Il Trentino Alto Adige rafforza la sua Autonomia. La Sicilia assiste in silenzio al funerale del proprio Statuto

di Angelo Giorgianni

In questa Regione l’Autonomia non una reliquia storica da esibire nelle cerimonie ufficiali, ma uno strumento concreto di potere, sviluppo e tutela del territorio

Il Senato della Repubblica ha approvato il rafforzamento dello Statuto Speciale del Trentino Alto-Adige/Südtirol. Molti giornali hanno raccontato la notizia come una semplice modifica formale legata all’inserimento della dicitura “Südtirol”. Ma la realtà politica è ben diversa e molto più profonda. Quello approvato a Palazzo Madama è l’ennesimo passo di un percorso strategico portato avanti da una classe dirigente che considera l’Autonomia non una reliquia storica da esibire nelle cerimonie ufficiali, ma uno strumento concreto di potere, sviluppo e tutela del territorio. In Trentino-Alto Adige l’Autonomia viene difesa ogni giorno, aggiornata, rafforzata e utilizzata come leva economica e politica.

Lì lo Statuto è applicato

Loro trattano con lo Stato da una posizione di forza. Pretendono il rispetto delle proprie prerogative. Difendono ogni competenza. Controllano il territorio. Proteggono le imprese locali. Programmano infrastrutture. Gestiscono risorse. Difendono identità e interessi economici. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti:

  • E i risultati sono sotto gli occhi di tutti:
  • servizi efficienti;
  • infrastrutture moderne;
  • qualità della vita elevata;
  • economia forte;
  • capacità di trattenere ricchezza;
  • peso politico reale nei confronti dello Stato centrale.
E in Sicilia? Un disastro

Loro hanno capito una verità fondamentale: l’autonomia non è folklore. È potere. E la Sicilia? La Sicilia, che possiede uno degli Statuti Speciali più antichi e teoricamente più avanzati d’Europa, assiste in silenzio. Un silenzio grave. Assordante. Umiliante. Mentre il Trentino rafforza il proprio Statuto, la Sicilia continua a subire lo svuotamento sistematico del proprio. Ed il dato più drammatico è che questo svuotamento non è avvenuto soltanto per responsabilità dei governi nazionali. È avvenuto soprattutto con la complicità della stessa classe politica siciliana. Questa è la verità che per anni nessuno ha avuto il coraggio di dire chiaramente ai siciliani.

Lo Statuto Siciliano non è stato distrutto in una notte. È stato lentamente consumato, smontato pezzo dopo pezzo attraverso silenzi, rinunce, sudditanze, compromessi e obbedienze ai partiti nazionali. Per decenni abbiamo assistito ad una politica siciliana capace soltanto di usare l’Autonomia come slogan elettorale mentre nei fatti ne accettava la demolizione quotidiana. Hanno parlato di autonomia mentre:

  • cedevano sovranità fiscale;
  • accettavano il definanziamento infrastrutturale;
  • permettevano la desertificazione industriale;
  • lasciavano morire agricoltura e pesca;
  • subivano il monopolio energetico;
  • tolleravano l’emigrazione di massa dei giovani siciliani;
  • trasformavano la Sicilia in terra di dipendenza economica.
La tragedia siciliana

E nel frattempo continuavano a occupare poltrone, assessorati, partecipate, enti regionali, commissioni e consulenze. Hanno trasformato l’Autonomia Siciliana in una gigantesca macchina di gestione del consenso. Questa è la tragedia politica della Sicilia contemporanea. Perché il problema della Sicilia non è l’assenza di strumenti giuridici. Gli strumenti esistono già. Esistono nello Statuto, nella Costituzione e nelle prerogative speciali che la Sicilia avrebbe dovuto esercitare da decenni.

Non esiste una classe dirigente vera

Il vero problema è che non esiste più una classe dirigente disposta a difendere realmente quei poteri. Una Sicilia che applicasse davvero il proprio Statuto avrebbe:

  • autonomia finanziaria reale;
  • controllo strategico delle risorse energetiche;
  • fiscalità di vantaggio;
  • continuità territoriale vera;
  • poteri speciali sulle infrastrutture;
  • tutela concreta dell’agricoltura;
  • gestione diretta delle proprie ricchezze.
Una Sicilia realmente autonoma sarebbe meno controllabile, meno ricattabile, meno dipendente e meno funzionale agli equilibri dei grandi partiti nazionali

E soprattutto avrebbe una forza politica enorme nei confronti dello Stato centrale. Ed è esattamente questo che molti non vogliono. Perché una Sicilia realmente autonoma sarebbe meno controllabile, meno ricattabile, meno dipendente e meno funzionale agli equilibri dei grandi partiti nazionali. E allora si è preferito mantenere la Sicilia in una condizione di subordinazione permanente. Una terra ricca trattata come una periferia. Una regione strategica ridotta a mercato elettorale. Un popolo antico trasformato in massa rassegnata.

Ed è qui che il confronto con il Trentino diventa devastante. Perché mentre loro difendono ogni centimetro delle proprie competenze, qui da noi si accetta tutto:

  • commissariamenti;
  • tagli;
  • espropriazioni di potere;
  • imposizioni energetiche;
  • marginalizzazione infrastrutturale;
  • perdita di prerogative fiscali.
Hanno preferito servire il partito anziché difendere la Sicilia

E tutto questo senza quasi mai vedere una vera ribellione politica della classe dirigente siciliana. Anzi. Molti hanno costruito le proprie carriere proprio sulla fedeltà ai vertici romani dei partiti. Hanno preferito servire il partito anziché difendere la Sicilia. Hanno preferito la candidatura alla dignità. La disciplina di partito alla sovranità statutaria. E oggi il risultato è sotto gli occhi di tutti:

  • ospedali in crisi;
  • strade incomplete;
  • ferrovie medievali;
  • giovani costretti ad emigrare;
  • imprese strangolate;
  • intere aree abbandonate;
  • povertà crescente;
  • dipendenza economica strutturale.
L’Autonomia siciliana frutto del sangue dei siciliani

Eppure la Sicilia continua ad essere una delle terre più ricche d’Europa per posizione geopolitica, risorse energetiche, agricoltura, turismo, patrimonio culturale e capacità produttive. Il problema non è la Sicilia. Il problema è chi l’ha governata. Lo Statuto Siciliano nacque dal sangue, dalle rivolte popolari e dalla richiesta di dignità di un popolo che non voleva più essere colonia. Nacque per garantire libertà economica, giustizia territoriale e autodeterminazione. Oggi invece viene trattato come una pergamena ingiallita da esibire nei convegni istituzionali mentre nella realtà viene svuotato giorno dopo giorno. E oltre il danno, oggi arriva anche la beffa. Mentre la Sicilia perde pezzi reali della propria Autonomia, la stessa classe dirigente che per decenni ha assistito in silenzio allo svuotamento dello Statuto celebra solennemente l’ottantesima ricorrenza dell’Autonomia Siciliana come se nulla fosse accaduto. Gli stessi che hanno tollerato la demolizione delle prerogative siciliane oggi si riscoprono improvvisamente autonomisti. Si moltiplicano convegni, commemorazioni, celebrazioni ufficiali, dichiarazioni solenni e passerelle istituzionali.

Le domande ai politici siciliani che oggi celebrano lo Statuto

Ma il popolo siciliano dovrebbe chiedere: dove erano mentre lo Statuto veniva svuotato? Dove erano mentre la Sicilia perdeva poteri, risorse, infrastrutture e sovranità economica? Dove erano mentre migliaia di giovani erano costretti a lasciare questa terra? E la cosa ancora più inquietante è il tentativo di impossessarsi persino della memoria dei nostri martiri dell’indipendenza siciliana. Oggi alcuni esponenti della politica istituzionale, che nulla hanno fatto per difendere realmente l’Autonomia, programmano giornate celebrative dedicate ai morti dell’indipendentismo siciliano, quasi volessero appropriarsi della loro storia, del loro sacrificio e della loro battaglia. Come sciacalli politici che arrivano dopo la distruzione per usare simboli, memoria e martiri come strumenti di consenso.

No ai professionisti del potere

Ma quei morti non appartengono ai professionisti del potere. Non appartengono ai partiti nazionali. Non appartengono a chi ha contribuito alla resa della Sicilia. Appartengono al popolo siciliano. Appartengono alla storia di una terra che chiedeva dignità, libertà e autodeterminazione. Ed è proprio questo il punto più drammatico: si celebra l’Autonomia mentre l’Autonomia viene svuotata. Si commemorano i martiri mentre si tradiscono le ragioni per cui hanno combattuto. E la cosa più inquietante è la rassegnazione. Una rassegnazione che ormai attraversa pezzi della società siciliana. Come se tutto fosse inevitabile. Come se la Sicilia dovesse accettare per destino il ruolo di terra subordinata. No. Non è inevitabile.

Mentre il Trentino usa l’autonomia per diventare più forte, la Sicilia continua ad essere governata da una classe politica che ha amministrato la propria resa

Il Trentino dimostra esattamente il contrario. Dimostra che l’autonomia funziona quando esistono orgoglio, coscienza identitaria, classe dirigente, visione politica e capacità di difendere il territorio. Ed è per questo che oggi serve qualcosa di molto più grande delle solite dichiarazioni di circostanza. Serve una presa di posizione popolare. Pacifica. Democratica. Ma fortissima. Serve una nuova coscienza siciliana. Serve una nuova generazione politica libera dai ricatti dei partiti nazionali. Serve una mobilitazione culturale prima ancora che elettorale. Perché nessuno restituirà dignità alla Sicilia se i siciliani continueranno ad affidarsi a chi ha già dimostrato di non voler difendere questa terra. La verità è semplice: mentre il Trentino usa l’autonomia per diventare più forte, la Sicilia continua ad essere governata da una classe politica che ha amministrato la propria resa. E se i siciliani non reagiranno adesso, il rischio non sarà soltanto perdere lo Statuto. Sarà perdere definitivamente la coscienza di essere un popolo.

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