
di Diego Fusaro
Parlare e scrivere in Italiano? Ormai con l’arrivo del migranti è fuori moda…
In una sua recente epifania catodica su La7, l’immarcescibile Paolo Mieli, penna di punta del politicamente corretto italiano, ha commentato la questione assai discussa della integrazione degli studenti stranieri nelle scuole italiane e ha proposto una sua ricetta sui generis. Egli ha asserito, senza perifrasi edulcoranti, che sarebbe una buona idea insegnare l’arabo nelle scuole italiane, per propiziare in tal maniera i processi di integrazione. Ora, vero è che più cose si apprendono e meglio è e che, come diceva il filosofo Ugo di San Vittore, dobbiamo imparare tutto, perché nulla sarà superfluo. Tutto vero. Ma, a una sobria disamina della situazione della scuola italiana, pare francamente fuori luogo l’insegnamento dell’arabo, considerato il fatto che gli studenti italiani faticano anche solo a parlare e a scrivere nella lingua nazionale.
L’integrazione al contrario
Oltre a ciò, l’erramento di Paolo Mieli sembra riposare nel fatto che egli propone un’integrazione fondata sulla rinuncia alla propria identità per assumere quella altrui: in maniera diametralmente opposta, il rispetto sacrosanto delle identità altrui non può comportare l’abbandono della propria, che anzi è la base per poter dialogare con le altre. Anche l’ovvio vuole la sua parte: chi, per le ragioni più diverse, si sposta in un’altra nazione rispetto alla propria, è tenuto ad assimilarne gli usi, i costumi e la lingua, producendo in questa maniera la propria integrazione nella comunità di cui entra a fare parte.
L’esempio di Ulisse che non rinuncia alla propria identità
È, oltretutto, il prezioso insegnamento che ci trasmette la sapienza ellenica: quando, nel secondo poema omerico, Ulisse giunge sull’isola dei Feaci, viene accolto e rispettato, ma non pretende in alcun modo di imporre la propria identità o che i Feaci rinuncino alla propria per metabolizzare la sua. Ulisse stesso non rinuncia alla propria identità, ma si apre a quella altrui, adoperandosi per venire accolto e per integrarsi nella comunità che lo ospita. Tutto il contrario, ovviamente, di ciò che propone l’odierna subcultura della globalizzazione neoliberale, che, con il pretesto dell’apertura all’altro, chiede a ogni popolo di rinunciare alla propria cultura per aderire al nulla della civiltà merciforne.



