L’impatto della Guerre nel Golfo Persico sui mercati agricoli mondiali. Aumentano i prezzi dei fertilizzanti e del gasolio agricolo ma non i prezzi del grano. Perché? Parla Sandro Puglisi

Una chiacchierata con il noto analista dei mercati internazionali delle materie prime. La telefonata tra Trump e Putin che ha rasserenato gli operatori economici. La stabilità del grano. Energia, logistica e geopolitica sono invece sempre più instabili

La Guerra nel Golfo Persico e gli effetti sui mercati agricoli. Ne parliamo con Sandro Puglisi, analista dei mercati delle materie prime a livello internazionale. Specializzato in grano e agribusiness, da oltre sei anni Puglisi offre analisi approfondite su prezzi e tendenze globali. Attraverso studi pubblicati su prestigiose riviste economiche e di settore, esplora l’impatto di fattori macroeconomici, geopolitici e climatici, guidando investitori e operatori con strategie data-driven. Puglisi si occupa anche di gestione del rischio, logistica e innovazione fintech per la trasparenza nel commercio. E’ una voce autorevole che consente a diversi operatori di operare con consapevolezza nel mondo delle materie prime agricole.  

Il conflitto nel Golfo Persico sta influenzando i mercati agricoli mondiali? Ci sono problemi legati a carenza di grano?

“Il grano non manca. È la stabilità che scarseggia. Negli ultimi giorni i mercati globali hanno mostrato tutta la loro fragilità. All’inizio della settimana i timori di escalation nel Golfo Persico avevano spinto il petrolio vicino ai 120 dollari al barile, alimentando il timore di un nuovo shock energetico. Poi, nel giro di poche ore, la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin e l’ipotesi di un possibile alleggerimento delle sanzioni sul petrolio russo hanno cambiato radicalmente il clima dei mercati. Il petrolio ha invertito rapidamente la rotta, scendendo verso l’area degli 85-90 dollari al barile. Energia, fertilizzanti e trasporti hanno reagito immediatamente. Il grano, molto meno. È questo il paradosso dei mercati agricoli di oggi: mentre i costi per produrre cibo oscillano violentemente sotto la pressione della geopolitica, la materia prima resta abbondante sui mercati globali”.

Spesso i mercati anticipano le crisi. Che effetti sta sortendo nell’economia globale la nuova guerra del Golfo Persico?

“Le ultime 24 ore sono state una dimostrazione molto chiara di come funzionano oggi i mercati globali. Quando aumenta la tensione in Medio Oriente, i primi mercati a reagire sono sempre quelli dell’energia. Il Golfo Persico resta uno degli snodi più importanti per l’approvvigionamento mondiale di petrolio e gas. Per questo motivo, quando emergono timori di escalation, il petrolio reagisce immediatamente. Allo stesso modo, quando arrivano segnali di possibile de-escalation – come nel caso della recente telefonata tra Trump e Putin – il mercato corregge rapidamente le aspettative. Questa volatilità energetica si trasmette poi all’intero sistema economico: fertilizzanti, carburanti e trasporti sono tutti direttamente collegati al costo dell’energia”.

Quindi non siamo di fronte a una crisi alimentare?

“No. Dal punto di vista agricolo il mondo non sta affrontando una carenza di cereali. Le ultime stime internazionali indicano produzioni globali elevate e scorte ancora consistenti di grano. Anche i recenti rapporti pubblicati da FAO e AMIS descrivono un sistema cerealicolo globale sostanzialmente stabile. Questo significa che i mercati oggi non stanno reagendo a una mancanza di cibo, ma piuttosto a un aumento dell’incertezza geopolitica ed energetica”.

Sta aumentando il prezzo dei fertilizzanti e del gasolio agricolo?

“Sì, ed è una dinamica piuttosto evidente. Un indicatore molto chiaro arriva dal mercato dei fertilizzanti azotati, in particolare dall’urea scambiata sul mercato NOLA negli Stati Uniti. A Dicembre bastavano circa 75 bushel di mais per acquistare una tonnellata di urea. Oggi ne servono circa 126. Questo significa che, in pochi mesi, il potere d’acquisto degli agricoltori rispetto ai fertilizzanti è peggiorato drasticamente. Il prezzo dell’urea è aumentato di circa 77%, mentre il prezzo del mais è salito appena del 5% nello stesso periodo. I contratti CME indicano oggi valori di circa 510–518 dollari per tonnellata sui contratti da 10 tonnellate per Maggio; 480–489 dollari per le consegne di Giugno; fino a 500–550 dollari sui contratti di maggiore volume. Questo è un esempio molto concreto di come i costi agricoli possano aumentare rapidamente anche quando i prezzi dei cereali restano relativamente stabili”.

Ma allora perché aumentano i prezzi dei fertilizzanti e del gasolio agricolo mentre il prezzo del grano resta basso?

“Il prezzo del grano dipende soprattutto dall’equilibrio globale tra offerta e domanda. Negli ultimi anni il mondo ha registrato raccolti molto abbondanti e una forte competizione tra i principali Paesi esportatori. Un esempio molto concreto arriva proprio dal mercato internazionale del grano duro. Il 6 Marzo scorso la Tunisia ha concluso una gara internazionale per l’acquisto di grano duro con le offerte più competitive presentate dalla società italiana Casillo a 334,49 e 334,67 dollari per tonnellata CIF, con spedizione prevista tra il 1° e il 30 Aprile. Questo livello di prezzo mostra chiaramente che sul mercato internazionale continua a esserci una forte competizione tra esportatori, segnale di un’offerta globale ancora ampia. In altre parole: possono aumentare energia, fertilizzanti e logistica, ma se sul mercato mondiale c’è molto grano disponibile, il prezzo della materia prima tende a restare sotto pressione”.

L’Italia importa molto grano. È una debolezza del sistema agricolo?

“Non necessariamente. L’Italia è uno dei più grandi trasformatori di grano al mondo. La nostra industria della pasta e dei prodotti da forno esporta in tutto il Pianeta. Per sostenere questa produzione è necessario importare una parte del fabbisogno nazionale. Il grano duro arriva soprattutto da Canada e Stati Uniti, mentre il grano tenero proviene in gran parte da Paesi dell’Unione Europea e da altri mercati internazionali. Questo non rappresenta una debolezza del sistema agricolo italiano, ma il funzionamento di una filiera agroalimentare molto sviluppata che trasforma il grano in prodotti ad alto valore aggiunto. In conclusione, se dovessimo riassumere la situazione dei mercati agricoli, oggi potremmo dirlo così: il mondo non ha un problema di quantità di grano. Il vero problema è che energia, logistica e geopolitica stanno diventando sempre più instabili. Il grano resta abbondante. La stabilità, molto meno”.  

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