L’autonomismo siciliano dell’ultima ora: la difficile credibilità di Cateno De Luca

di Angelo Giorganni

La credibilità non nasce dalle parole, ma dalla coerenza tra ciò che si è detto ieri e ciò che si dice oggi

Dopo anni trascorsi dentro le dinamiche della politica tradizionale, il leader di Sud Chiama Nord riscopre autonomia, Statuto e liberazione dalla “schiavitù romana”. Ma i siciliani hanno il diritto di chiedersi dov’era quando queste battaglie venivano combattute da altri nel silenzio generale. C’è qualcosa che i siciliani hanno imparato nel corso degli ultimi decenni, attraversando stagioni politiche caratterizzate da promesse solenni, rivoluzioni annunciate, leader presentati come salvatori della patria e movimenti nati con l’ambizione dichiarata di cambiare tutto per poi finire, nella maggior parte dei casi, per adattarsi alle stesse logiche che dicevano di voler combattere: hanno imparato che la credibilità non nasce dalle parole, ma dalla coerenza tra ciò che si è detto ieri e ciò che si dice oggi, tra le battaglie combattute quando erano difficili e quelle che si scelgono di combattere soltanto quando diventano popolari e politicamente redditizie.

La battaglia politica per liberare la Sicilia dalla malapolitica centralista romana e dell’ascarismo endogeno impone coerenza che non di acquista tanto al chilo

È per questo motivo che le recenti dichiarazioni di Cateno De Luca, che oggi si presenta come promotore di un presunto “Governo di Liberazione”, evocando una Sicilia “libera dalla schiavitù romana”, una Sicilia “al di sopra dei partiti” e una Sicilia finalmente protagonista del proprio destino, non possono essere accolte semplicemente con entusiasmo o con superficialità, ma devono essere sottoposte a un rigoroso esame politico e storico, perché chi pretende di guidare una battaglia così importante come quella dell’autonomia siciliana ha il dovere di spiegare non soltanto ciò che intende fare domani, ma anche ciò che ha fatto o non ha fatto negli anni che ci stanno alle spalle.

Quando un politico si professa autonomista bisogna guardare il suo passato per capire se è o no sincero. E bisogna osservare con chi intende allearsi

La domanda fondamentale, infatti, non riguarda il futuro annunciato da De Luca, ma il suo passato politico, perché è impossibile ignorare il fatto che l’autonomia siciliana, la difesa dello Statuto speciale, la denuncia del centralismo romano, la rivendicazione delle prerogative finanziarie della Regione e la richiesta di una Sicilia realmente padrona delle proprie risorse non siano temi comparsi improvvisamente nel dibattito pubblico negli ultimi mesi, ma rappresentino battaglie che numerosi movimenti civici, autonomisti e sicilianisti conducono da anni, spesso nell’indifferenza generale, senza il sostegno dei grandi apparati mediatici e senza la protezione dei partiti nazionali. Mentre queste realtà denunciavano il progressivo svuotamento dello Statuto siciliano, il mancato trasferimento delle competenze previste dalla legge, la perdita di sovranità economica dell’Isola, il drenaggio di risorse verso il centro e l’incapacità della classe dirigente regionale di difendere gli interessi del popolo siciliano, Cateno De Luca non era certamente il punto di riferimento di quella battaglia, né la sua voce era tra quelle che con maggiore forza e continuità richiamavano l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di una mobilitazione permanente per l’attuazione integrale dell’Autonomia speciale.

In politica raramente il passato non pesa sul presente e sul futuro

Ed è proprio qui che nasce il principale problema di credibilità politica della sua attuale operazione, perché molti siciliani si chiedono legittimamente per quale ragione dovrebbero credere oggi a chi scopre improvvisamente l’autonomismo e non a coloro che hanno dedicato anni della propria attività politica, culturale e civile a queste stesse battaglie quando esse non garantivano visibilità, consenso o opportunità elettorali. È una domanda che De Luca non può aggirare dietro formule comunicative suggestive o slogan ad effetto, perché quando un leader politico decide di appropriarsi di parole come “liberazione”, “autonomia” e “sovranità”, inevitabilmente si espone al giudizio della propria storia personale e politica, una storia che racconta un percorso caratterizzato da continui cambiamenti di collocazione, da alleanze diverse, da movimenti diversi, da contenitori politici differenti e da una costante ricerca di centralità nello scenario regionale e nazionale.
Per questo motivo appare difficile accettare senza riserve la rappresentazione di De Luca come simbolo di una radicale rottura con il sistema politico esistente, poiché la sua vicenda pubblica non è quella di un uomo rimasto ai margini del sistema mentre combatteva una battaglia contro il potere costituito, ma quella di un protagonista che il sistema lo ha attraversato in tutte le sue forme, dialogando con soggetti politici diversi, costruendo relazioni trasversali e partecipando pienamente alle dinamiche che oggi dichiara di voler superare.

Non si può presentare un progetto politico autonomista e poi allearsi con chi ha vilipeso e calpestato l’Autonomia siciliana

Quando si osservano le sue recenti dichiarazioni emerge inoltre una contraddizione che non può passare inosservata, perché da una parte De Luca afferma di voler costruire una Sicilia “al di sopra dei partiti”, mentre dall’altra continua a mantenere aperto il dialogo con esponenti appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione, lasciando intendere che il suo progetto politico potrebbe svilupparsi attraverso convergenze, accordi e intese con quelle stesse forze che dovrebbero rappresentare il vecchio sistema da abbattere. È una contraddizione sostanziale e non soltanto formale, perché se davvero l’obiettivo fosse quello di costruire una proposta alternativa al modello politico che ha governato la Sicilia negli ultimi decenni, la prima esigenza dovrebbe essere quella di prendere una distanza netta da quel modello e da coloro che lo hanno incarnato, mentre invece il messaggio che arriva è quello di una disponibilità a trattare con tutti, esattamente secondo quelle logiche che caratterizzano la politica tradizionale e che i cittadini dichiarano sempre più spesso di non sopportare.

Oggi piano piano, tanti siciliani, nonostante i demagoghi da quattro soldi che infestano la politica siciliana di oggi, cominciano a riflettere sull’Autonomia siciliana

Ancora più significativo appare il tempismo con cui questa nuova narrazione autonomista viene proposta all’opinione pubblica siciliana, perché essa giunge proprio nel momento in cui cresce il malcontento verso i partiti nazionali, aumenta la sfiducia nei confronti delle tradizionali coalizioni di governo e si rafforza una domanda di autonomia che da anni viene alimentata dal lavoro di movimenti civici e sicilianisti rimasti spesso ai margini del dibattito mediatico. È difficile non osservare come questo improvviso entusiasmo per la causa autonomista coincida perfettamente con la crescente attrattività elettorale di quei temi che per lungo tempo erano stati ignorati o considerati secondari, ed è altrettanto difficile non chiedersi se ci si trovi di fronte a una sincera evoluzione politica oppure a un’operazione finalizzata a occupare uno spazio politico che altri hanno contribuito a costruire nel corso degli anni.

Attenzione ai venditori di fumo cercano di sfruttare l’Autonomia siciliana

La verità è che l’Autonomia non può essere trattata come un prodotto elettorale da utilizzare quando le condizioni del mercato politico lo rendono conveniente, perché l’Autonomia è una battaglia che richiede coerenza, continuità, competenza e soprattutto la disponibilità a sostenere determinate posizioni anche quando esse risultano impopolari, scomode o prive di immediati vantaggi. Chi crede realmente nell’Autonomia non la scopre quando essa diventa di moda. Chi crede realmente nell’Autonomia la difende quando nessuno la considera una priorità. Chi crede realmente nell’Autonomia continua a parlarne quando non ci sono elezioni all’orizzonte e quando i riflettori mediatici sono spenti. Per questo motivo il problema non è stabilire se le parole di De Luca siano suggestive o efficaci dal punto di vista comunicativo, perché lo sono certamente; il problema consiste nel verificare se dietro quelle parole esista una storia politica coerente e una credibilità sufficiente a giustificare la pretesa di guidare una battaglia che altri conducono da molto più tempo e con una continuità che lui non può rivendicare.

Attenzione ai falsi autonomisti

La Sicilia ha già conosciuto troppi leader che hanno promesso di cambiare tutto senza cambiare nulla, troppi movimenti nati per abbattere il sistema e finiti per riprodurlo, troppi uomini politici che hanno utilizzato il disagio dei siciliani come strumento per costruire consenso personale, ed è proprio questa esperienza collettiva che oggi induce molti cittadini a guardare con crescente diffidenza all’ennesima operazione fondata su slogan altisonanti e promesse di liberazione.
Perché la vera questione non è se la Sicilia abbia bisogno di maggiore Autonomia, di maggiore dignità istituzionale e di maggiore capacità di decidere il proprio futuro; su questo esiste ormai una consapevolezza sempre più diffusa. La vera questione è comprendere se a guidare questo percorso debbano essere coloro che hanno scoperto l’autonomismo quando esso è diventato elettoralmente conveniente oppure coloro che hanno continuato a difenderlo anche quando erano soli, ignorati e privi di qualunque prospettiva di potere. È una differenza enorme. Ed è una differenza che potrebbe determinare non soltanto il risultato delle prossime elezioni regionali, ma soprattutto il futuro politico della Sicilia.

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