di Angelo Giorgianni

Una crisi politica profonda
C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui non bastano più le parole. Non bastano le smentite, non bastano le rassicurazioni, non bastano neppure i numeri in aula. È il momento in cui la realtà si impone con una evidenza che non può essere aggirata. La Sicilia è dentro quel momento. Non siamo di fronte a una semplice crisi politica, né a una fisiologica difficoltà di governo. Siamo di fronte a una crisi più profonda, che investe contemporaneamente tre livelli: la credibilità, la capacità e la legittimazione. Tre pilastri che, quando vacillano insieme, segnano la fine di una stagione.
Le inchieste giudiziarie
Le inchieste che negli ultimi mesi hanno colpito la Regione Siciliana non possono essere archiviate come episodi isolati. Non lo consentono la loro frequenza, non lo consentono i settori coinvolti, non lo consente soprattutto la loro collocazione: il cuore stesso dell’attività amministrativa e politica. Sanità, appalti, infrastrutture, rapporti tra decisori pubblici e interessi economici. Quando è il centro del potere ad essere attraversato da indagini, non siamo più davanti a deviazioni marginali. Siamo davanti a un problema di sistema. E il sistema, quando perde trasparenza, perde automaticamente anche autorevolezza.
L’inerzia nell’affrontare le emergenze
Qui sta il primo punto. Un governo delegittimato non è soltanto un governo sotto pressione. È un governo che non è più percepito come garante imparziale dell’interesse pubblico. E senza questa percezione, ogni atto – anche legittimo – si muove dentro un’ombra. Perché governare non è soltanto esercitare funzioni. È rappresentare fiducia. E la fiducia, una volta incrinata, non si ricostruisce con la semplice permanenza al potere. Ma c’è un secondo livello, ancora più grave. L’incapacità – o peggio, l’inerzia – nell’affrontare le emergenze. La Sicilia oggi non vive una fase ordinaria. È attraversata da tensioni economiche e geopolitiche che richiederebbero una guida forte, lucida, presente. E invece ciò che emerge è il vuoto. Il vuoto di una strategia energetica in una terra che è uno dei principali hub del Mediterraneo.
Un’Isola priva di difesa
La Sicilia raffina petrolio, produce energia, è al centro delle rotte strategiche. Eppure paga benzina e gasolio oltre i due euro al litro. Un paradosso che non è solo economico, ma politico. Perché quel prezzo non è soltanto il risultato del mercato internazionale. È il segno di una mancata difesa. Difesa dell’agricoltura, che oggi lavora con margini ridotti al minimo. Difesa delle imprese, soffocate dal costo dell’energia. Difesa delle famiglie, sempre più esposte a un impoverimento silenzioso.
Il ruolo della Sicilia nello scenario internazionale
Qui la politica avrebbe dovuto intervenire. Con strumenti, con coraggio, con scelte. Non lo ha fatto. E quando la politica non interviene su ciò che incide direttamente sulla vita dei cittadini, cessa di essere politica e diventa amministrazione passiva. Ma c’è un terzo livello, ancora più sottile e più inquietante. Il ruolo della Sicilia nello scenario internazionale. Il Mediterraneo è tornato ad essere uno spazio di tensione. I conflitti si avvicinano, gli equilibri cambiano, le infrastrutture assumono un peso strategico crescente. La Sicilia, per posizione e per presenza di sistemi militari e logistici, è inevitabilmente dentro queste dinamiche. Non è una scelta ideologica. È una condizione oggettiva. Eppure, anche qui, il silenzio è totale. Nessuna discussione pubblica. Nessuna informazione. Nessuna presa di posizione politica. Come se la Sicilia potesse essere attraversata da queste trasformazioni senza che chi governa senta il dovere di spiegare, chiarire, assumere una linea.
Lo svuotamento dello Statuto speciale
Questo silenzio non è neutralità. È assenza. E allora il quadro si ricompone. Un governo delegittimato dalle inchieste che colpiscono il cuore dell’azione amministrativa. Un governo incapace o comunque inerme di fronte all’emergenza energetica. Un governo assente su un tema strategico come il ruolo della Sicilia nello scenario mediterraneo. E, sopra tutto questo, un dato che non può più essere ignorato. Il progressivo svuotamento dello Statuto speciale. La Sicilia possiede strumenti che potrebbero consentirle di intervenire, di proteggere il proprio sistema economico, di esercitare una reale autonomia. Ma quegli strumenti, negli anni, sono stati progressivamente abbandonati. Non per impossibilità. Per scelta. Una scelta di subordinazione agli equilibri nazionali, ai diktat romani, agli interessi di grandi gruppi economici che hanno trovato nella debolezza politica un terreno favorevole.
Siamo un terra che produce energia e la paga più cara
Così l’Autonomia è rimasta una parola. E la Sicilia è rimasta una terra che produce energia e la paga più cara, che possiede poteri e non li esercita, che ha una posizione strategica e non la governa. A questo punto la domanda non è più se questo governo sia in difficoltà. La domanda è se questo governo sia ancora in grado di governare. Perché governare non significa restare. Non significa resistere. Non significa sopravvivere tra un voto e l’altro. Governare significa guidare, decidere, assumersi responsabilità.
Il coraggio di fermarsi
Quando tutto questo viene meno, la permanenza al potere non è più un atto di forza. È un problema. Un problema per le istituzioni, che perdono credibilità.
Un problema per l’economia, che resta senza direzione. Un problema per i cittadini, che restano senza rappresentanza. E allora la conclusione non è ideologica. È istituzionale. Quando un governo è delegittimato, quando non affronta le emergenze, quando non esercita l’autonomia, quando non offre una visione, ha il dovere di fermarsi. Non per debolezza. Per rispetto. Rispetto della Sicilia. Rispetto dei siciliani. Rispetto della funzione pubblica. Perché la politica, quando non è più servizio, perde il suo senso. E a quel punto, l’unico atto davvero politico non è restare. È avere il coraggio di andare a casa.








