di Giulio Ambrosetti

Nella pantomima che va in scena oltre la Manica il sistema globalista dimostra ancora una volta tutta la propria stupidità politica. Si blatera di “crisi provocata dalla Brexit” (una stupidaggine) e, contempraneamente, si annuncia il ritorno (tardivo) dello Stato nell’economia
Non contenti di averci riempito di stupidaggini durante la pandemia, vera o presunta, non contenti di averci riempito di bugie sulla guerra in Ucraina, nascondendo il ruolo dei nazisti e quello che hanno combinato contro la popolazione ucraina legata alla Russia, adesso i globalisti hanno cominciato a raccontare stupidaggini solenni sul Regno Unito. L’operazione è iniziata in contemporanea all’annuncio dell’uscita di scena del premier, Keir Starmer. Com’è noto, questo signore, che ha combinato solo danni, ha annunciato le dimissioni. Resterà in carica per poco più di tre settimane, poi verrà sostituito da Andy Burnham, già Sindaco di Manchester. Sapete perché i laburisti hanno scelto lui? Per due ragioni. In primo luogo perché non è coinvolto nei cosiddetti Epstein files: insomma, non ha mai partecipato ai ‘giochi’ del finanziare pedofilo, Jeffrey Epstein. In secondo luogo perché pensano, o forse s’illudono, che sia la persona giusta per provare a fermare l’ascesa di Nigel Farage, il protagonista della Brexit, oggi leader dei sovranisti del Regno Unito. Come ora proveremo a illustrare, le stupidaggini che i mezzi d’informazione globalisti stanno raccontando in questi giorni sulla crisi dell’economia inglese si legano a doppio filo al tentativo dei laburisti di salvare il proprio ‘deretano’ in vista delle prossime elezioni politiche. Ma andiamo con ordine.
La crisi economica nel Regno Unito è stata provocata, in primo luogo, dalla guerra in Ucraina e non dalla Brexit!
Cominciamo con la crisi economica del Regno Unito. Che c’è ma non ha nulla a che vedere con la Brexit. La crisi economica di questo Paese, come del resto la crisi economica dell’Unione europea nel suo complesso, è legata, in primo luogo, alla guerra in Ucraina che ha messo sotto stress le finanze di tutti i Paesi europei. Ovviamente, i Paesi dell’Unione europea più colpiti dai costi della guerra in Ucraina sono quelli che dovrebbero passarsela meglio: Germania, Francia, Olanda, Danimarca, Belgio, Italia. Il nostro Paese, in realtà, non è più ricco da oltre una decina di anni, massacrato dall’imbroglio tedesco dell’euro. Nonostante questo, il Governo di Mario Draghi all’inzio dello scoppio della guerra in Ucraina (terza decade di Febbraio 2022) e il Governo di Giorgia Meloni non hanno esitato e continuano a non esitare a tagliare fondi alla sanita pubblica, alla scuola pubblica e agli altri settori dell’economia del nostro Paese per foraggiare il regime corrotto di Volodymyr Zelenskyj. Il Regno Unito non fa più parte dell’Unione europea ma non si è certo tirato indietro per gettare nel pozzo senza fondo dell’Ucraina i soldi degli abitanti dei quattro Paesi del Regno Unito: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Questi sono i fatti. Con il dubbio che i fondi dirottati in Ucraina siano legati ad attività di riciclaggio.
Il secondo motivo che sta mettendo in crisi Regno Unito e Unione europea è il tramonto del sistema globalista
La seconda ragione che ha provocato la crisi economica del Regno Unito e, in generale, dell’Unione europea è l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Questo perché l’attuale presidente USA sta mettendo in pratica quanto promesso in campagna elettorale: sta smontando, pezzo dopo pezzo, il demenziale e criminale regime economico globalista e ha introdotto nel proprio Paese un sistema economico misto. L’America continua a esportare in mezzo mondo non soltanto petrolio e gas ma anche altri prodotti; contemporaneamente l’amministrazione Trump, grazie a un oculato protezionismo, sta rilanciando il settore manifatturiero del proprio Paese che negli ultimi trent’anni si era spostato in Paesi con costi più bassi, a cominciare dal costo del lavoro. Questo ha creato tanti nuovi posti di lavoro negli USA. L’inflazione che si registra in America, poco più del 4%, non è alta come cercano di far credere i detrattori di Trump, che sono i globalisti che il presidente sta ‘bastonando’. L’attuale inflazione USA è quella che di solito si accompagna alla crescita; forse è un po’ su negli ultimi due mesi per via della guerra nel Golfo che sta provocando inflazione in tutto il mondo, compresa l’Unione europea, dove il regime corrotto che la governa la nasconde.
Il Paese che oggi è in grande difficoltà è la Cina, che non ha le risorse per tenere in piedi l’Iran con i suoi 92 milioni di abitanti. Le solite sceneggiare del carrozzone ONU
Non bisogna credere che la guerra nel Golfo finirà subito: con molta probabilità si concluderà quando l’Iran non riuscirà più a tirare avanti, nonostante gli aiuti della Cina. Non ci vorrà molto, perché dopo due mesi di sostegni il Governo cinese è già in difficoltà. In realtà, il Paese del Dragone era in difficoltà già da prima della guerra del Golfo, che sta accentuando la crisi economica interna questo Paese di un miliardo e mezzo di abitanti. Non a caso il Governo di Xi Jinping ha ridotto gli investimenti per aumentare la spesa sociale (qui un articolo). La Cina ha un’elevata disoccupazione giovanile e una patologica dipendenza dall’export, tipica dei Paesi occidentali che sono incappati nella stupida globalizzazione dell’economia. Il tempo non lavora in favore della Cina, che non vuole perdere la propria presenza nel Golfo grazie all’alleanza con il regime teocratico iraniano. Ma sia l’Iran, sia la Cina sono in grande difficoltà: non a caso iraniani (e cinesi dietro) hanno accettato di trattare con gli americani nonostante Israele continui a tenere sotto pressione militare Hamas a Gaza e Hebollah in Libano. Cinesi e iraniani non hanno altra scelta, perché la Cina non è più economicamente in grado di tenere in piedi l’Iran con i suoi 92 milioni di abitanti. Non a caso, in queste ore, l’America di Trump ha sbloccato 24 miliardi di dollari iraniani ‘congelati’ a patto che gli stessi iraniani acquistino prodotti agricoli americani. Non a caso in queste ore il carrozzone ONU, schierato contro l’America di Trump, sta cercando di rilanciare la solita solfa del ‘genocidio’, non si capisce se a Gaza o in Libano, ma questa volta senza gite in barche a vela, diventate rischiose. Sortiranno effetti le mosse dell’ONU? No. Al contrario, Israele continuerà a controllare Gaza e il Libano. E’ l’ONU, ormai, ad avere i giorni contati.
Le contradizioni: se nel Regno Unito c’è una crisi economica “provocata dalla Brexit” con quali soldi il nuovo Governo Burnham dovrebbe nazionalizzare l’economia di questo Paese?
In questo scenario il Regno Unito, o meglio, i laburisti che governano questo Paese giocano la disperata carta di Andy Burnham, sorretto dai media globalisti impegnati a raccontare che la Brexit ha provocato la crisi economica di questo Paese. Come già accennato, stupidaggini al cubo. Siccome i globalisti non sono mai stati molto intelligenti, anche in questo passaggio non smentiscono la propria stupidità, in questo caso economica e politica insieme. Dicono che il Regno Unito è in “crisi” e, contemporaneamente, annunciano che il futuro capo del Governo metterà da parte il liberismo e le privatizzazioni per puntare sulla gestione pubbica dei servizi. A parte che per i laburisti – che alla fine dovrebbero essere i socialisti – la gestione pubblica dell’economia dovrebbe essere la regola, sarebbe interessante capire con quali soldi il futuro premier Burnham dovrebbe nazionalizzare la gestione dei servizi se nel Regno Unito c’è la ‘crisi’ provocata dalla Brexit… Le nazionalizzazioni costano un sacco di soldi. Se c’è la ‘crisi’ dove dovrebbero essere i soldi per il ritorno dello Stato nell’economia? Ribadiamo: qui viene fuori l’inconsistenza, culturale prima che politica ed economica, dei globalisti, anche in versione laburisti inglesi, che probabilmente non capiscono più cosa dicono.
Non solo il Regno Unito non si salverà ma l’intera Unione europea rischia di essere travolta dall’aumento di migranti che ormai arrivano anche dall’Afghanistan. Germania in grande affanno
Riusciranno i laburisti-globalisti a salvate il proprio ‘deretano’? No, perché, come si può notare dall’attivismo di Trump, ormai è prossima una sorta di Tangentopoli europea, forse mescolata con un rilancio degli Epstein files che, lo ricordiamo, non hanno nulla a che vedere con i Repubblicani americani ma coinvolgono i Democratici americani e le ‘sinistre’ vere o presunte, europee. In più Burnham nulla potrà fare per fermare l’insofferenza della popolazione del Regno Unito contro l’eccessiva presenza di migranti, che sono il punto di forza del sistema economico globalista per abbassare i salari e ridurre i diritti dei lavoratori. Il problema invasione-migranti è europeo. Proprio in queste ore i tedeschi sono riusciti a imporre all’Unione europea sempre più in crisi una bizzarra trattativa con il regime dei talebani che controllano l’Afghanistan. Con molta probabilità, americani e russi – i cui rapporti sono oggi altalenanti, perché Vladimir Putin è pur sempre un alleato di Cina e Iran – stanno ‘scaricando’ un gran numero di migranti afghani in Germania e, in parte, nell’Europa dell’Est. Questi insieme ai profughi ucraini e ad altri migranti. Il ‘genio’ Friedrich Merz si illude di rimpatriare i profughi afghani in Afghanstan, facendo pagare i costi di questa operazione ali altri 26 Paesi dell’Unione europea. Ci riuscirà? No. Perché russi e americani ‘scaricheranno’ sulla Germania non soltanto i profughi afghani ma anche i migranti che, da oltre un decennio, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan tiene bloccati al confine con l’Europa dell’Est. E’ una delle tante mosse di americani e russi per sfasciare l’Unione europea che non a caso, con un decennio di ritardo e forse più, pensa oggi di salvarsi dall’invasione di migranti con i centri da piazzare in Paesi terzi, modello Albania-Italia. Ovviamente anche questa via d’uscita sarà un fallimento, perché ormai tardiva, oltre che costosa. Per concludere, ci sarebbe una terza ragione che sta provocando la crisi economica in Europa. Ma di questo parleremo in un altro articolo.








