
La riflessione, lanciata dalla pagina Facebook Foodiverso, riprende un articolo pubblicato da ‘Agrisicilia’ a firma di Giovanni Dara Guccione
Sulla crisi del grano duro in Sicilia va un post pubblicato dalla pagina Facebook Foodiverso illuminante. Franco Caruso, grande esperto in materia di agricoltura e animatore di questa splendida pagina di riflessione sul mondo agricolo, ringrazia Giovanni Dara Guccione citando la fonte (che trovate in calce all’articolo). Il post parte da un’iniziativa lanciata nei giorni in cui dall’attuale Ministro delle Politiche agricole, Francesco Lollobrigida, che, leggiamo nel post, “annuncia la realizzazione di una vasta campagna pubblicitaria avente per tema, ‘La pasta, integratore di felicità’ (dove non viene in alcun modo menzionato il grano nazionale)”. La caratteristica di questo Ministro è quella di ignorare i problemi reali dell’agricoltura italiana, fatti salvi i rapporti che trattiene con la Coldiretti, organizzazione agricola sulla quale nutriamo non pochi dubbi: non a caso la ritroviamo spesso con l’attuale Governo nazionale di Giorgia Meloni, che per l’agricoltura del nostro Paese, fino ad oggi, ha prodotto solo chiacchiere (qui un nostro articolo).
Per il grano duro lo scenario economico è ormai insostenibile. C’è qualcuno in grado di spiegarlo ai Pangloss del Governo di Giorgia Meloni?
“Si alza più forte che mai il grido di disperazione dei cerealicoltori alle prese con il bilancio di un’annata che, forse, segna il punto di svolta (in negativo) del settore, ponendo seri dubbi sul futuro del frumento in Italia – leggiamo nel post di Fooriverso -. Un eccellente, quanto esaustivo articolo, apparso sul bimensile Agrisicilia, del nostro amico ricercatore del CREA, Giovanni Dara Guccione, traccia un bilancio della campagna del grano duro appena conclusasi in Sicilia. Il dato più significativo messo in evidenza nell’articolo riguarda la forbice, di proporzioni inedite, tra costi di produzione e prezzo di vendita. Produrre un kg di frumento è costato, in media, ad un agricoltore siciliano 0,365 €/kg. Di contro, il prezzo offerto per la vendita è stato in media di 0,25 €/kg, con le punte minime registrate in questi giorni di 0,21 €/kg. Anche un’analfabeta funzionale non fa fatica a capire che la situazione è insostenibile”.
Continuare a coltivare quella che nei mercati mondiali è una commodity è un’illusione
“Per quanto mi riguarda il futuro della durogranicoltura siciliana – prosegue il post – è ampiamente compromesso: paghiamo ritardi strutturali, rendite di posizione delle aziende agricole ridotte ormai a un ricordo, incapacità a chiudere filiere e una scarsa, se non inesistente, capacità di fare squadra. L’autore dell’articolo, per restituire un minimo di speranza al comparto, suggerisce, correttamente, di cercare di dar vita a filiere con prodotti di qualità, biologiche e quando possibile di attenzione e la coltivazione di varietà locali (i cosiddetti grani antichi). Continuare a coltivare quella che nei mercati mondiali è una commodity, sperando ogni anno che qualcuno, non si sa bene per quale motivo, faccia lievitare il prezzo, si rivela la più fallimentare delle strategie. Così come risulta improbabile agire sul versante dei costi di produzione”.
L’indifferenza della politica
“Accertata l’incapacità o meglio, l’indifferenza della politica al problema – leggiamo sempre nel post – la stessa indifferenza che le grandi aziende della pasta applicano quando scegliere tra grano italiano ed estero, occorrono scelte molto forti. Certamente non basteranno le riunioni di agricoltori e le minacce di proteste, da sempre risolte con la dazione di piccole prebende, prodromiche a repentine marce indietro (abbiamo ancora negli occhi l’affollamento di agricoltori nell’isola di Ortigia per i giorni del G7 dell’agricoltura, tutti felici di fare da orpello alla passarella dei politici e burocrati di turno). Così come è assolutamente inutile affidare le proprie istanze alle rappresentanze di categoria: vedere qualche gommone di Coldiretti che sembra la caricatura di Greenpeace, non ci sembra il massimo della proposta. Solo fumo negli occhi”.
Non si spiega come mentre la produzione nazionale di grano duro cali, le marche i pasta che dichiarano di produrre utilizzando grano nazionale siano onnipresenti
“Allora cosa fare? Per conto nostro – leggiamo ancora nel post – continueremo ad utilizzare prodotti con materia prima locale, fatti da piccoli e medi produttori: costeranno un po’ di più, ma siamo contenti di rinunciare ad un aperitivo per avere la pasta che prediligiamo. Soltanto pretendendo materia prima locale possiamo costringere i pastifici ad approvvigionarsi dai nostri produttori. Certo c’è sempre il problema dell’incertezza della provenienza della materia prima, non si spiega come la produzione nazionale cali mentre le marche che dichiarano di produrre utilizzando grano nazionale siano onnipresenti. In questo caso ci può venire incontro la tecnologia: l’autore dell’articolo notizia circa ‘Valore Sicilia – Trust Food’, sistema di tracciabilità digitale sviluppato dall’Agenzia per il Mediterraneo con CSQA e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Grazie alla Blockchain e al ‘Passaporto Digitale’, questo strumento permette di certificare in modo trasparente l’origine siciliana dei prodotti e di monitorare ogni fase della filiera. Sarebbe un grande risultato riuscire a certificare senza alcun dubbio una filiera. Chiusura delle filiere, prodotti di qualità (DOP, IGP), meglio se bio, certificazione tecnologica del prodotto, informazione dei consumatori, queste sono le attività da cui ripartire. Altrimenti il destino del grano duro in Sicilia sarà (PURTROPPO) consegnato agli archivi”.
Fonte: https://mensileagrisicilia.it/luglio-agosto-2025/
Foto tratta da Fronte Nazionale Siciliano Sicilia Indipendente







