di Angelo Giorgianni

L’Unione europea sta aggirando la precauzione in materia di sicurezza alimentare e tracciabilità dei prodotti
C’è un modo elegante per rinunciare a una politica senza mai ammetterlo: chiamarla razionalizzazione. È ciò che sta accadendo all’agricoltura europea, oggi ufficialmente semplificata, coordinata, integrata; nella pratica, progressivamente svuotata. L’accordo con il Mercosur arriva alla fine di questo percorso, non come un atto isolato, ma come la sua più coerente conclusione. Non si tratta di commercio, o almeno non solo. Le grandi parole – apertura, sostenibilità, partenariato – servono a mascherare una decisione più prosaica: in un’Europa che ha già archiviato la propria ambizione industriale e che ora investe con crescente convinzione nella difesa, produrre cibo diventa un’attività accessoria. Qualcosa che si può tranquillamente importare, anche se così facendo si aggirano principi giuridici europei fondamentali, come quello di precauzione in materia di sicurezza alimentare e tracciabilità dei prodotti. Del resto, quando i bilanci si accorpano e le politiche si fondono, anche le priorità si confondono. Agricoltura, coesione, pesca, sociale: tutto nello stesso contenitore, tutto teoricamente uguale. Poi, però, qualcuno decide cosa conta davvero. E non serve molta immaginazione per capire quali capitoli diventeranno comprimibili e quali, invece, intoccabili. Ancora una volta, la forma prevale sul diritto: la coerenza normativa e la tutela degli agricoltori diventano dettagli da posticipare o rimandare a verifiche successive, come già accade nell’accordo Mercosur.
Le novità che non cambiano nulla
Le ultime versioni dell’accordo vengono presentate come più attente, più verdi, più responsabili. Una narrativa rassicurante, che poggia su impegni futuri, verifiche successive, standard da definire. Una promessa di controllo rimandata a dopo l’apertura dei mercati. Una formula già vista. Una formula che, sul piano giuridico, sfiora l’illegittimità: aprire il mercato prima di garantire standard equivalenti mina la parità concorrenziale e viola i principi comunitari di sicurezza e tutela del consumatore. Nel frattempo, i prodotti arrivano. Carni, cereali, materie prime agricole entrano in concorrenza diretta con produzioni europee che da anni sostengono costi normativi, ambientali e sanitari sempre più elevati. Non è una sfida ad armi pari. È una gara in cui uno dei concorrenti corre con lo zaino pieno di regole e l’altro viaggia leggero. Questa disparità non è solo un’ingiustizia economica: è un vulnus giuridico alla coerenza delle politiche europee. Si dice che il consumatore ne beneficerà. Prezzi più bassi, maggiore offerta. Ma è un beneficio di breve periodo, ottenuto a spese di un sistema produttivo che, una volta smantellato, non si ricostruisce. Quando un’azienda agricola chiude, non delocalizza: scompare. E nel farlo, spariscono anche gli strumenti di controllo che la legge europea impone, lasciando il mercato senza garanzie certe.
L’Italia, partner riluttante
Per Paesi con un’agricoltura marginale, l’accordo può apparire neutro. Per l’Italia, no. Qui il settore primario non è un residuo del passato, ma un asse economico, occupazionale e territoriale. È trainante: alimenta filiere industriali, turismo enogastronomico, commercio, occupazione diretta e indiretta. Eppure si accetta un’intesa che consolida una tendenza già in atto: importare sempre di più, esportare sempre meno. E farlo senza assicurarsi la reciproca applicazione dei principi europei, trasformando l’accordo in uno strumento potenzialmente illegittimo rispetto ai diritti degli agricoltori e alla tutela dei consumatori. Si potrebbe dire che il problema esisteva già. Vero. Ma proprio per questo sarebbe servita una strategia opposta, non una ratifica politica dell’inevitabile. Invece si sceglie di adattarsi, di accompagnare il declino, di presentarlo come modernizzazione. Intanto, la retorica della sovranità alimentare continua a fare bella mostra di sé nei discorsi ufficiali. Una sovranità che, però, non si difende nei negoziati, non si tutela nei bilanci, non si garantisce nei territori. Una parola che resta, mentre la sostanza se ne va.
Quando il cibo diventa variabile secondaria
C’è un dettaglio che meriterebbe maggiore attenzione: l’accordo arriva mentre l’Europa riduce superfici coltivabili, incentiva usi alternativi dei suoli e concentra risorse su altre priorità considerate strategiche. In questo contesto, il Mercosur assume una funzione precisa: garantire approvvigionamenti esterni affidabili mentre si ridisegna l’economia interna. Ma farlo trascurando le verifiche preventive e la coerenza normativa significa creare un precedente illegittimo: un accordo commerciale che aggira le norme europee e che potrebbe essere impugnato per violazione dei principi di sicurezza e parità concorrenziale. È una scelta legittima, certo. Ma sarebbe almeno onesto dichiararla per quello che è. Non una politica agricola, bensì una politica di compensazione. Non un rilancio, ma una gestione dell’arretramento. E per l’Italia, questo arretramento rischia di trasformarsi in tracollo economico: chiusura di aziende agricole, perdita di migliaia di posti di lavoro, collasso di interi distretti produttivi e filiere industriali collegate.
L’illusione del controllo
Si confida che i meccanismi europei sapranno governare il processo, che le clausole di salvaguardia interverranno se necessario, che il mercato troverà un equilibrio. È la stessa fiducia che ha accompagnato altre grandi aperture commerciali, con esiti non sempre esaltanti. Nel frattempo, chi produce in Europa è chiamato ancora una volta a fare la sua parte: adattarsi, innovare, resistere. Ma senza certezze, senza protezioni reali, senza una visione che non sia quella di rendere il settore sempre più marginale. E senza garanzie legali che impediscano alle importazioni esterne di aggirare le regole comunitarie.
Una scelta che dice molto
L’accordo Mercosur dice molto più di quanto sembri. Dice che l’Europa ha smesso di considerare il cibo una questione strategica. Dice che la produzione può essere esternalizzata come qualsiasi altra attività. Dice che alcune economie nazionali contano più di altre. E dice, soprattutto, che quando si parla di futuro, qualcuno ha già deciso cosa è essenziale e cosa è superfluo. L’agricoltura, a quanto pare, rientra nella seconda categoria. E nel farlo, si è costruito un accordo che aggira principi fondamentali del diritto europeo, espone i produttori a concorrenza sleale, mette a rischio la sicurezza dei consumatori e condanna intere economie regionali a un declino senza ritorno.
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