di Giulio Ambrosetti

Intanto Putin apre a sorpresa all’Ucraina e all’Unione europea. Ma non tutti in Russia la pensano come lui. E’ una strategia per confondere i nemici o il Cremlino è diviso?
Disperazione. Questa, forse, è la parola da utilizzare per provare a illustrare cosa sta succedendo in queste ore nello Stretto di Hormuz e dintorni. Dove, al massimo, si va avanti con una tregua armata. Con gli americani che continuano a bloccare le navi in entrata e in uscita nel Golfo Persico. Di fatto, il tentativo di dialogo tra l’amministrazione USA di Donald Trump e il regime teocratico iraniano è saltato. La ripresa della guerra sembra sempre più vicina. Alla buonora l’informazione globalista si è accorta che russi e cinesi fanno arrivare in Iran gli aiuti dal Mar Caspio. Ma questi aiuti non bastano e, soprattutto, l’esborso comincia ad essere assai pesante per la Cina e la Russia. Non a caso, in queste ore, cogliendo al volo l’occasione che gli è stata offerta dalla parata per ricordare la vittoria della Russia sul nazismo, il presidente Vladimir Putin ha detto che la pace in Ucraina è vicina, che potrebbe incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj e che è persino disposto a dialogare con l’Unione europea che ha trattato a pesci in faccia la Russia e lo stesso Putin. L’arrendevolezza di Putin nei riguardi dei Paesi Ue suona tanto come atto di debolezza. Non a caso alcuni esponenti di spicco della Russia dicono in queste ore cose un po’ diverse da quanto affermato da Putin. Infatti, alle dichiarazioni del presidente della Federazione Russa fanno da contrappunto parole di altri esponenti di spicco di Mosca, stando alle quali la guerra si concluderà con la conquista del Donbass da parte della Russia. Non si capisce se le dichiarazioni contrastanti facciano parte di una strategia per confondere ucraini, europei e NATO o se, in effetti, all’interno del Cremlino vi siano spaccature. E’ in questo scenario che gli iraniani, in grande difficoltà economica, vorrebbero fare un po’ di soldi introducendo una sorta di tassa sui cavi sottomarini che attraversano le Stretto di Hormuz. La vicenda è complicata. Proviamo a illustrarla.
La verità è che l’economia iraniana è in grande crisi
E’ noto che gli iraniani, d’accordo con i cinesi, hanno provato a far pagare alle navi dei Paesi del Golfo cariche di petrolio e gas destinati ai Paesi occidentali una sorta di ‘tassa’: l’equivalente di 2 milioni di dollari in valuta cinese per ogni nave. Il presidente della Cina, Xi Jinping il ‘comunista’ – quello che ha fatto studiare la figlia nell’università americana di Harvard, dove la retta per cinque anni è di 500 mila dollari – ha provato a ‘dedollarizzare’ il petrolio e il gas del Golfo. A questo punto è stata l’America di Trump a chiudere non lo Stretto di Hormuz ma tutto il Golfo. Diciamo che il tentativo un po’ maldestro dei cinesi di ‘dedollarizzare’ l’area del Golfo è stato un grande autogol: da allora l’Iran ha smesso di esportare petrolio, ha saturato tutti luoghi di stoccaggio dello stesso petrolio e nei giorni scorsi è stato costretto a chiudere i pozzi di petrolio con danni economici e ambientali enormi (qui un articolo).
Dal 13 al 15 Maggio Trump sarà in vista in Cina. A fine settimana si capirà che piega prenderà la guerra nel Golfo
La mossa dell’amministrazione Trump sta mettendo a dura prova l’Iran, che si ritrova a fronteggiare una crisi economica pesantissima. L’Iran è un Paese di grande estensione, con una superficie pari due volte il territorio della Spagna e dell’Italia messe insieme e con una popolazione di 92 milioni di persone. La chiusura del Golfo ad opera degli americani impedisce all’Iran di esportare petrolio e crea enormi problemi anche per l’export di zafferano e pistacchi, altre due voci fondamentali per l’economia iraniana. Peraltro, le notizie che trapelano dall’Iran sono contrastanti. L’informazione globalista, che è schierata con il regime iraniano contro Trump, descrive un Iran ancora forte, in grado di combattere. Ma ci sono notizie che raccontano di tanti cittadini iraniani che si sono rifugiati in Turchia. E girano voci su personalità di spicco del Governo teocratico iraniano che sarebbero già in Russia. Insomma, non è facile capire come stanno le cose. L’unico dato certo è che l’America di Trump non esclude di riprendere la guerra. Con molta probabilità, a parte le scaramucce, non dovrebbe succedere niente di importante fino a Venerdì prossimo, se è vero che il presidente americano sarà in visita in Cina dal 13 al 15 Maggio.
La mossa iraniana sui cavi sottomarini sembra una fuga in avanti anche rispetto alla strategia cinese
Detto questo, è chiaro che la notizia di queste ore circa la possibile richiesta iraniana di una tassa da appioppare a chi utilizza i cavi sottomarini che attraversano lo Stretto di Hormuz stride con la visita di Trump in Cina. “L’Iran – si legge in un post pubblicato da un canale Telegram – si sta preparando ad esercitare il pieno controllo sovrano sui sette cavi sottomarini che attraversano lo Stretto di Hormuz, obbligando le aziende straniere a ottenere permessi, pagare tariffe di transito e operare nel rispetto della legge iraniana, secondo quanto riportato da Fars. I cavi trasportano il 15-20% del traffico dati globale, sia internet che finanziario, collegando Europa, Golfo Persico e Asia. La gestione e la manutenzione dei cavi sarebbero affidate esclusivamente a società iraniane, secondo la proposta. Le Guardie Rivoluzionarie avevano già minacciato di tagliare i cavi sottomarini che attraversano Hormuz, da cui gli Stati del Golfo dipendono per oltre il 90% dei loro servizi internet, bancari e cloud. L’Iran ne utilizza meno del 40%, mentre il resto viene instradato via terra attraverso la Turchia”.
Le dichiarazioni di dieci giorni fa di Maria Zakharova sui cavi sottomarini che attraversano lo Stretto di Hormuz
La mossa iraniana sui cavi sottomarini non è una novità. Ne ha scritto di recente la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Dichiarazioni che noi abbiamo ripreso lo scorso 30 Aprile: “Teheran – scriveva Maria Zakharova una decina di giorni addietro – ha chiarito che, se la diplomazia fallisce, ha la capacità di ‘spegnere’ l’economia digitale del Golfo e parte di quella di Europa e Asia tagliando i cavi sottomarini in fibra ottica. Secondo l’agenzia RIA e l’agenzia iraniana Tasnim, Teheran è passata a una strategia di pressione estrema asimmetrica. Pubblicando mappe dettagliate dei sistemi di cavi SEA-ME-WE e AAE-1 che attraversano le sue acque, l’#Iran sta inviando un messaggio diretto ai centri finanziari di Dubai, Riyad e Doha: ‘La vostra ricchezza digitale dipende dal nostro permesso affinché questi cavi rimangano intatti’” (qui per esteso il nostro articolo del 30 Aprile).
I danni non li pagherebbero solo i Paesi del Golfo ma anche la Cina e l’Europa
La questione si ripropone in queste ore, visto che il dialogo tra americani e iraniani si è interrotto. Sarebbe interessante capire se l’eventuale attacco iraniano ai cavi sottomarini che attraversano lo Stretto di Hormuz è stato concordato da Teheran con la Cina. Come abbiamo scritto dieci giorni fa, “l’eventuale attacco degli iraniani ai cavi sottomarini in fibra ottica che attraversano il Golfo Persico non penalizzerebbe gli Stati Uniti d’America. Colpirebbe i Paesi del Golfo, che gli iraniani hanno già bombardato, e assesterebbe un colpo alla Cina, già penalizzata, considerato che questo Paese ha rapporti economici importanti con gli stessi Paesi del Golfo. La strategia dell’America di Trump è corretta non soltanto perché sta mettendo in grande difficoltà economica l’Iran, ma anche perché gli iraniani stanno penalizzando i cinesi sia perché costringono il Paese del Dragone a sostenere la popolazione iraniana, sia perché hanno interrotto i rapporti economici tra i Paesi del Golfo e la Cina. L’eventuale taglio dei cavi sottomarini penalizzerebbe di certo i Paesi del Golfo, ma anche l’Europa e la Cina. E siccome i cinesi sono alleati dell’Iran sarebbe un clamoroso autogol”.
Le incognite petrolio e Borse
Il prezzo del petrolio è in crescita. Mentre l’economia mondiale segna il passo. La domande sono due. Prima domanda: fino a che punto sarà conveniente, per i Paesi occidentali, intervenire per evitare che il prezzo del petrolio vada su? Seconda domanda: fino a che punto converrà evitare che le Borse vadano giù?
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