L’intervista a Salvo Riina, figlio di Totò Riina? Un’opportunità per la ricerca della verità reale su mafia e stragi del 1992, per non rimanere nel limbo delle fragili e talvolta inconsistenti verità processuali

di Andrea Piazza

L’argomento affrontato dalla rubrica “lo Sperone” è molto interessante

Ho ascoltato unitamente a tantissime persone l’intervista a Salvo Riina, figlio (non d’arte) del Capo dei Capi, il boss mafioso Salvatore Riina. È stata mandata in onda dalla rubrica “lo Sperone”, Podcast condotto dal DeeJay e content creator, Gioacchino Gargano, in compagnia di Luca Ferrito. Il titolo “lo Sperone podcast”, precisa il suo ideatore, è associato al significato stesso del termine e rispecchia il proposito di condurre una rubrica avente un piglio tagliente e spigolosa. Effettivamente l’ultima intervista mandata in onda con ospite il citato Giuseppe Salvo Riina ha colto nel segno. Inserisco a tal proposito il link della stessa https://youtu.be/M-_6kuwXKZ4?si=8QW-0XsfRFF2_F1i. Anche se è superfluo ai più, si fa presente che l’intervista ha sollevato letteralmente un VESPAIO: più sperone di così… Le principali testate giornalistiche ed il mainstream nazionale si sono sollevate in un moto di indignazione, come se fosse stato un concentrato trash di una puntata della zanzara di Giuseppe Cruciani senza David Parenzo. Sappiamo noi tutti che l’antimafia divulgativa o, per meglio dire, propagandistica è di fatto obbligata a seguire un canovaccio già arato da coloro che in passato rilasciavano le “patenti senza transitare dalla motorizzazione civile”. Indubbiamente l’antimafia social, caratterizzata dal verbo + pensiero unico a dir poco è scandalizzata. Sarebbe stato violato oltraggiosamente (non per il fiume di denaro sottratto alla collettività) il tempio sacro della lotta etica contro la mafia.

L’avere sdoganato colui che porta il cognome di un padre immensamente ingombrante dovrebbe essere un ‘antipasto’ per dare seguito ad altre puntate

Ho seguito tutta l’intervista, ritenendola, a prescindere da tutto, interessante. Il taglio in modalità chiacchierata è stato all’insegna della cordialità, senza l’affondo dello sperone. Presumibilmente è stata un’esigenza anche nell’ottica di favorire un’intervista che non asumesse i contorni di una pubblica accusa. Nonostante tutto l’ascolto senza contrapposizione ostile ha dato modo ascoltandolo di cogliere talune sfumature. Qualora l’approccio fosse stato muscolare, probabilmente sarebbe stato sostanzialmente improduttivo, proiettando l’intervistato a parlare in modalità retroguardia. Promuovo il modus operandi degli intervistatori. Ma l’avere teso la mano per sdoganare colui che porta il cognome di un padre immensamente ingombrante dovrebbe essere un ‘antipasto’ per dare seguito ad altre puntate. L’intento dovrebbe essere pedagogico per stimolare il Sig. Salvo Riina a compiere un passo laterale al di fuori delle ovvietà alle quali siamo stati già abituati da certa informazione.

Potrebbe essere l’occasione per conoscere dalle parole del figlio il pensiero di suo padre sulle poco credibili verità di Stato

Per principio di diritto, le colpe dei padri NON possono MAI ricadere sui figli. Oltre ad imporlo il buon senso, questo prinipio è stato anche sancito dall’art. 27 della Carta costituzionale che recita “la responsabilità penale è personale… alias non è familiare”. Dal tono delle risposte del non più ragazzo Salvo Riina ho colto la sua buona fede, ovviamente dal suo punto di vista. Al proposito di riscattarsi, come societa’ civile non dobbiamo perseguire nell’idea di erigere un muro perché è figlio di suo padre, oppure attendere la morte di tutti coloro che si sono ribellati contro la mafia nonostante provenissero da contesti mafiosi: un nome per tutti, il povero Peppino Impastato. Potrebbe essere un’opportunità, il proposito di sollecitare Salvo Riina a rompere il muro di omertà, mettendolo in condizioni di riferire cosa dicesse suo padre in merito a taluni accadimenti rilevanti avvenuti in terra di Sicilia. Lo si potrebbe sollecitare sul piano valoriale, facendo perno sulla sua onestà intellettuale di riferire la versione del padre in merito ai fatti più rilevanti di mafia ad iniziare dalla strage di Portella delle Ginestre, proseguendo allo stretto rapporto con gli USA, cosa pensasse delle agenzie di intelligence, del traffico internazionale di armi, se il movente per le stragi del 1992 fosse riconducibile alla definitività delle sentenze del maxi processo, lo stato della villa di via Bernini, ovvero se vi fossero documenti importanti etc. Qualora decidesse di confrontarsi realmente, avremmo un fiume di domande da fargli. Una motivazione in più per affermare che l’intervista “scandalo” è da riscontrare come un’opportunità per la ricerca della verità reale come punto di partenza non rimanendo nel limbo delle fragili ed inconsistenti verità processuali.

Foto tratta da Blog Sicilia

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