di Angelo Giorgianni

Tutti al compleanno di Gianfranco
C’è un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui la verità smette di nascondersi dietro le parole e si lascia cogliere nei gesti. Non accade nei comizi, né nelle interviste, né nei proclami. Accade a tavola. Il compleanno di Gianfranco Miccichè (foto sopra tratta da ilSicilia.it), all’enoteca Buonivini di Palermo, è stato uno di quei momenti. Non una semplice festa, ma una rappresentazione perfetta del potere siciliano, un potere che non si rompe mai davvero, che si adatta, si ricompone, si riconosce. C’erano tutti. Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, assessori, deputati, uomini di apparato. C’era il centrodestra, naturalmente, ma anche presenze del centrosinistra, discrete ma significative. Conversazioni incrociate, sorrisi, battute che solo chi appartiene allo stesso mondo può comprendere fino in fondo. E poi, a un certo punto, quella frase, pronunciata quasi con leggerezza ma carica di significato: è Renato Schifani a dirla, rivolgendosi direttamente a Cateno De Luca: “Se ce la fai davvero, ci costringi a dirti bravo”. Non è una battuta qualsiasi. È qualcosa di più sottile. Non è lo scontro tra avversari, ma il riconoscimento tra interlocutori. Non è distanza, ma prossimità. È il segnale di un linguaggio comune, di una grammatica condivisa del potere.
L’immobilismo della politica
In mezzo a questo equilibrio si muove Cateno De Luca. Non ai margini, non in rottura, ma dentro. Dialoga con Schifani, scambia parole, sorride. Non c’è tensione, non c’è frattura. C’è familiarità. Un piede nella narrazione del cambiamento, un piede nella pratica del potere. Non è una contraddizione apparente, ma la cifra di una politica che in Sicilia ha radici profonde: quella dei due piani, della rappresentazione pubblica e della gestione reale. Il problema non è la convivialità. La politica è sempre stata anche relazione, contatto, scambio. Il problema è la distanza crescente tra ciò che si dice e ciò che si fa. Fuori si parla di rottura, di alternativa, di liberazione da un sistema che avrebbe tradito la Sicilia. Dentro, quel sistema è vivo, funziona, si autorigenera. E soprattutto include.
La realtà: lo Statuto siciliano rimane una promessa incompiuta, l’autonomia una parola consumata, la politica una distanza crescente verso i cittadini
È qui che emerge la vera questione: il consociativismo. Non dichiarato, mai rivendicato, ma perfettamente operante. Una forma di governo in cui maggioranza e opposizione smettono di essere alternative e diventano ingranaggi dello stesso meccanismo. In Sicilia non si governa contro qualcuno, si governa insieme. Ci si contrappone in pubblico e ci si ritrova in privato. Si alzano i toni nelle piazze e li si abbassa nei luoghi dove si decide davvero. Questo metodo ha prodotto un effetto silenzioso ma devastante: l’assenteismo alle urne. Tra i più alti d’Italia. Non è disinteresse, non è apatia. È sfiducia. È la percezione diffusa che le alternative siano solo apparenti, che gli equilibri non cambino, che il sistema resti sempre lo stesso, indipendentemente dai nomi. Il cittadino, a quel punto, si ritira. Non perché non capisca, ma perché ha capito. Così la democrazia si svuota. Non con un atto violento, non con una rottura improvvisa, ma lentamente. Quando il voto perde significato, quando la partecipazione si riduce, quando la politica diventa un circuito chiuso, autoreferenziale, impermeabile alla realtà. Fuori restano i siciliani, quelli che non siedono a quei tavoli, quelli per cui lo Statuto è una promessa incompiuta, l’autonomia una parola consumata, la politica una distanza crescente.
La continuità del sistema
Dentro, invece, tutto continua. Si discute di candidature, di assessorati, di equilibri da ridefinire. “Prepariamoci, fra sei mesi si vota”, dice qualcuno, e lo dice con la tranquillità di chi sa che il campo è già tracciato. Non c’è incertezza, non c’è conflitto reale, c’è gestione. Non c’è scandalo in tutto questo, ed è forse proprio questo il punto più inquietante. Non c’è nulla di illegale, nulla che violi apertamente le regole. C’è qualcosa di più profondo: la continuità del sistema. Un sistema che non ha bisogno di difendersi perché sa includere, sa integrare, sa trasformare anche l’alternativa in parte di sé.
I volti cambiano, il linguaggio si aggiorna, ma il copione resta lo stesso
Resta allora una domanda, che nasce proprio da quella frase, da quel riconoscimento pronunciato dal vertice della maggioranza nei confronti di chi si propone come alternativa: è possibile cambiare davvero un sistema restando dentro i suoi riti, condividendone i tempi, accettandone le logiche? È possibile rappresentare una rottura senza compierla? La Sicilia continua a oscillare tra queste due dimensioni, tra il racconto del cambiamento e la pratica della continuità. I volti cambiano, il linguaggio si aggiorna, ma il copione resta lo stesso. E mentre la politica si ritrova attorno a tavole sempre apparecchiate, il distacco dei cittadini cresce, silenzioso e ostinato. La democrazia non muore, semplicemente si svuota. Non perde forma, perde sostanza. E forse il vero punto non è più chi governa, ma se esiste ancora, da qualche parte, la volontà di rompere davvero questo equilibrio. Perché finché nessuno si alzerà da quel tavolo, non per cambiare posto ma per cambiare gioco, la scena resterà identica, e con essa la sensazione, sempre più diffusa, che in Sicilia il cambiamento sia spesso solo un modo diverso di restare fermi.







