
di Angelo Giorgianni
Nell’Unione europea si puniscono le opinioni? Sembra proprio di sì
In una democrazia liberale il principio è chiaro, o dovrebbe esserlo: le opinioni non si puniscono. Mai. Neppure quando sono sbagliate, discutibili, minoritarie o urtano la sensibilità dominante. L’unico limite è l’istigazione diretta a commettere reati, che deve essere accertata da un tribunale, con prove, contraddittorio e garanzie. Nel caso Baud, tutto questo non esiste. Non c’è una sentenza, non c’è un reato dimostrato. C’è invece una decisione amministrativa e politica che trasforma un’opinione in una colpa sanzionabile. Questo non è un dettaglio tecnico: è un cambio di paradigma. L’UE non sta punendo ciò che una persona ha fatto, ma ciò che ha detto e rappresentato narrativamente. È una deriva che non rafforza lo Stato di diritto: lo indebolisce.
La “guerra ibrida” come giustificazione universale
Il concetto di “minaccia ibrida” viene oggi utilizzato come giustificazione per colpire individui accusati di influenzare l’opinione pubblica. Ma è un concetto pericolosamente vago. Non definisce criteri giuridici stringenti, non richiede prove penali, non distingue tra propaganda coordinata e dissenso individuale. In pratica, consente all’esecutivo europeo di decidere quali narrazioni sono accettabili e quali no. Oggi tocca a chi viene accusato di filorussismo. Domani potrebbe toccare a chi critica la NATO, le politiche economiche, le sanzioni stesse, o l’architettura di potere dell’Unione. Quando la sicurezza diventa una categoria elastica, la libertà diventa condizionata.
La democrazia che non si fida dei cittadini
C’è un aspetto ancora più inquietante: queste misure presuppongono che i cittadini non siano in grado di valutare, discernere, criticare. Che debbano essere protetti da idee “sbagliate” attraverso la rimozione delle voci scomode. È una visione paternalistica e tecnocratica, non democratica. Una democrazia matura combatte le idee con altre idee, non con liste nere. Se un’analisi è falsa, la si smentisce. Se è tendenziosa, la si smonta. Se è propagandistica, la si espone per quello che è. Punirla, invece, significa ammettere una debolezza: la paura del confronto.
Dissenso e tradimento: una confusione voluta
Sempre più spesso, chi si discosta dalla narrazione ufficiale viene descritto come “portavoce”, “strumento”, “amplificatore” di potenze ostili. È una logica binaria: o allineato, o sospetto. O conforme, o pericoloso. Ma questa non è la logica della democrazia. È la logica dello stato d’eccezione permanente. Una logica che svuota il pluralismo e trasforma il dibattito pubblico in un recinto sorvegliato.
Sanzioni senza processo: un precedente gravissimo
Le sanzioni contro Baud non passano da un giudice. Non prevedono una difesa pubblica. Non comportano un accertamento penale. Sono pene sostanziali inflitte senza giustizia. Questo è il punto più grave. Perché una volta accettato che un’istituzione possa colpire economicamente e civilmente un individuo per le sue opinioni, nessuno è davvero al sicuro. Il confine si sposta, sempre.
L’Europa che tradisce i propri principi
L’Unione europea ama definirsi una comunità di valori. Ma una libertà che vale solo finché non disturba non è libertà: è una concessione revocabile. Le liste di proscrizione non difendono la democrazia, la svuotano. Non proteggono il pluralismo, lo normalizzano. Se l’UE vuole davvero distinguersi dai regimi che dice di contrastare, dovrebbe fare una cosa molto più difficile e molto più democratica: tollerare il dissenso, anche quando è scomodo, anche quando è irritante, anche quando sbaglia. Perché il giorno in cui si comincia a punire le opinioni in nome della sicurezza, la democrazia ha già perso qualcosa di essenziale. E recuperarlo, una volta perso, è sempre molto più difficile.







