Arrivano Dicembre e il Santo Natale e i siciliani si svegliano dal sonno secolare di lampedusiama memoria e scoprono di essere una ‘colonia’ con i biglietti degli aerei e dei treni alle stelle. La soluzione? Il Separatismo

di Giulio Ambrosetti

In alternativa al ritorno dei Separatisti siciliani c’è solo la nascita di un partito politico sicilianista legato agli interessi del territorio della nostra Isola, a cominciare dalla nostra agricoltura

Almeno due volte l’anno la Sicilia si sveglia dal torpore descritto in modo magistrale nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e si accorge di essere una colonia (come potete leggere qui). Succede per le feste comandate, a Natale e a Pasqua. E siccome siamo arrivati a Dicembre, ecco che si ‘scopre’ che la nostra Isola-colonia paga il doppio tra biglietti aerei, biglietti dei treni e carburanti. Chi scrive nei primi anni ’80 del secolo passato cominciava la sua attività di giornalista quando l’allora presidente della Regione siciliana, Mario D’Aquisto, denunciava il costo eccessivo dei biglietti aerei da e per la Sicilia. Da allora ad oggi sono passati quarantacinque anni ed è cambiato poco. Anzi, la situazione è peggiorata, perché nel frattempo l’Italia, da una delle più importanti potenze industriali del mondo, grazie ai ‘banditi’ dell’Unione europea, è diventato un Paese di serie C, tra povertà dilagante, deindustrializzazione, crisi dell’agricoltura, crisi delle attività commerciali, caos provocato da un turismo di massa che distrugge il territorio, caos nelle città del Centro Nord dove, in tanti casi, la gente non esce più da casa la sera per la presenza sempre più massiccia di criminalità che, in parte, è legata ai migranti che vengono ‘accolti’ a parole nel nostro Paese per fare ‘ingrassare’ i criminali che gestiscono il traffico di persone dal Nord Africa all’Europa e poi lasciati liberi di fare quello che vogliono.

La Sicilia è il ‘bancomat’ dello Stato italiano oggi più che mai piena espressione di un neocolonialismo di ritorno

Bene o male, nella Sicilia-colonia, a parte la povertà ormai strutturale e la diffusione del crack, la situazione non può essere paragonata alla sudaericanizzazione di certe città del Centro Nord Italia. Ma il prezzo da pagare per essere l’ultima delle colonie italiane è impossibile non vederlo. La Sicilia è il ‘bancomat’ del Governo nazionale, sia quando governa il centrosinistra, sia quando governa il centrodestra. E, come già accennato, quando arrivano le feste comandate cominciano le speculazioni in danno dei cittadini siciliani e dell’economia siciliana. Con il disgraziato avvento dell’Unione europea dell’euro è ripartito quello che lo scrittore e poeta siciliano Stefano D’Arrigo definiva “l’antico futuro”, cioè l’emigrazione. Ormai da anni la Sicilia ‘esporta’ giovani laureati nel resto d’Italia e all’estero e importa cibo-spazzatura. I tanti siciliani che vivono e lavorano nel resto d’Italia e all’estero a Natale e magari anche a Pasqua tornano in Sicilia per passare qualche giorno con i propri familiari. Per tornare nella propria terra di origine debbono pagare biglietti aerei e dei treni salatissimi. In più, l’alto costo dei trasporti serve anche a scoraggiare i turisti che vorrebbero venire in Sicilia per le vacanze natalizie e pasquali. Speculatori e nordisti, che spesso sono la stessa cosa, prendono due piccioni con una fava.

Se non si interverrà in tempi brevi buona arte dei campi agricoli siciliani verranno trasformati in immense distese di pannelli fotovoltaici per fornire energia elettrica gratuita al Nord Italia

Contemporaneamente, Unione europea e Nord Italia massacrano l’agricoltura della nostra Isola letteralmete ‘assediata’ da prodotti agricoli freschi e trasformati che arrivano dall’universo mondo, spesso con la mediazione dei grandi commercianti del Nord Italia e, in minima parte, del Sud e della Sicilia. Anche in questo caso vale sempre la metafora dei due piccioni con una fava: come per la moneta, il cibo cattivo (che arriva da chissà dove e costa meno) scaccia il cibo buono (i prodotti locali che costano di più e subiscono una concorrenza sleale). L’agricoltura siciliana non può che subire questo assalto. Una situazione che agevola i gruppi di speculatori che puntano a sostituire i campi agricoli con i pannelli fotovoltaici. Ci sono rimedi? No, solo cure palliative, come i bonus stanziati dalla Regione siciliana per fronteggiare il caro-voli o l’agro-ecologia. C’è una possibile soluzione? Sì, la rivoluzione separatista. L’Autonomia siciliana, totalmente svuotata negli anni del centrosinistra alla guida della Regione siciliana – 2009-2017 – oggi non serve a una beata minchia. Chi parla ancora di Statuto siciliano perde solo tempo. Serve una rivolta separatista, come quella che si materializzò all’indomani della Seconda guerra mondiale, alimentata, in un primo momento, dagli Stati Uniti d’America che, alla fine, scelsero i portiti politici nazionali. Chissà, magari Donald Trump potrebbe dare una mano. In alternativa serve una nuova forza politica locale imperniata sull’agricoltura e sul territorio della nostra Isola. Il resto sono solo minchiate.

Foto tratta da Antudo

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