di Angelo Giorgianni

Catastrofe naturale o nuova frontiera della guerra?
Ci sono immagini che attraversano il mondo in pochi minuti e sembrano parlare un linguaggio universale. Le macerie, i volti coperti di polvere, le mani che scavano tra il cemento, il pianto di chi aspetta una risposta che forse non arriverà mai. È accaduto ancora una volta in Venezuela, colpito da due violenti terremoti ravvicinati che hanno devastato intere aree del Paese e riportato al centro dell’attenzione internazionale una nazione che da anni rappresenta uno dei principali epicentri della competizione geopolitica mondiale. Di fronte a tragedie di questa portata il primo dovere è il rispetto per le vittime e per chi lotta per sopravvivere. Ma fermarsi alla cronaca significherebbe ignorare un’altra dimensione della realtà: quella del potere.
Ogni grande catastrofe modifica gli equilibri
Il Venezuela non è soltanto uno Stato sudamericano. È il Paese con alcune delle più grandi riserve petrolifere del Pianeta, una ricchezza che, da oltre un secolo, attira interessi economici, pressioni diplomatiche e strategie internazionali. La sua storia recente è costellata di sanzioni, tentativi di isolamento, crisi politiche, scontri istituzionali e tensioni con Washington. Sarebbe ingenuo credere che tutto questo scompaia improvvisamente quando la terra comincia a tremare. Ogni grande catastrofe modifica gli equilibri. È sempre stato così. Il terremoto di Haiti del 2010 trasformò il Paese in uno dei maggiori teatri di intervento umanitario internazionale. Il devastante sisma che colpì la Turchia e la Siria nel 2023 aprì una nuova stagione di diplomazia degli aiuti, mentre il terremoto che colpì il Marocco nello stesso anno divenne anche un banco di prova dei rapporti con l’Europa e con i partner internazionali.
Oltre la solidarietà
Le calamità naturali non cambiano soltanto il paesaggio: cambiano anche la geografia del potere. Gli aiuti umanitari sono indispensabili e salvano vite. Sarebbe ingiusto metterlo in discussione. Ma è altrettanto vero che, nella storia delle relazioni internazionali, essi hanno spesso rappresentato anche uno strumento di influenza politica. Chi finanzia la ricostruzione, chi mette a disposizione infrastrutture, tecnologia, credito e assistenza tecnica finisce inevitabilmente per acquisire un ruolo che va ben oltre la solidarietà. Non è cinismo. È geopolitica.
Qual è oggi il reale livello della ricerca militare nei laboratori delle grandi potenze?
È in questo contesto che molti osservatori si pongono domande sulle capacità tecnologiche raggiunte dalle grandi potenze. Non perché vi siano prove che i terremoti del Venezuela siano stati provocati artificialmente: allo stato delle conoscenze pubbliche non esistono evidenze che consentano una simile conclusione. Ma perché la storia insegna che la ricerca militare procede spesso molto lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Gran parte delle tecnologie che oggi utilizziamo o conosciamo sono rimaste classificate per anni. I sistemi stealth, la sorveglianza satellitare, la guerra elettronica, le capacità offensive nel cyberspazio e numerosi programmi strategici sono diventati di dominio pubblico soltanto quando gli Stati hanno ritenuto opportuno renderli noti. È quindi naturale chiedersi quale sia oggi il reale livello della ricerca militare nei laboratori delle grandi potenze e quante innovazioni restino ancora coperte dal segreto.
La Convenzione ONU ENMOD del 1977
Esistono anche precedenti storici che dimostrano come l’ambiente sia stato considerato, almeno in parte, un possibile strumento di guerra. Durante il conflitto in Vietnam, gli Stati Uniti condussero l’Operazione Popeye, utilizzando tecniche di inseminazione delle nuvole per prolungare la stagione delle piogge e ostacolare i movimenti lungo il sentiero di Ho Chi Minh. Fu uno degli episodi che contribuirono all’adozione della Convenzione ONU ENMOD del 1977, con cui la comunità internazionale vietò l’uso militare delle tecniche di modificazione dell’ambiente. È un fatto storico che dimostra come alcune forme di intervento sui fenomeni naturali siano state realmente studiate e, in casi limitati, utilizzate.
La sismicità indotta
Allo stesso modo, la comunità scientifica riconosce l’esistenza della cosiddetta sismicità indotta: alcune attività umane, come la costruzione di grandi invasi, la reiniezione di fluidi nel sottosuolo, determinate attività minerarie o geotermiche, possono innescare eventi sismici locali in aree predisposte. Questo documenta la capacità di generare deliberatamente grandi terremoti tettonici. La distinzione è fondamentale. Una democrazia matura non dovrebbe avere paura delle domande, ma dovrebbe pretendere anche le risposte. Porsi interrogativi sulle capacità tecnologiche future della ricerca militare è legittimo senza volere trasformare tali interrogativi in accuse prive di riscontri perché significherebbe rinunciare al metodo che distingue l’analisi dalla propaganda.
Il confine tra sicurezza nazionale e diritto all’informazione
Il terremoto del Venezuela ci ricorda, ancora una volta, quanto siano fragili le società moderne e quanto rapidamente una crisi possa trasformarsi in una questione strategica globale. Le grandi potenze continueranno a competere per l’accesso alle risorse, per l’influenza politica e per la supremazia tecnologica. È la storia delle relazioni internazionali e difficilmente cambierà. Proprio per questo la trasparenza diventa un valore irrinunciabile. Le democrazie hanno bisogno di cittadini capaci di esercitare il dubbio, ma anche di istituzioni disposte a rendere conto delle proprie scelte. Il confine tra sicurezza nazionale e diritto all’informazione è destinato a diventare uno dei grandi temi del nostro tempo.
Domande e risposte
Quanto di ciò che viene sviluppato nei programmi militari rimane nascosto? Quali controlli esistono davvero? Qual è il ruolo del diritto internazionale di fronte a tecnologie sempre più sofisticate? Sono domande che meritano di essere poste, non perché conducano automaticamente a una risposta predeterminata, ma perché una società libera non può rinunciare a interrogarsi sul potere. Le macerie del Venezuela, come quelle di tanti altri Paesi colpiti da calamità, ci ricordano infine una verità semplice: ogni disastro naturale è anche una prova per la politica, per il diritto internazionale e per la coscienza delle nazioni. Il modo in cui il mondo reagisce a queste tragedie rivela molto non soltanto sulla nostra capacità di soccorrere chi soffre, ma anche sul tipo di ordine internazionale che stiamo costruendo.
Foto tratta da La Sicilia







