di Angelo Giorgianni

Quando l’informazione smette di disturbare il potere e inizia a servirlo
C’è un dato che attraversa gli ultimi anni della vita pubblica europea come una linea rossa, continua e ostinatamente rimossa: il progressivo svuotamento della funzione democratica dei media. Non per censura brutale, non per repressione dichiarata, ma per adesione volontaria, per conformismo interiorizzato, per una scelta precisa di campo. Se esiste un attore che ha abdicato con particolare zelo al proprio ruolo, non è la politica – che per definizione persegue interessi – ma il sistema dell’informazione, che avrebbe il compito di sorvegliarla. E che invece ha scelto di farsi parte dell’ingranaggio, rinunciando al conflitto, al dubbio, alla critica.
Il giornalismo europeo: da cane da guardia a cane di compagnia
Il giornalismo europeo non si limita più a raccontare il potere: ne condivide il linguaggio, i presupposti, i limiti del dicibile. Non più cane da guardia, ma cane da compagnia. Non più luogo di confronto, ma apparato di normalizzazione. Chi pensa che si tratti di una deriva occasionale, legata a singole emergenze, o peggio di una conseguenza inevitabile dei tempi, finge di non vedere. Siamo davanti a una trasformazione strutturale: l’informazione ha smesso di interrogare il potere e ha iniziato a proteggerlo, a giustificarlo, spesso ad anticiparlo.
La domanda che guida oggi gran parte dell’informazione non è più “è vero?” o “è rilevante?”, ma “è compatibile?”
I media non sono stati costretti: hanno scelto di rinunciare al pluralismo come una virtù. È necessario dirlo senza ambiguità: i media non sono stati costretti. Hanno scelto. La rinuncia al pluralismo non è stata imposta con la forza, ma rivendicata come responsabilità. Il conformismo è stato venduto come maturità. L’allineamento come realismo. La domanda che guida oggi gran parte dell’informazione non è più “è vero?” o “è rilevante?”, ma “è compatibile?”. Compatibile con la linea delle istituzioni, con il clima politico, con la cornice narrativa dominante. La verifica dei fatti è stata progressivamente sostituita dalla verifica dell’ortodossia. La complessità è diventata sospetta. Il dubbio un atto di irresponsabilità. Il dissenso un problema di ordine pubblico simbolico. Così il giornalismo ha smesso di svolgere la sua funzione primaria: disturbare il potere. E ha iniziato a svolgerne un’altra: renderlo accettabile.
Il Covid come prova generale: i media non hanno vigilato sulle decisioni politiche: ne sono diventati il braccio comunicativo
La pandemia ha mostrato il modello perfetto di informazione disciplinata, impermeabile al dissenso.
Chi oggi si dice sorpreso dall’uniformità del racconto mediatico sulla guerra o sulla politica internazionale, mente. Tutto era già stato sperimentato durante la pandemia. Il Covid è stato il laboratorio perfetto di un’informazione verticale, docile e impermeabile al dissenso. Medici, ricercatori, scienziati che avanzavano dubbi, proponevano ipotesi alternative o chiedevano semplicemente un confronto aperto non sono stati trattati come interlocutori da confutare, ma come anomalie da neutralizzare. Ridicolizzati, marginalizzati, delegittimati. Spesso colpiti professionalmente, esposti alla gogna mediatica, trasformati in figure moralmente sospette. Non c’è stato dibattito scientifico. C’è stata una narrazione unica, difesa con zelo quasi militante. I media non hanno vigilato sulle decisioni politiche: ne sono diventati il braccio comunicativo. Ciò che allora veniva giustificato come eccezione emergenziale oggi mostra il suo vero volto: non un incidente, ma un precedente. Non una deviazione, ma un metodo.
Fact-checking: il controllo del perimetro
Il fact-checking è diventato uno strumento di controllo delle voci autorizzate, non di verifica dei fatti. In questo contesto, anche il fact-checking ha cambiato natura. Da strumento utile per smascherare falsità verificabili, si è trasformato in meccanismo di controllo del discorso pubblico. Non si valutano più le affermazioni, si classificano le persone. Non si discute il contenuto, si decide chi è legittimato a parlare. Il risultato è un sistema in cui la verità non emerge dal confronto, ma viene certificata dall’allineamento. Durante il Covid prima, e sulla guerra oggi, il fact-checking viene usato come clava simbolica: chi solleva dubbi non viene confutato, ma marchiato. Le analisi critiche diventano “narrazioni ostili”, le domande “disinformazione”, il pensiero autonomo “propaganda”. Il giornalismo, così, smette di arbitrare il dibattito e assume il ruolo di guardiano del recinto.
Ridicolizzare per non rispondere
Quando non è possibile censurare apertamente, si sceglie la ridicolizzazione del dissenso. Non serve rispondere agli argomenti. Basta screditare chi li propone. Etichettarlo come “eccentrico”, “isolato”, “controverso”. Aggettivi vaghi, ma devastanti. Titoli allusivi. Talk show costruiti per schiacciare la voce dissonante sotto il peso del consenso prefabbricato. È una violenza simbolica che non proibisce di parlare, ma trasforma la parola in una colpa. Il messaggio è semplice: puoi esprimerti, ma ne pagherai il prezzo. Così il dissenso si ritira. Si autocensura. E i media, anziché contrastare questo meccanismo, lo raffinano.
Dalla pandemia alla guerra: nessuna discontinuità
Il passaggio dal Covid alla guerra mostra la continuità del metodo: cambia l’oggetto, non il comportamento dei media. Chi oggi chiede negoziati, chi mette in discussione l’escalation militare, chi parla di pace viene trattato esattamente come ieri venivano trattati i medici dissenzienti: non come interlocutore, ma come problema. Quando il Papa denuncia la ridicolizzazione dei pacifisti, non compie un gesto retorico. Indica un dispositivo preciso: la trasformazione del dissenso in devianza morale, della critica in colpa, della domanda in minaccia.
Media come apparato
Gran parte dei media non è più contropotere, ma apparato al servizio dell’ordine stabilito. A questo punto è inutile fingere neutralità: gran parte dei media non funziona più come contropotere, ma come apparato. Non apre spazi di libertà, li chiude in nome della responsabilità. Non pluralizza il dibattito, lo restringe. Non informa: conforma. Un’informazione che sacrifica il pluralismo per garantire unità non difende la democrazia. La svuota. Una società privata del conflitto delle idee non diventa più forte, ma più fragile. Più docile. Più manipolabile. Accettare media allineati come normalità significa accettare che il silenzio venga scambiato per ordine e l’obbedienza per virtù. È una scelta comoda per il potere. Molto meno per la libertà. E come sempre, il conto finale non lo pagano i media. Lo paga la società, quando scopre – troppo tardi – di non avere più strumenti per capire, dissentire, scegliere.
Foto tratta da Startmag








