza. È allora che si scopre se un movimento nasce per cambiare il sistema o semplicemente per contrattare un posto migliore al suo interno. La politica dovrebbe avere almeno il pudore della memoria. Invece continua a confidare nell’oblio dei cittadini. Ogni crisi diventa una nuova lista. Ogni sconfitta genera un nuovo movimento. Ogni fallimento produce un nuovo simbolo. Ogni stagione politica ricomincia come se nulla fosse accaduto. È il grande inganno del trasformismo siciliano: cambiare tutto perché nulla cambi. La Sicilia non ha bisogno dell’ennesima alleanza costruita attorno agli stessi nomi. Ha bisogno di una classe dirigente che abbia il coraggio di dire la verità ai siciliani. La prima verità è che Roma ha certamente le proprie responsabilità. La seconda, molto più scomoda, è che senza la complicità della politica siciliana nessuno avrebbe potuto svuotare lo Statuto speciale. Per quasi ottant’anni il tradimento dell’Autonomia non è arrivato soltanto da Palazzo Chigi. È arrivato anche da Palazzo d’Orléans. Ed è per questo che, prima di parlare di una nuova classe dirigente, sarebbe doveroso chiedere conto alla vecchia. Perché senza questa assunzione di responsabilità, ogni nuovo fronte autonomista rischia di apparire non come l’inizio di una stagione diversa, ma come l’ennesima operazione di sopravvivenza di un ceto politico che cambia bandiera ogni volta che cambia il vento, senza mai cambiare davvero rotta.
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