
di Giulio Ambrosetti
Nel Mar Nero infuria la guerra tra russi da una parte e ucraini e loro alleati dall’altra parte. Ne abbiamo già scritto (qui un articolo). Oggi torniamo a fare il punto della situazione con Sandro Puglisi, analista dei mercati delle materie prime a livello internazionale. Specializzato in grano e agribusiness, Puglisi, da anni, offre analisi approfondite su prezzi e tendenze globali. Attraverso studi pubblicati su prestigiose riviste economiche e di settore, esplora l’impatto di fattori macroeconomici, geopolitici e climatici, guidando investitori e operatori con strategie data-driven. Puglisi si occupa anche di gestione del rischio, logistica e innovazione fintech per la trasparenza nel commercio. E’ una voce autorevole che consente a diversi operatori di navigare con consapevolezza il mondo delle materie prime agricole.
“SEMBRA AVERE PIU FRETTA CHI DEVE VENDERE DI CHI DEVE COMPRARE”
Il Mar Nero è in crisi. In tanti oggi si pongono una domanda: perché il prezzo del grano in Italia non cresce?
“La guerra rende più difficile e costoso spostare il grano. Eppure sui mercati sta accadendo qualcosa di apparentemente paradossale: sembra avere più fretta chi deve vendere di chi deve comprare. La domanda ci sta. Se Russia e Ucraina sono tra i maggiori esportatori mondiali di cereali e se la crisi nel Mar Nero sta complicando i flussi, perché il prezzo del grano aumenta sui mercati internazionali mentre in Italia rimane sostanzialmente fermo? La risposta parte da una sorpresa: non è del tutto vero che il prezzo grano stia aumentando ovunque. A Luglio i prezzi internazionali del frumento sono saliti. Secondo la FAO, il wheat ha registrato un +5,8% rispetto a Giugno, sospinto dalle tensioni nel Mar Nero, dalle condizioni meteorologiche in alcune aree produttive e dal rischio geopolitico. Anche i futures hanno reagito: a Chicago il contratto Settembre, partito a inizio Luglio poco sotto i 6 dollari per bushel, ha sfiorato i 7 dollari nella fase più acuta della crisi. Poi qualcosa è cambiato”.
“UNA CRISI LOGISTICA NON DISTRUGGE NECESSARIAMENTE L’OFFERTA: PUO’ SEMPLICEMENTE INTRAPPOLARLA”
Cosa?
“Il 7 Agosto Chicago era tornato intorno a 6,30-6,40 dollari. E mentre le Borse incorporavano il rischio, il mercato fisico raccontava un’altra storia. Il 4 Agosto il Milling Wheat Marker di S&P Global Platts è sceso a 225,50 dollari per tonnellata per caricamenti Settembre: il livello più basso da tredici mesi. Non è un dettaglio. È la chiave di lettura. Rischio non significa scarsità. Gli attacchi ai porti e alle navi hanno reso la logistica del Mar Nero più complessa e costosa. Parte dei flussi ucraini è stata deviata su Danubio, ferrovia e confini occidentali, rotte che possono sostituire solo una quota della capacità marittima. Il grano, però, non è scomparso. È ancora lì. Una crisi logistica non distrugge necessariamente l’offerta: può semplicemente intrappolarla”.
E allora che succederà?
“Russia e Ucraina hanno bisogno di esportare. Non solo per generare valuta, ma perché il raccolto deve andare da qualche parte. La capacità di stoccaggio non è infinita. I raccolti invernali dell’Emisfero Nord stanno terminando e nelle prossime settimane arriveranno progressivamente anche quelli primaverili. Se il prodotto entra nei silos più velocemente di quanto riesca a uscire, la pressione aumenta. Bisogna liberare spazio. A questa necessità fisica si aggiunge quella finanziaria: agricoltori e operatori devono monetizzare il raccolto, sostenere i costi aziendali e preparare la nuova campagna. Così la guerra può generare un altro paradosso. Più difficile diventa esportare, maggiore può diventare l’urgenza di vendere quando si apre una finestra”.
Chi ha più fretta, allora?
“Da una parte ci sono grandi esportatori che devono movimentare prodotto. Dall’altra compratori che, almeno per ora, possono aspettare. La Turchia dispone di un raccolto domestico abbondante. L’Egitto ha ridotto fortemente gli acquisti. I migliori raccolti in alcuni Paesi del Nord Africa stanno contenendo la domanda, soprattutto sul grano duro. Anche le vendite export statunitensi di frumento restano inferiori allo scorso anno. In altre parole: molti venditori cercano compratori che non hanno fretta. Ed è qui che il normale rapporto tra guerra e prezzi può temporaneamente capovolgersi. Il rischio geopolitico aumenta. Il freight aumenta. Le assicurazioni diventano più costose. I futures reagiscono. Ma se la domanda fisica rimane debole e il venditore ha bisogno di movimentare prodotto, una parte di quei maggiori costi può comprimere il valore all’origine anziché trasferirsi integralmente sul compratore”.
“LA STABILITA’ DEL MERCATO ITALIANO NON E’ SORPRENDENTE”
E quindi che succede?
“La domanda in questo scenario è: perché il prezzo del grano dovrebbe salire l’Italia? Vista da questa prospettiva, la stabilità del mercato italiano appare meno sorprendente. Molti utilizzatori risultano coperti fino a Settembre e, in diversi casi, fino alla prima metà di Ottobre. Non devono comprare oggi. Sul mercato, almeno per il momento, le alternative esistono: grano tenero e duro continuano a essere offerti da Ungheria, Slovacchia, Croazia e altri Paesi dell’Europa centro-orientale senza segnali di scarsità reale. Sul grano duro il quadro è ancora più chiaro. Le prospettive nordamericane presentano alcuni rischi legati a resa e qualità, ma non indicano ancora un’emergenza. Il Nord Africa, grazie a raccolti migliori, esercita una pressione importatrice inferiore”.
Il cambio euro/dollaro che parte gioca?
“Con l’euro intorno a 1,15-1,16 dollari, la forza della moneta europea assorbe una parte degli eventuali aumenti delle commodities denominate in dollari, attenuandone l’impatto sul costo di importazione. Il mercato italiano non è immune da ciò che accade nel mondo. Semplicemente, oggi non ha bisogno di inseguirlo. Non esiste un solo prezzo del grano. Esistono almeno quattro prezzi diversi: 1) il prezzo all’origine, dove contano raccolto, stoccaggio e necessità di vendere; 2) il prezzo FOB, dove competono le diverse origini; 3) i futures, che incorporano aspettative e rischio; 4) il prezzo reso al compratore, sul quale pesano freight, assicurazione, cambio e logistica. Quando il sistema funziona normalmente, questi prezzi comunicano rapidamente. Quando la logistica si rompe, possono andare in direzioni diverse”.
LE CINQUE DOMANDE
E’ quello che sta avvenendo?
“Nel complesso sì. La crisi del Mar Nero sta facendo aumentare il prezzo del rischio più velocemente del prezzo del grano. Ma c’è una data di scadenza. Le coperture finiscono. Quando una parte degli utilizzatori italiani dovrà tornare sul mercato, conteranno meno i titoli dei giornali e molto di più alcune domande concrete. Prima domanda: quanta merce saranno riuscite realmente a esportare Russia e Ucraina? Seconda domanda: quanto prodotto sarà rimasto intrappolato? Terza domanda: le rotte alternative saranno riuscite a sostenere i flussi? Quarta domanda: quale sarà la quantità e, soprattutto, la qualità dei raccolti nordamericani? Quinta domanda: quanta disponibilità avranno ancora le origini alternative quando i grandi compratori torneranno contemporaneamente sul mercato? È lì che potrebbe cambiare il rapporto di forza”.
In che senso?
“Finché il problema è trovare spazio per il grano, la pressione è sul venditore. Quando il problema diventa trovare il grano, la pressione passa al compratore. È in quel momento che una crisi logistica può trasformarsi in una vera crisi di prezzo. L’Italia non è scollegata dai mercati internazionali. Sta rispondendo esattamente alle condizioni che il mercato fisico le presenta oggi: disponibilità, coperture, alternative e assenza di urgenza. I futures stanno prezzando il rischio futuro. Il mercato fisico continua a prezzare la disponibilità presente. E l’Italia, per ora, ha ancora il tempo dalla propria parte. La domanda, quindi, non è più: ‘Perché il grano in Italia non sale?’ La vera domanda è: ‘Per quanto tempo il compratore italiano potrà ancora permettersi di aspettare?'”.








