Pensioni 2026: la manovra che certifica il fallimento politico e tradisce un’intera generazione di lavoratori

di Angelo Giorgianni

Il Governo di Giorgia Meloni ha deciso di penalizzare in modo selettivo giovani, donne e lavoratori con carriere discontinue

La Manovra 2026 sulle pensioni non è una semplice legge di bilancio. È un documento politico che certifica, senza più possibilità di equivoci, il fallimento delle promesse elettorali e la rottura del patto tra Stato e cittadini. Dietro la retorica della “sostenibilità” e della “responsabilità”, il governo ha scelto la strada più semplice e socialmente più devastante: ridurre i diritti previdenziali, irrigidire l’uscita dal lavoro e trasferire il costo del sistema sulle spalle di chi lavora oggi e lavorerà domani. Non si tratta di fatalità economiche né di vincoli tecnici immodificabili. Si tratta di scelte politiche precise, che colpiscono in modo selettivo giovani, donne e lavoratori con carriere discontinue.

Promesse elettorali sepolte sotto i numeri

Durante la campagna elettorale, l’attuale maggioranza aveva costruito gran parte del proprio consenso su un messaggio chiaro: superare la legge Fornero, introdurre flessibilità in uscita, restituire certezza ai lavoratori. La Manovra 2026 dimostra che quelle promesse non erano un progetto, ma uno strumento di propaganda. Quota 103 non viene rinnovata. Opzione Donna viene definitivamente archiviata. Non nasce alcuna riforma strutturale che consenta un’uscita graduale o flessibile dal lavoro. Il risultato è paradossale: la Fornero non viene superata, ma rafforzata nei suoi effetti più rigidi, senza nemmeno il coraggio politico di rivendicarlo apertamente. Il governo non ha cambiato il sistema: ha scelto di congelarlo, peggiorandolo.

Il mito dei “diritti acquisiti” e la realtà della precarietà previdenziale

La difesa ufficiale è sempre la stessa: “i diritti acquisiti non vengono toccati”. Formalmente vero, sostanzialmente ingannevole. Un sistema previdenziale non si fonda solo su diritti già maturati, ma su aspettative legittime, costruite nel tempo sulla base di regole stabili. Quando uno Stato modifica continuamente i criteri di accesso alla pensione, svuota il concetto stesso di diritto, trasformandolo in una variabile politica. Chi ha versato contributi per decenni confidando in determinate possibilità di uscita non perde un privilegio: perde certezza giuridica e fiducia istituzionale. È una forma di espropriazione silenziosa, che non colpisce il passato ma saccheggia il futuro.

Donne penalizzate: la contraddizione più evidente

La cancellazione di Opzione Donna è forse il segnale politico più netto della Manovra. Mentre il governo proclama centralità della famiglia e attenzione alla natalità, nei fatti nega qualsiasi riconoscimento previdenziale al lavoro di cura e alle carriere discontinue, che colpiscono soprattutto le donne. Il messaggio è chiaro: la maternità e l’assistenza familiare hanno valore nei discorsi, non nei diritti.
Alle lavoratrici si chiede di lavorare più a lungo, con contributi spesso inferiori, per ottenere pensioni più basse e più lontane. Non è una distorsione tecnica: è una disuguaglianza strutturale accettata come normale.

Giovani: contributi certi, pensione incerta

Nel sistema contributivo puro, che riguarda ormai interamente le nuove generazioni, la pensione non è più una garanzia ma una possibilità condizionata. Senza carriere continue, senza salari adeguati, senza soglie minime raggiungibili, l’uscita dal lavoro rischia di slittare ben oltre i 67 anni, se non oltre i limiti di una vita lavorativa sostenibile. La Manovra 2026 non introduce alcuna pensione di garanzia per i giovani, non rafforza la flessibilità, non offre soluzioni a chi ha carriere frammentate. Al contrario, conferma un modello che premia chi ha redditi alti e penalizza chi vive di precarietà.

La sostenibilità come alibi politico

Il governo giustifica ogni scelta con la sostenibilità dei conti pubblici. Ma la sostenibilità viene usata come argomento ideologico, non come criterio equo. Non si interviene seriamente su:
• evasione contributiva
• lavoro nero
• precarietà strutturale

• bassi salari che generano pensioni povere
Si sceglie invece la strada più semplice: far lavorare tutti più a lungo, indipendentemente dalle condizioni fisiche, occupazionali e sociali. Una scelta che scarica il costo del sistema sui singoli, non sulle sue inefficienze.

Conclusione: un patto sociale indebolito

La Manovra 2026 segna un punto critico nella relazione tra Stato e cittadini. Si chiedono contributi certi in cambio di diritti incerti. Si invoca fiducia mentre si cambiano continuamente le regole. Si parla di equità mentre si ampliano le disuguaglianze. Un sistema previdenziale può essere riformato, ma non può sopravvivere senza fiducia. E un governo che promette flessibilità e consegna rigidità, che proclama diritti e produce rinvii, non può sorprendersi se cresce la distanza tra istituzioni e cittadini. Questa non è solo una manovra economica. È una scelta politica che avrà conseguenze sociali profonde e durature.

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