La società in cui viviamo strutturata sul valore fondante dell’ipocrisia e delle belle parole ha prodotto i patrizi e i plebei dell’antimafia

di Andrea Piazza

Due aspetti concettuali

Ho letto con attenzione la pagine cittadina di Repubblica che intervista l’ex boss Santino Di Matteo e l’articolo in merito alla manifestazione commemorativa per la barbara uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ovviamente, non entrerò nel merito della tragedia che ha portato i ‘macellai’ di Cosa nostra ad uccidere uno dei tanti bambini innocenti. Il dolore genitoriale è incommensurabile, lo so bene sia come figlio e lo rivivo anche colloquiando con l’amica Graziella Accetta e Ninni Domino, genitori di Claudio. La vicenda allargata della tragedia Di Matteo mi onera di ribadire due aspetti concettuali. Uno di carattere generale, l’altro in qualità di legale che, in sede civile, dopo avere ottenuto la sentenza di condanna nei confronti degli autori materiali (incluso Santino Di Matteo) e mandanti, alla propria assistita (sorella della vittima) è stato negato il risarcimento da parte del Ministero dell’Interno. Il perché è scritto nelle sentenze … secondo un’informativa la vittima “tossicodipendente” non sarebbe stato un estraneo al contesto criminale.

“… continuiamo a muoverci in una modalità commemorativa esclusiva e non inclusiva… dove non vige il principio tutti o nessuno”

Prossimamente sarà proposto ricorso innanzi la Suprema Corte dal mio (in senso affettivo) ex praticante già Cassazionista l’Avvocato Angelo Galante. In ordine alla manifestazione per il povero Giuseppe Di Matteo, affermo che ha fatto benissimo la Presidente della Commissione Nazionale Antimafia, Chiara Colosimo, ad asserire che con Giuseppe la mafia ha perso. Sarebbe stato opportuno ad adiuvandum integrare la dichiarazione, dicendo che di contro con tutte le altre vittime “il mare magnum di seconda e terza serie” diversamente ha perso lo Stato. Il perché è più che evidente, continuiamo a muoverci in una modalità commemorativa esclusiva e non inclusiva… dove non vige il principio tutti o nessuno.

La mozione ‘insabbiata’ dal Consiglio comunale di Palermo

Nell’antimafia della nostra società strutturata sul valore fondante dell’ipocrisia condita dalle parole belle, abbiamo i patrizi ed i plebei dell’antimafia. Nel ricordo privilegiato di poche vittime illustri, ogni giorno si dimenticano tutte le altre vittime. È vergognoso perché, come ho detto e ribadito in molteplici occasioni, l’antimafia ormai nelle mani dei professionisti (damnatio sciasciana) ha sbagliato e continua ad errare anche grazie alla quarta colonna, il supporto mainstream. Dovremmo cambiare lo schema generale, passando al modello inclusivo, ispirandoci alla modalità commemorativa del genocidio degli ebrei. Sarebbe meno spettacolare ma più sentito. Continuo a portare avanti un modello di antimafia in povertà denominata francescana ma vedo, al pari del modello suprematista, prevalere il modello dell’industria dell’antimafia. Vorrei che si realizzassero i marciapiedi in memoria di tutte le vittime di mafia in viale Croce Rossa, a Palermo ma, l’intera classe politica se ne frega unitamente ai giornaloni (da oltre due anni è in attesa di calendarizzazione la mozione in Consiglio comunale a Palermo). La spiegazione è semplice, la nostra classe politica è fragile ed ostaggio del professionismo antimafia.

La “prova diabolica” mancata

Andando all’altra vicenda di carattere professionale, indirettamente anche personale, seguirò con attenzione l’evolversi della richiesta supportata anche della stampa dell’ex collaboratore Di Matteo. La Sig.ra Carmela Aiavolasit (che ho rappresentato sino a Dicembre 2020, adesso sono un funzionario della Regione Siciliana) ha chiesto il riconoscimento dei propri diritti, auspicando un ribaltamento per illogicità in sede di legittimità. È stata esclusa dal diritto ad accedere al fondo di rotazione vittime della mafia, perché avrebbe dovuto fornire “la prova diabolica”, ovverosia che il fratello tossicodipendente, assolutamente non mafioso, fosse estraneo al sodalizio che lo ha ucciso barbaramente. Il movente dell’omicidio sarebbe stato il “sospetto di avere commesso un furto in casa del boss Giovanni Brusca, con l’aggravante di conoscere il figlio di un appartenente di Cosa nostra… tralasciando la circostanza che in un piccolo centro o in una grande città siciliana alla fin fine si conoscono tutti.

“L’omicidio di mafia vive la transumanza, resuscita ed in continuità si trasferisce sulla vita dei familiari superstiti come un ergastolo senza deroghe”

Potremmo attribuire al movente ipotetico valore di atto di sfida, disobbedienza civile allo strapotere mafioso… come accaduto per Peppino Impastato che si era ribellato al proprio padre mafioso. Sarebbe il caso di dire che l’ingiustizia è come una maglia da rete allargata per la mattanza, dal momento che ex lege non è possibile anche per la normativa sulle Misure di Prevenzione in seguito a confisca, agire in via diretta per il risarcimento sul patrimonio dei colpevoli. In Sicilia la nostra magistratura, tralasciando la difficoltà endemica di decodificare le grandi stragi di mafia 1992, in una chiave complessa geopolitica insanguinata dalle intelligence… attribuisco la colpa decennale anche alla nostra classe di magistrati isolani. Ad esempio il Tribunale principale della Sicilia, Palermo, località che ha dato i natali all’organizzazione mafiosa, ha abdicato per le tabelle risarcitorie in favore del Tribunale di Milano, in tutta sincerità più in linea al criterio risarcitorio colposo. La differenza è anche sostanziale, perché l’omicidio mafioso NON si consuma come un cerino con la morte della sola vittima. L’omicidio di mafia vive la transumanza, resuscita ed in continuità si trasferisce sulla vita dei familiari superstiti come un ergastolo senza deroghe. Ancora oggi, nessun politico, magistrato e parte della società così detta civile, riescono a cogliere il senso della realtà “mafiata ” per dirla alla Michele Greco detto il ‘papa’.

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