di Angelo Giorgianni

Il presidente USA, insultando i militari italiani, ha esercitato una prerogativa dell’Impero: il diritto di dire agli alleati cosa sono e cosa non sono
Ci sono momenti nella storia delle democrazie in cui la realtà si manifesta senza veli, senza mediazioni, senza più alcuna indulgenza. Non sono momenti fragorosi. Non sono giorni di rivoluzioni o di battaglie.
Sono, piuttosto, quei lampi improvvisi che illuminano lo stato effettivo di un Paese, rivelandone fragilità che erano già presenti, sedimentate, ma che la retorica quotidiana riusciva in qualche modo a mascherare. Gli insulti di Donald Trump ai militari italiani appartengono a questa categoria di rivelazioni.
Non cambiano il mondo, ma lo spiegano. Non modificano l’ordine internazionale, ma lo rendono limpido. Sono uno di quei momenti in cui il potere – quello vero, quello geopolitico – prende la parola e stabilisce le distanze. Trump non ha solo insultato soldati che hanno combattuto e sono morti in missioni decise dall’Occidente. Ha esercitato una prerogativa dell’Impero: il diritto di dire agli alleati cosa sono e cosa non sono. In quel gesto c’è stata l’affermazione di una gerarchia e, insieme, la verifica di un’assuefazione. Ma il dato più impressionante non è ciò che Trump ha detto. È ciò che l’Italia non ha detto.
Il silenzio che definisce una nazione
Non una parola da Palazzo Chigi. Non un richiamo all’ambasciatore statunitense. Non un comunicato del Ministero della Difesa. Non un sussurro dal Quirinale. Un silenzio unanime, disciplinato, quasi coreografico. Un silenzio che non è prudenza diplomatica, ma resa politica. Un silenzio che ci dice, senza mezzi termini, dove si colloca oggi il nostro Paese nell’architettura occidentale. La politica italiana si è abituata a confondere le parole con le azioni. Ma le democrazie, come gli individui, vengono giudicate per ciò che fanno quando la dignità è messa in discussione. L’Italia, questa volta, non ha fatto nulla. Ed è proprio questo nulla che merita di essere indagato.
Meloni e il paradosso del sovranismo senza sovranità
C’è un paradosso che merita di essere messo a fuoco. Il governo guidato da Giorgia Meloni è nato sotto la bandiera del sovranismo. Non un sovranismo astratto, culturale, ma un sovranismo declamato come vocazione politica, come promessa identitaria, come strumento di riscatto nazionale. Eppure, di fronte all’insulto rivolto ai nostri militari, il governo ha taciuto. Non per caso. E neppure per strategia. Ha taciuto perché non può fare diversamente. La verità è che il sovranismo proclamato in patria è la faccia polemica di una dipendenza accettata all’estero. Per avere legittimazione internazionale, Meloni ha dovuto promettere all’Occidente – e in particolare agli Stati Uniti – un affidamento totale. La parola “alleanza” descrive ormai una relazione asimmetrica: l’Italia concede fedeltà; gli Stati Uniti concedono tolleranza. E così la premier che in patria invoca la Patria con voce tonante, all’estero abbassa lo sguardo.
È una forma di patriottismo al ribasso, un nazionalismo coreografico che non resiste alla prova dei fatti. Chi non difende i propri soldati non difenderà mai il proprio Paese.
Il Parlamento, la classe dirigente e la crisi della rappresentanza
Non meno grave è stato il silenzio delle opposizioni. Non un dibattito urgente. Non una mozione. Non un grido politico all’altezza della questione. Siamo di fronte a una crisi che non è del singolo governo, ma di un’intera generazione politica. Una classe dirigente incapace di leggere la geopolitica, assuefatta all’idea che il destino dell’Italia debba essere deciso altrove. L’Italia è diventata una provincia dell’Impero, non per imposizione esterna ma per auto-minimizzazione interna.
L’Europa: un gigante che paga, ma non decide
La vicenda italiana si inserisce in un quadro più ampio: la dissoluzione del ruolo europeo. Zelensky, con una franchezza che nel gioco diplomatico è rara, ha detto che: “L’Europa è divisa e perduta di fronte a Trump.” È una diagnosi crudele ma numericamente verificabile. La Commissione europea risponde con i conti: 200 miliardi già spesi, 800 promessi. Ma la geopolitica non è un bilancio: è il luogo in cui si esercita potere. L’Europa esercita la spesa, non il potere. E il mondo contemporaneo non ha posto per potenze che spendono senza comandare. L’Europa è diventata una ONG geopolitica: generosa, operosa, ma politicamente irrilevante.
Abu Dhabi: il tavolo dove l’Europa non siede
La scena è emblematica. A Abu Dhabi, USA, Russia e Ucraina discutono del futuro della guerra. Non c’è l’Europa. Non c’è l’Italia. Non c’è nessuno dei 27 Paesi che pagano il costo economico maggiore del conflitto. L’Europa, assente nei luoghi del potere, si rifugia nel linguaggio della morale.
Ma la morale, senza potere, è solo retorica. E la retorica non protegge, non dissuade, non pesa.
Groenlandia: il precedente che annuncia il presente
Non è la prima volta che Trump misura la soggezione europea. La vicenda della Groenlandia – trattata come proprietà acquistabile – fu un test geopolitico che l’Europa fallì. Un giorno di indignazione, poi l’obbedienza. Ogni episodio successivo non è che una variazione del medesimo schema. Il sovranismo europeo è un fenomeno retorico: sovranista in campagna elettorale, subalterno nei consessi internazionali.
L’Italia come caso clinico dell’irrilevanza occidentale
Il caso italiano, tuttavia, è più grave degli altri. Perché l’Italia non è solo silenziosa: è abituata al silenzio. La dipendenza non è un accidente del presente, ma un tratto strutturale della nostra collocazione internazionale. Il nostro Paese vive da vent’anni in una sorta di paralisi geopolitica. Non ha una visione nel Mediterraneo. Non ha una politica energetica autonoma. Non ha una strategia industriale indipendente. Non ha una dottrina militare coerente. Non ha una diplomazia che aspiri a incidere. E quando un Paese dimentica di essere un soggetto, diventa un oggetto.
L’insulto che diventa specchio
Trump non ha insultato l’Italia. Trump ha descritto l’Italia. Ha pronunciato il referto clinico di un’irrilevanza. Il vero problema non è l’offesa subita, ma la reazione mancata. Perché è nella reazione – o nel suo silenzio – che una nazione misura se stessa. E noi, oggi, ci siamo misurati.
Conclusione: sovranità non nominata, ma esercitata
Si può parlare all’infinito di sovranità. La si può declinare in mille forme. La si può sbandierare nei comizi e nei proclami. Ma alla fine, la sovranità esiste solo se viene esercitata. Il governo italiano, di fronte all’umiliazione dei propri militari, non l’ha esercitata. L’Europa, di fronte alla sua marginalizzazione, non l’ha esercitata. Le nostre istituzioni, di fronte al loro ruolo, non l’hanno esercitata. La sovranità non è un discorso. È una postura. È un atto. È un limite che si impone al potere altrui. L’Italia, oggi, non impone nulla a nessuno. E l’Europa, con lei, è diventata una confederazione di Paesi che hanno rinunciato al proprio posto nel mondo. La sovranità si esercita o si perde. E quando si smette di esercitarla, non la si recupera facilmente. L’Italia non è stata insultata. L’Italia è stata radiografata. E l’immagine che ne esce è quella di una nazione che ha smarrito il linguaggio, il coraggio e la dignità necessari per stare nel mondo come un soggetto e non come un’ombra.








