In meno di un anno alla Casa Bianca Trump sta imponendo la politica estera americana nel mondo. Dopo la cattura di Maduro ora si attende la fine della teocrazia iraniana per rilanciare gli Accordi di Abramo

di Andrea Piazza

Può piacere o no, ma il presidente USA ha immobilizzato il dittatore di un narco-Stato

L’amministrazione americana ha messo a segno un nuovo strike. Nel breve volgere di quattro mesi circa, il Presidente Donald Trump è riuscito nell’intento di destituire il dittatore del Venezuela, Nicolás Maduro. Negli ultimi mesi le forze navali USA sono rimaste in prossimità delle coste venezuelane, intervenendo chirurgicamente manu militari per colpire il narcotraffico diretto verso gli USA. Nelle scorse ore il blitz nottirno: a Caracas sono stati colpiti obiettivi militari, sedi istituzionali, l’abitazione del Ministro della Difesa e infine la Delta Force ha catturato il Presidente Maduro unitamente alla coniuge. Entrambi sono stati deportati sul territorio USA, formalmente incriminati dalla Procura di New York per terrorismo e traffico internazionale di stupefacenti.

Oggi ci troviamo nel piano di un reset geopolitico

Per comprendere chi è il destituito Maduro possiamo fare affidamento sulle parole pronunciate dalla premio Nobel per la Pace 2025, Maria Corina Machado, che da venezuelana lo ha definito “un dittatore che usa il terrore e l’inganno per mantenere il potere”. Ancora una volta, con un’ azione rapida “mordi e fuggi” l’amministrazione Trump è riuscita ad imprimere la propria direzione in politica estera. Nell’ultimo anno, considerato che il Presidente Donald Trump è entrato in carica il 20 gennaio 2025, gli equilibri internazionali sono stati sottoposti a molteplici sollecitazioni. Pur ritrovandoci in una selva oscura, ovvero contornati da molteplici incertezze, è evidente che stiamo vivendo una fase di reset geopolitico, più articolato del periodo che ha caratterizzato il venir meno della ‘guerra fredda’.

All’Unione europea rimane un vuoto e antistorico ideale progressista

L’antipasto dell’unificazione delle due Germanie e gli accordi (capestro) di Maastricht 1992 ci hanno fatto vivere tra le sbarre dorate il lungo trentennio globalista. Sull’altare di un ideale progressista antistorico, sono stati sacrificati i diritti dei lavoratori, conquistati negli anni ’70 del secolo passato in favore del ‘sacro Grall’ laico ovvero del mercato libero. In un mix di conflitti regionali – vedasi in Ucraina, in Palestina e nuovi equilibri ad iniziare dalla Siria passando anche con una pressione sul regime teocratico iraniano – il mondo intorno a noi è in mutazione. Soltanto nella pseudo patria europea attecchiscono i valori di una guerra di resistenza presso terzi per una ‘pace giusta’. È triste riscontrare che il detto l’unione fa la forza è sostanzialmente applicabile tra le persone ma, di contro, inidoneo per aggregare Stati diversi strutturati su fondamenti economici comuni.

Il fallimento integrale del sovranazionalismo

Il riscontro del nostro fallimento sovranazionalista è che l’Unione Europea si è trasformata da espressione di Stati sovrani in un’informe forza regionale: un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi grandi di ferro. Ancora una volta, il nostro essere europei, legati alla sacralità del formalismo in forza della nostra educazione sociale, non ci ha consentito di comprendere e cogliere l’esuberanza, talvolta anche ruvida e diretta, del tycoon. Abbiamo tentato di cavalcare il nostro presente, di fare germogliare un colonialismo globalista secondo l’ideale di esportare la democrazia nel mondo. I risultati delle guerre fallite sono evidenti ed è pertanto più che una certezza che abbiamo sbagliato cavallo ideologico, indebolendo di contro le nostre società.

Con la caduta della teocrazia iraniana verranno rilanciati gli Accordi di Abramo

Ritornando alla realtà, è certo il disinteresse americano per la prosecuzione del conflitto in Ucraina e, al contempo, non è improbabile l’implosione medio tempore del regime teocratico iraniano. Se ciò accadesse, gli effetti di un eventuale cambio nella regione persiana determinerebbero i presupposti per rilanciare gli Accordi di Abramo voluti dalla prima presidenza Trump, sotto una prospettiva rinnovata che candida anche la nuova Siria e che potrebbe rilanciare l’Iran che verrà (dopo Alì Khamenei). In conclusione, la linea del Presidente Trump ha una prospettiva concreta di rilancio e sviluppo, mentre di contro l’Unione Europea ci vorrebbe traghettare verso il riarmo con la prospettiva di un inverno atomico.

Foto tratta da Il Dubbio

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