di Angelo Giorgianni

La privatizzazione dello scalo aeroportuale di Palermo è una resa, la conseguenza di un Governo nazionale che tratta il Mezzogiorno come un magazzino pegni: quando si deve fare ‘cassa’ si vende
Comincia sempre così, con un comunicato pieno di parole gonfie e rassicuranti, l’ennesima retorica del “passo avanti”, dell’“internazionalizzazione”, della “modernità” tirata a lucido come un manifesto pubblicitario. A Palermo, nella sede della GESAP, hanno appena deliberato la privatizzazione dell’
Aeroporto ‘Falcone-Borsellino’, e sembrava quasi di assistere a un rito. Il Sindaco del capoluogo della Sicilia parla come un altoparlante addestrato, l’assessore annuisce parlando di competenze e trasparenza, e tutti fanno finta di non vedere l’unica verità che conta: Palermo vende perché è costretta. Non c’è visione, non c’è strategia, non c’è coraggio. C’è solo la resa. E questa resa non è colpa di Palermo soltanto. È la conseguenza diretta di un Governo nazionale che da anni tratta il Mezzogiorno come un magazzino di pegni: quando serve fare ‘cassa’, si vende ciò che resta. E il Governo siciliano? Assente, distratto, incapace di immaginare un futuro diverso dalla dipendenza cronica. È un teatro delle ombre, in cui tutti recitano la parte dell’amministratore responsabile mentre consegnano la principale infrastruttura dell’Isola nelle mani di chiunque abbia abbastanza capitale per sedersi al tavolo.
Gli avvoltoi pronti a spartirsi un altro pezzo della nostra Isola
Palermo non è una notizia: è un segnale. La verità, che si ostinano a non dire, è che l’intera rete aeroportuale siciliana è già incamminata verso la privatizzazione, dichiarata o mascherata, avviata o in preparazione. A Catania, dove l’Aeroporto Fontanarossa è il vero polmone dell’Isola, la procedura è già iniziata: un’assemblea che ha detto sì, un piano che prevede la cessione del controllo, investitori internazionali in fila come avvoltoi eleganti pronti a spartirsi un pezzo di Sicilia. Tutto confezionato con la solita foglia di fico: “Manteniamo una quota pubblica qualificata”, la formula magica con cui ti dicono che perderai la maggioranza ma potrai continuare a guardare in silenzio.
Poi toccherà all’eroporto di Trapani
E poi c’è Trapani, l’Aeroporto di Trapani-Birgi, che la Regione tiene in vita come un paziente attaccato alle macchine. Anche lì la parola “privatizzazione” è già uscita più volte, ma sempre dopo aver speso milioni di soldi pubblici per renderlo presentabile. È la storia del Sud da sempre: prima si socializzano i costi, poi si privatizzano i profitti. E ogni volta ci raccontano che è progresso.
Una terra sempre più precaria
Ma il progresso vero, quello di cui nessuno parla, è un altro. È il progresso delle tariffe che aumentano, delle rotte che spariscono, dei collegamenti che si riducono, delle compagnie che scelgono altrove. Perché la Sicilia vive di precarietà strutturale: il turismo è un gigante dai piedi fragili, dipendente da un equilibrio delicatissimo. Qui un volo cancellato non è un fastidio logistico: è un albergo che lavora la metà, un ristorante che chiude prima dell’estate, un ragazzo che prepara la valigia per tornare al Nord. Un gestore privato, soprattutto se straniero, non guarda a questo territorio. Guarda al margine operativo. Taglia ciò che non rende, elimina ciò che non conviene, concentra ciò che fa profitto. Così rotte vitali per l’economia siciliana – quelle che portano turisti, lavoratori, tecnici, studenti, imprenditori – possono dissolversi in una notte, perché un fondo di investimento a Madrid o Parigi ha deciso che altrove i numeri sono migliori.
Una realtà che non controlla i propri aeroporti non ha futuro
E non è solo il turismo a subire. L’agroalimentare, che vive anche di export rapido, rischia intoppi, ritardi, costi più alti. Il settore congressuale, appena nato, può morire per mancanza di collegamenti stabili. Le imprese del territorio, già fragili, pagheranno trasferte più care, minore accessibilità, minore competitività.
Una Sicilia senza controllo dei suoi aeroporti è una Sicilia senza capacità di programmare, senza leva strategica, senza voce sul proprio futuro. Il vero rischio, quello più profondo, è che l’isola perda la sua sovranità dei cieli. Senza il controllo sui tre aeroporti — Palermo, Catania, Trapani — la Regione non può decidere lo sviluppo, non può garantire continuità territoriale, non può difendere i territori marginali. Non può nulla. E allora il governo regionale osserva, quello nazionale timbra, e gli investitori stranieri dettano il calendario dei voli, le tariffe, le rotte, perfino la geografia economica dell’Isola. A quel punto i comunicati non serviranno più a niente. La privatizzazione degli aeroporti siciliani non sarà un “processo di valorizzazione”, ma la più grande cessione di sovranità economica, strategica e territoriale degli ultimi trent’anni. Una resa in piena regola, mascherata da riforma, celebrata come opportunità, compiuta nella distrazione generale di una terra che ha già perso troppo.
Foto tratta da Blog Sicilia








