La guerra che impoverisce l’Europa e arricchisce l’America

di Angelo Giorgianni

L’Europa si sta indebolendo economicamente mentre gli Stati Uniti consolidano la propria posizione energetica e industriale

C’è qualcosa di profondamente stonato nel racconto ufficiale di questa guerra. Non nelle tragedie, che sono reali. Non nelle città distrutte, che sono davanti agli occhi di tutti. Ma nella narrazione economica che accompagna il conflitto, come se le guerre fossero soltanto una questione di valori, di bandiere e di principi morali. La storia, però, insegna altro. Ogni guerra è anche una grande redistribuzione di potere economico. Cambiano le rotte commerciali, si ridefiniscono le dipendenze energetiche, si spostano capitali e industrie. Alcuni Paesi pagano il prezzo più alto, altri emergono rafforzati. Guardando con freddezza a ciò che sta accadendo, emerge un quadro difficile da ignorare: l’Europa si sta indebolendo economicamente mentre gli Stati Uniti consolidano la propria posizione energetica e industriale. Per capire perché, bisogna tornare indietro di qualche anno. (Sopra, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente americano, Donald Trump: foto Wikipedia)

L’Europa che non c’è più

Per oltre mezzo secolo l’Europa ha costruito il proprio successo economico su un equilibrio silenzioso ma fondamentale: energia relativamente economica, industria potente e mercati globali aperti. Il cuore di quel sistema era il gas naturale russo, che arrivava attraverso una rete di gasdotti costruita nel corso di decenni. Quel gas non era soltanto una merce. Era il combustibile invisibile della prosperità europea. Alimentava l’industria chimica tedesca, le acciaierie, le fabbriche di fertilizzanti, il vetro, la ceramica, l’intero sistema manifatturiero. Era energia stabile, relativamente economica e trasportata direttamente attraverso i tubi. Poi è arrivata la guerra in Ucraina. E con la guerra è arrivata la rottura definitiva di quel modello energetico. Le sanzioni, la chiusura dei flussi e infine la distruzione dei gasdotti del Baltico hanno cancellato in pochi mesi un sistema costruito in cinquant’anni. L’Europa si è trovata improvvisamente senza una delle sue principali fonti di energia. Da quel momento è iniziata una corsa disperata per sostituire il gas russo.

Il gas liquefatto e il nuovo equilibrio geopolitico

La soluzione è stata il gas naturale liquefatto, il cosiddetto LNG. Ma il LNG non è il gas che scorre nei gasdotti. È un prodotto industriale complesso. Il gas deve essere raffreddato fino a meno 160 gradi, trasformato in liquido, caricato su enormi navi metaniere, trasportato attraverso gli oceani e poi rigassificato nei terminali portuali. Ogni passaggio ha un costo. Il risultato è che il gas liquefatto è inevitabilmente più caro del gas trasportato via pipeline. Ed è qui che entra in gioco il nuovo equilibrio geopolitico. Il principale esportatore di LNG verso l’Europa oggi sono gli Stati Uniti. Grazie alla rivoluzione dello shale gas, Washington dispone di enormi riserve energetiche e di una crescente capacità di esportazione. Le metaniere partono dai terminali del Texas e della Louisiana e arrivano nei porti europei cariche di gas americano. Per l’economia statunitense è un affare gigantesco: miliardi di dollari di esportazioni energetiche che prima non esistevano. In altre parole, una parte sempre più grande della spesa energetica europea finisce oggi nelle casse delle compagnie energetiche americane.

Le grandi industrie europee si spostano negli Stati Uniti d’America

Ma il vero vantaggio americano non si limita alla vendita del gas. Sta nel divario di prezzo dell’energia. Negli Stati Uniti il gas resta molto più economico rispetto all’Europa. Questo significa che le industrie americane producono con costi energetici molto più bassi. La differenza non è marginale: in alcuni settori è enorme. Per un’industria energivora, come la chimica o la metallurgia, il costo dell’energia può determinare la differenza tra profitto e perdita. Quando il gas costa molto di più in Europa che negli Stati Uniti, le imprese cominciano a fare i loro conti. Ed è così che accade qualcosa che raramente finisce nei titoli dei giornali: gli investimenti industriali iniziano a spostarsi. Molte multinazionali europee stanno aumentando gli investimenti negli Stati Uniti. Non per ragioni ideologiche, ma per ragioni molto concrete: energia più economica, incentivi industriali, stabilità del sistema energetico. È la vecchia legge dell’economia industriale: l’industria segue l’energia. Se l’energia costa troppo in un luogo, le fabbriche prima o poi si spostano altrove. Questo processo non avviene all’improvviso. È lento, quasi invisibile. Ma quando diventa strutturale, cambia la geografia economica del mondo.

Quando l’energia costa di più, tutto costa di più: è quello che sta avvenendo nel Vecchio Continente

L’Europa rischia così di entrare in una fase di deindustrializzazione progressiva. Alcuni segnali sono già visibili. Produzione ridotta in diversi settori energivori, impianti temporaneamente chiusi, investimenti rinviati o trasferiti all’estero. È l’effetto di un sistema energetico che è diventato improvvisamente molto più costoso. A questo si aggiunge un altro elemento: l’impatto sull’inflazione e sul potere d’acquisto. Quando l’energia costa di più, tutto costa di più. Trasporti, produzione industriale, agricoltura, beni di consumo. Il risultato è una pressione inflazionistica che riduce il potere d’acquisto delle famiglie e rallenta la crescita economica. Per contenere questi effetti, molti governi europei hanno dovuto spendere centinaia di miliardi in sussidi energetici e aiuti alle imprese. Ancora una volta, il conto viene pagato dai bilanci pubblici europei.

Quando gli equilibri energetici cambiano, cambiano anche gli equilibri di potere

Nel frattempo gli Stati Uniti si trovano in una posizione molto diversa. Hanno energia abbondante, esportano LNG e attraggono investimenti industriali. La crisi energetica europea, paradossalmente, rafforza la loro posizione economica. È un paradosso geopolitico che raramente viene discusso apertamente. L’Europa sostiene economicamente il fronte occidentale nella guerra, paga l’energia più cara e affronta le conseguenze industriali della crisi. Gli Stati Uniti, invece, consolidano il proprio ruolo di potenza energetica e rafforzano la propria base industriale. Non è necessariamente il risultato di un disegno pianificato. È semplicemente la logica spietata della geopolitica economica. Quando gli equilibri energetici cambiano, cambiano anche gli equilibri di potere.

I tre elemernti strategici

Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Può un Continente industriale prosperare a lungo se paga l’energia molto più cara dei suoi concorrenti? Perché nella storia moderna la potenza economica non si è mai basata solo su principi o alleanze politiche. Si è sempre basata su tre elementi concreti: energia abbondante, industria competitiva e autonomia strategica. Se uno di questi pilastri viene meno, anche il resto comincia lentamente a vacillare. Ed è questo il vero nodo che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni. Non soltanto come vincere una guerra. Ma come evitare di perdere il proprio futuro economico.

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