di Angelo Giorgianni

Tra illusioni istituzionali e riaffermazione della sovranità nazionale
L’Unione Europea continua a proclamarsi custode di valori universali: libertà di opinione, Stato di diritto, tutela dei diritti fondamentali. Tuttavia, la realtà dimostra che queste dichiarazioni spesso hanno valore simbolico più che sostanziale. Il caso del visto negato dagli Stati Uniti a Thierry Breton ha suscitato l’indignazione di Bruxelles, considerata una violazione del principio della libertà di espressione, uno dei valori fondanti dell’UE. Peccato che tale indignazione risulti selettiva e dimostri l’ipocrisia di un apparato che tutela il diritto di parola solo quando coincide con la linea ufficiale. Breton, ex commissario europeo, non è mai stato scomodo: difenderlo significa difendere il sistema, non la libertà di opinione. Al contrario, Jacques Baud, ex colonnello svizzero e analista militare, è stato sanzionato, isolato economicamente e limitato nei viaggi semplicemente per aver espresso opinioni divergenti: misure identiche, giudizio opposto.
Contraddizioni strutturali
La libertà di espressione selettiva, lo Stato di diritto sospeso e l’uguaglianza condizionata davanti alla legge mostrano la crisi strutturale dell’Unione. La certezza del diritto è sostituita da provvedimenti discrezionali, mentre il principio dell’unanimità, fondamentale per un’Unione di Stati sovrani, viene aggirato o svuotato di significato. Esempi recenti lo confermano: le sanzioni agli asset russi, decise senza unanimità, mostrano come decisioni economiche e politiche cruciali possano essere imposte anche contro la volontà di singoli Stati membri. La proprietà privata diventa una variabile politica, espropriabile secondo convenienze geostrategiche.
Gli Stati che si smarcano
La prova più evidente della crisi dell’UE è il comportamento concreto degli Stati membri: sempre più spesso, di fronte a decisioni imposte da Bruxelles, i governi rivendicano autonomia:
• Ungheria e Polonia rifiutano di subordinare i bilanci nazionali alle valutazioni della Commissione, minacciando di bloccare i fondi europei.
• Germania negozia bilaterali energetici con Russia e Norvegia, proteggendo le proprie forniture indipendentemente dai canali europei.
• Italia e Francia adattano le proprie politiche migratorie, costringendo Bruxelles a soluzioni ad hoc.
• Austria e Paesi nordici stipulano accordi bilaterali per bypassare decisioni europee considerate dannose.
Si allarga la frattura tra Unione europea e i Paesi che ne fanno parte
A queste dinamiche si aggiunge un elemento sempre più cruciale: la crescente opposizione alla guerra contro la Russia. Ungheria e Slovacchia hanno più volte espresso dissenso verso l’invio di armi a Kiev e le sanzioni contro Mosca, sottolineando i rischi di escalation e il peso economico delle contromisure. Oggi anche la Francia mostra segnali di cautela rispetto alla linea ufficiale della Commissione Europea, richiamando la necessità di equilibrio tra sostegno a Kiev e tutela degli interessi nazionali, economici ed energetici. Questa opposizione interna alla politica di guerra non è un episodio isolato, ma segnala la frattura crescente tra Bruxelles e gli Stati membri su una delle questioni più strategiche del Continente. L’UE dimostra così la propria incapacità di agire come guida unitaria in politica estera e sicurezza, delegando implicitamente agli Stati membri la decisione finale sui propri interessi nazionali.
La pressione della piazza
Anche le proteste sociali e politiche evidenziano la debolezza dell’apparato centrale:
• L’accordo UE-Mercosur è stato sospeso per pressioni politiche e ambientali.
• La PAC ha subito modifiche per le proteste dei produttori in Francia, Germania e Polonia.
• Le politiche migratorie sono state adattate, con deroghe, per Italia e Ungheria.
• Gli obiettivi climatici sono stati rimodulati dopo pressioni di alcuni Stati membri.
La crescente opposizione alla guerra in Ucraina rafforza questa tendenza: movimenti politici interni e opinione pubblica spingono gli Stati a prendere decisioni autonome, dimostrando che l’UE non può imporre politiche uniformi su questioni così sensibili.
Perché l’UE non esiste più come comunità politica
I principi fondativi dell’Unione sono stati progressivamente demoliti:
• Libertà di espressione garantita solo se coincide con la linea ufficiale.
• Stato di diritto sospeso quando le sanzioni diventano preventive e politiche.
• Uguaglianza tra Stati membri sostituita da privilegi per chi si allinea e marginalizzazione per chi dissente.
• Principio dell’unanimità aggirato o forzato.
• Tutela della proprietà privata subordinata a logiche politiche e geostrategiche.
• Politica estera e sicurezza sempre più frammentata, con Stati membri che perseguono interessi nazionali divergenti, anche in guerra.
Quando gli Stati non si riconoscono più in questi principi, l’Unione smette di esistere come comunità politica. Ciò che resta è un apparato burocratico che pretende fedeltà, simboli e procedure, privo di legittimazione reale.
La riaffermazione della sovranità
Di fronte a questa realtà, gli Stati sono costretti a riaffermare nazionalismo e sovranità, non per ideologia, ma per proteggere i propri interessi e i propri cittadini. Chi accetta passivamente il diktat europeo rischia sanzioni arbitrarie, politiche strategiche dannose o perdita di autonomia nazionale. Riprendere il controllo della politica interna, dei rapporti internazionali e della posizione in conflitti esteri diventa l’unico modo per difendersi. La posizione di Ungheria, Slovacchia e ora anche Francia, contrarie a seguire ciecamente la linea pro-guerra, dimostra che gli Stati membri esercitano sovranità anche su temi di sicurezza e geopolitica, sottolineando l’incapacità della UE di agire come guida unitaria in questioni vitali. Questa opposizione interna rischia di produrre una spaccatura strategica europea, con ripercussioni sulla coesione militare, sul sostegno economico a Kiev e sulle relazioni con Stati Uniti e NATO.
Il futuro dell’Europa senza Unione
Formalmente, l’UE può continuare a funzionare come apparato burocratico, ma la coesione politica è frantumata. La mancanza di legittimazione trasforma il mercato unico e le politiche comuni in fonti di instabilità. L’incremento del nazionalismo interno accentua la polarizzazione, mentre sul piano internazionale gli Stati negoziano separatamente, riducendo l’influenza europea e rendendo impossibile una politica estera coerente. La guerra in Ucraina evidenzia come la UE non sia in grado di guidare una strategia comune: le divergenze tra gli Stati membri indeboliscono la posizione europea nel negoziato globale e spingono le potenze esterne a trattare con singoli Stati anziché con l’Unione.
Conclusioni
Difendere Thierry Breton oggi non significa difendere la libertà di opinione. Punire Jacques Baud non significa proteggere la sicurezza. Forzare la proprietà privata o aggirare l’unanimità non significa rafforzare l’Europa. Tutto questo dimostra che il patto fondativo dell’Unione Europea è stato demolito. Le istituzioni possono continuare a funzionare formalmente, ma la dissoluzione dei principi e degli obiettivi dell’UE, il comportamento autonomo degli Stati e la pressione interna e internazionale decretano la fine dell’UE come entità politica. Gli Stati, per proteggersi dalla deriva dell’apparato europeo e dalle decisioni arbitrarie in politica interna e estera, sono costretti a riaffermare la loro sovranità e autonomia internazionale. La UE è morta come Unione: ciò che resta è solo un nome e un apparato senza legittimazione, mentre gli Stati agiscono come attori sovrani nel mondo reale, anche nella gestione di crisi internazionali come la guerra in Ucraina.
Foto tratta da Wikipedia







