di Angelo Giorgianni

Il paradosso della nostra Isola: è ricca di risorse energetiche che non controlla
C’è un modo semplice per capire se un territorio è libero oppure no: guardare chi controlla la sua energia. Non le parole, non i programmi, non le dichiarazioni. L’energia. Perché l’energia è il punto in cui economia, politica e sovranità si incontrano. E la Sicilia, da questo punto di vista, è un caso emblematico: una terra ricchissima di risorse energetiche, ma priva del potere su quelle stesse risorse. Non è un paradosso naturale. È una costruzione.
Il metano che passa dalla Sicilia alimenta interi settori economici continentali
Partiamo dai fatti, non dalle opinioni. La Sicilia è uno dei nodi energetici più importanti del Mediterraneo. A est, il polo petrolchimico di Augusta–Priolo–Melilli: raffinerie, terminali, trasformazione di greggio che arriva da fuori e riparte sotto forma di prodotti raffinati. A sud, Gela: storia petrolifera, oggi riconversione, ma infrastrutture ancora decisive. In mare, nel Canale di Sicilia, giacimenti di gas, piattaforme, aree di esplorazione. Sulla terra, metanodotti che collegano l’Africa all’Europa: il gas attraversa la Sicilia e alimenta interi sistemi economici continentali. Intorno, porti energetici, logistica, traffici. E soprattutto questo, il vero petrolio del futuro: sole e vento, tra i più abbondanti d’Europa. Questa non è periferia. È una piattaforma energetica.
Di tutta l’energia che passa dalla Sicilia rimangono solo inquinamento e costi
Eppure basta guardare le bollette delle famiglie, i costi delle imprese, la fragilità del sistema produttivo per capire che qualcosa non torna. Produciamo, trasformiamo, trasportiamo energia. Ma non la governiamo. Il valore generato qui si sposta altrove. Le decisioni vengono prese altrove. I benefici si distribuiscono altrove. Qui restano i costi, ambientali ed economici. Questo è il modello: utilizzare la Sicilia come snodo senza riconoscerle un ruolo decisionale. Una piattaforma, appunto. Non un soggetto. La questione, allora, non è se la Sicilia ha risorse. Le ha. La questione è chi le controlla.
Il primo passo
Ed è qui che si rompe l’equilibrio. Perché finché si resta nella logica della lamentela – “abbiamo ma non ci danno” – si resta dentro il problema. Il punto non è ottenere concessioni. È riprendersi ciò che già esiste. Non per sottrazione, ma per esercizio di sovranità. Non per chiudersi, ma per governare. Perché la Sicilia non deve chiedere di partecipare al sistema energetico: deve stabilire le condizioni della propria partecipazione. Il primo passo è la verità. Una ricognizione completa, pubblica, non negoziabile: concessioni, flussi, quantità, ricavi, impatti. Chi produce, chi trasporta, chi guadagna. Quanto resta e quanto viene portato via. Senza questa trasparenza, tutto il resto è narrazione. Con questa trasparenza, diventa politica.
Il secondo e il terzo passo
Il secondo passo è la ridefinizione del rapporto tra territorio e risorse. Non si tratta di bloccare l’energia, ma di stabilire un principio: ogni energia che nasce, passa o si trasforma in Sicilia deve lasciare in Sicilia una quota strutturale di valore. Non compensazioni occasionali. Non accordi opachi. Quote. Stabili. Verificabili. Perché senza ritorno economico non esiste autonomia, esiste sfruttamento. Il terzo passo è rompere il meccanismo della dipendenza energetica interna. Comunità energetiche, produzione distribuita, integrazione tra cittadini, imprese e territorio. Non è una misura tecnica, è una scelta politica. Significa che l’energia non è più solo nelle mani di pochi grandi operatori, ma diventa anche strumento diffuso. Significa abbassare i costi, rafforzare il tessuto economico, trattenere ricchezza.
Il quarto passo
Il quarto passo riguarda le rinnovabili. Qui si gioca una partita decisiva. Perché il rischio è evidente: riprodurre lo stesso schema del passato. Impianti costruiti da fuori, energia prodotta qui, valore che va via. La transizione energetica può essere una liberazione o una nuova forma di colonizzazione economica. Dipende da chi decide. La regola deve essere una sola: nessun impianto senza ricadute dirette sul territorio. Partecipazione locale, ritorni economici, integrazione con il sistema siciliano. Il sole e il vento non si comprano. Ma il valore che generano sì. E deve restare.
Il quinto passo
Il quinto passo è geopolitico. La Sicilia è il punto di ingresso del gas africano in Europa. Questo non è un dettaglio tecnico, è un dato di potere. Ma oggi questo potere non viene esercitato. Si subisce. Riprenderselo significa trasformare la posizione geografica in leva negoziale. Significa sedersi nei luoghi dove si decide. Non per chiedere, ma per contare. Non per opporsi, ma per determinare. E allora la questione si chiarisce. L’energia deve smettere di essere un costo e diventare un vantaggio. Per le imprese, significa competitività. Per i cittadini, significa dignità. Per il sistema, significa sviluppo. Ma questo non accade da solo. Accade solo quando si rompe il modello che ha trasformato la Sicilia in un territorio funzionale agli altri.
Chi non controlla la propria energia, non controlla il proprio destino
Qualcuno dirà che è difficile. È vero. Ma non è questo il problema. Il problema è che fino ad oggi non si è voluto farlo. Perché riprendersi il controllo significa rompere equilibri, disturbare interessi, uscire dalla subordinazione. Significa fare politica, nel senso più pieno del termine. La Sicilia non deve diventare qualcosa che non è. Deve semplicemente tornare a essere ciò che è già: centrale. Ma centrale nel potere, non solo nella geografia. Alla fine, tutto si riduce a una verità. Chi non controlla la propria energia, non controlla il proprio destino. E chi non controlla il proprio destino, non è libero. Per questo non basta capire. Non basta denunciare. Non basta analizzare. Bisogna riprenderselo. E quel momento non è domani. È adesso. La Sicilia non deve chiedere più. La Sicilia deve decidere.








