Cateno De Luca vuole ‘liberare’ la Sicilia con i ‘carcerieri’ della nostra Isola… La smisurata e tragicomica girandola di trasformismo, opportunismo e propaganda autonomista

di Angelo Giorgianni

Liberare la Sicilia insieme con chi l’ha affossata…

C’è qualcosa che non torna nella narrazione politica di Cateno De Luca (sopra, foto Wikipedia). Da mesi parla di “Governo di Liberazione della Sicilia”. Una formula suggestiva, costruita per evocare una battaglia contro un sistema politico che avrebbe impoverito la nostra Isola, svuotato la sua Autonomia e tradito le aspettative dei siciliani. Ma liberazione da chi? E soprattutto: con chi? Perché è proprio qui che emerge la più grande contraddizione dell’intera operazione politica. A prescindere da quale sarà la sua collocazione finale – e la prudenza è d’obbligo quando si analizza il percorso politico di De Luca, considerata la sua straordinaria capacità di cambiare interlocutori e alleanze – una cosa appare evidente: il cosiddetto Governo di Liberazione non potrebbe nascere senza il sostegno di quei partiti tradizionali che per decenni hanno governato la Sicilia e che, secondo la stessa retorica autonomista, sono tra i principali responsabili dello svuotamento dell’Autonomia Siciliana.

Chi ha tradito la nostra Isola? La risposta conduce inevitabilmente ai partiti politici tradizionali

E qui la propaganda si scontra con la realtà. Se il sistema ha affossato la Sicilia, come può la liberazione arrivare insieme ai protagonisti di quel sistema? Se l’Autonomia è stata tradita, chi l’ha tradita? Se lo Statuto Speciale è stato progressivamente svuotato, chi governava mentre ciò accadeva? Se la Sicilia ha perso potere, risorse e capacità decisionale, chi ha accettato per decenni questa condizione? Le risposte conducono inevitabilmente verso gli stessi partiti che oggi De Luca considera potenziali alleati. E allora il problema non è più la coalizione.
Il problema è la credibilità.
Perché non si può passare anni a denunciare un sistema e poi presentarsi come interlocutore di quello stesso sistema senza spiegare ai cittadini cosa sia cambiato.

All’asta: chi è che politicamente offre di più?

Ma questa non è una novità. Negli ultimi anni il percorso politico di De Luca è stato caratterizzato da un continuo spostamento di posizioni e interlocutori. Nel 2022 si candidò alla Presidenza della Regione come alternativa ai poli tradizionali, raccogliendo il consenso di migliaia di siciliani che volevano una rottura con il passato. Successivamente si assistette a una fase di dialogo e collaborazione con l’attuale Governo siciliano di Renato Schifani. Poi arrivò la rottura. Poi il ritorno all’opposizione. Oggi si apre la prospettiva di un’intesa con il centrosinistra. Un percorso che pone una domanda inevitabile: qual è la linea politica stabile che tiene insieme tutte queste scelte?

Cateno & Ismaele di nuovo insieme?

Ma c’è un aspetto che rende la situazione ancora più emblematica. Se davvero dovesse concretizzarsi un accordo con il centrosinistra, De Luca si ritroverebbe nella stessa coalizione di Ismaele La Vardera. E qui la memoria politica dei siciliani non dovrebbe essere così corta. Da quando è iniziata l’attuale legislatura tra i due non ci sono state semplici divergenze politiche, ma scontri durissimi, accuse reciproche, attacchi pubblici e giudizi estremamente severi. La Vardera ha contestato apertamente la coerenza politica di De Luca, soprattutto nella fase di avvicinamento al Governo Schifani. De Luca, dal canto suo, non ha certo risparmiato critiche nei confronti dell’ex alleato.

Aveva ragione De Luca o aveva ragione La Vardera? Elogio delle convenienze del momento…

Oggi, però, tutto sembrerebbe poter essere archiviato in nome della costruzione di una coalizione. E allora i siciliani hanno il diritto di chiedersi: chi aveva ragione? Le accuse erano fondate oppure erano soltanto strumenti di lotta politica destinati a essere dimenticati alla prima convenienza elettorale? Perché se le critiche erano vere, qualcuno dovrebbe spiegare come sia possibile governare insieme. Se invece erano false, qualcuno dovrebbe spiegare perché siano state rivolte con tanta durezza.
In entrambi i casi emerge un problema di credibilità. La politica dovrebbe essere il luogo delle idee e dei principi, non il luogo dove le inimicizie diventano amicizie e le amicizie diventano inimicizie esclusivamente in funzione delle convenienze del momento. È difficile chiedere ai cittadini di credere nella serietà di un progetto politico quando i protagonisti di ieri, che si accusavano reciprocamente di incoerenza e opportunismo, diventano improvvisamente compagni di viaggio senza alcuna spiegazione politica convincente.
E questo vale non solo per La Vardera.

‘Curare’ i mali della Sicilia con i personaggi che li hanno provocati

Vale per tutto il percorso politico di De Luca. Vale per il rapporto con il centrodestra. Vale per il rapporto con il centrosinistra. Vale per il rapporto con quei partiti che per anni sono stati descritti come il problema della Sicilia e che oggi potrebbero diventare la soluzione. In questo quadro anche il cosiddetto “Governo di Liberazione” assume contorni molto diversi da quelli raccontati. Perché se davvero si trattasse di liberare la Sicilia dal sistema che l’ha impoverita, il primo requisito dovrebbe essere l’indipendenza da quel sistema. Invece assistiamo al tentativo di costruire un progetto politico insieme a forze che quel sistema lo hanno governato, alimentato e difeso per decenni.

La politica come slogan vuoti

E allora sorge un dubbio legittimo. Che l’Autonomia siciliana sia diventata soprattutto uno slogan elettorale. Una parola capace di suscitare emozioni, consenso e appartenenza identitaria, ma destinata a passare in secondo piano quando arriva il momento delle alleanze e della distribuzione del potere. Perché la verità è che l’Autonomia non si misura dai proclami. Si misura dalla coerenza. Si misura dalla capacità di mantenere una linea politica riconoscibile nel tempo. Si misura dalla disponibilità a rinunciare a vantaggi immediati pur di restare fedeli ai propri principi.

Il solito trasformismo politico, ovvero zero credibilità

E qui emerge il nodo centrale della vicenda. I risultati elettorali ottenuti negli ultimi anni, al di fuori del consolidato radicamento nell’area messinese, non sembrano aver prodotto quella crescita regionale che avrebbe consentito a De Luca di proporsi come forza autosufficiente e realmente competitiva per il governo della Sicilia.
Quando si comprende che da soli non si è abbastanza forti per vincere, diventa inevitabile cercare una coalizione. Diventa inevitabile trattare. Diventa inevitabile negoziare. E diventa inevitabile accettare compromessi che fino al giorno prima sarebbero stati considerati impensabili. Alla fine resta una domanda semplice. Può davvero guidare la liberazione della Sicilia chi, nel corso degli anni, ha cambiato interlocutori, alleanze e riferimenti politici con tale frequenza da rendere difficile comprendere quale sia il confine tra strategia e trasformismo? I siciliani giudicheranno. Ma una cosa è certa: la credibilità nasce dalla coerenza tra ciò che si dice oggi e ciò che si fa domani. Quando questa coerenza viene meno, non resta l’Autonomia. Non resta la liberazione. Resta soltanto la politica delle convenienze. E la Sicilia merita molto di più.

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