di Angelo Giorgianni

Chi non plaude alla linea delle armi viene guardato come un corpo estraneo
Non è una predica. Non è un appello generico alla pace. È una condanna. Quando il Papa (nella foto sopra tratta da Wikipedia) afferma che «chi oggi crede nella pace è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e accusato di favorire nemici e avversari», sta fotografando con precisione chirurgica lo stato del dibattito europeo sulla guerra in Ucraina. E il verdetto è impietoso: l’Europa non tollera più il dissenso. La pace, nel lessico politico di Bruxelles, è diventata una parola sospetta. Il dubbio è un reato morale. La critica è una colpa da espiare. Chi non aderisce senza riserve alla linea delle armi viene guardato come un corpo estraneo, quando non come un nemico interno.
Il dissenso trasformato in minaccia
È questo il punto che il Papa mette a nudo e che l’Europa finge di non vedere: il dissenso non viene più contrastato con argomenti, ma delegittimato con etichette. “Filorusso”. “Disfattista”. “Propagandista”.
Parole usate non per confutare, ma per espellere. In questo clima, la pace non è più un fine politico legittimo, ma una deviazione dal pensiero ammesso. Non si discute se una strategia militare funzioni o fallisca: si pretende adesione. Chi si sottrae viene isolato. È una dinamica che ha poco a che fare con la democrazia e molto con la disciplina ideologica.
Jacques Baud e la punizione esemplare
Il caso di Jacques Baud rende questa deriva impossibile da negare. Un analista, un ex ufficiale, colpito non per un reato accertato, ma per opinioni non allineate sulla guerra in Ucraina. Le sanzioni europee – congelamento dei beni, interdizione finanziaria, divieto di movimento – sono strumenti di esclusione civile, non di dibattito democratico. Qui non siamo di fronte a una controversia accademica, ma a un precedente politico gravissimo: l’Unione Europea utilizza strumenti pensati per colpire attori ostili per punire una voce critica. Non importa se Baud abbia torto o ragione. Importa che non gli sia stato risposto con argomenti, ma con sanzioni. È esattamente ciò che il Papa denuncia: chi parla di pace viene spinto fuori dallo spazio pubblico, reso intoccabile, reso tossico.
Media allineati e memoria corta: dalla guerra al Covid
Il ruolo dei media in questa deriva non è accessorio: è strutturale. Sempre più spesso l’informazione europea non si limita a raccontare la linea delle istituzioni, ma la assume come cornice invalicabile del dicibile. Non funge da spazio di confronto, bensì da cassa di risonanza del sistema decisionale. Chi esce da quella cornice non viene messo alla prova sul piano delle argomentazioni, ma sul piano della legittimità morale. Questo schema non nasce con la guerra in Ucraina. È già stato sperimentato, normalizzato e reso socialmente accettabile durante la gestione del Covid. Allora, come oggi, il pluralismo veniva formalmente celebrato mentre sostanzialmente negato. Scienziati e medici che sollevavano dubbi, proponevano approcci alternativi o chiedevano un confronto aperto non venivano confutati nel merito: venivano silenziati, ridicolizzati, marginalizzati. Talvolta perseguiti sul piano professionale e mediatico, trasformati da interlocutori scomodi in figure “irresponsabili”, quando non direttamente pericolose. È necessario precisarlo con chiarezza: ciò che è avvenuto durante il Covid non è stata un’eccezione emergenziale, ma la regola che oggi viene applicata anche al conflitto bellico. Il messaggio implicito era ed è chiaro: non esiste dissenso legittimo quando l’emergenza è dichiarata. La complessità viene percepita come intralcio, il dibattito come rischio. I media hanno interiorizzato questa logica, riproducendola senza bisogno di ordini espliciti. Non censura dall’alto, ma conformismo dal basso.
La scomunica morale dell’Europa
Quando si dice che il Papa “scomunica l’Europa delle armi”, non si usa un’immagine retorica. Si descrive un fatto: l’Europa viene giudicata moralmente inadempiente. Inadempiente verso i suoi stessi principi. Verso la libertà di espressione. Verso il pluralismo. Verso l’idea che il dissenso non sia una minaccia, ma una garanzia. Un’Europa che punisce chi critica la guerra mentre si proclama custode dei diritti fondamentali si svuota di credibilità. Un’Europa che riduce il pensiero critico a problema di sicurezza ha già imboccato una strada pericolosa.
Il Papa come voce isolata della coscienza europea
C’è un paradosso che dovrebbe inquietare: oggi, una delle poche voci che osa denunciare apertamente la marginalizzazione dei pacifisti è quella del Papa. Non un partito, non un’istituzione europea, non un grande consesso politico. Un’autorità morale esterna al sistema, che ne mette in discussione le fondamenta. Il suo messaggio è chiaro e scomodo: un’Europa che ridicolizza la pace ha già perso il senso del limite; un’Europa che criminalizza il dissenso ha già smesso di essere uno spazio di libertà piena.
Conclusioni
Il caso Jacques Baud non è un’eccezione. È un sintomo. Le parole del Papa non sono un commento laterale. Sono un atto di accusa contro un’Europa che ha scelto le armi non solo come strumento politico, ma come criterio di legittimità del pensiero. Se l’Unione Europea continua su questa strada, potrà anche parlare di valori, ma li praticherà sempre meno. Perché una democrazia che punisce chi parla di pace non si sta difendendo: si sta tradendo. E questa è una colpa che nessuna retorica potrà cancellare.







