di Angelo Giorgianni

Una sentenza rivoluzionaria della Consulta
Per anni abbiamo assistito a una narrazione a senso unico. Ci hanno detto che la transizione ecologica passava inevitabilmente attraverso la trasformazione delle campagne in immense centrali fotovoltaiche. Chiunque osasse porre una domanda, esprimere una perplessità o difendere il valore della terra agricola veniva immediatamente etichettato come nemico dell’ambiente, ostile alle energie rinnovabili o incapace di comprendere il futuro. Oggi quella narrazione subisce una battuta d’arresto. Con la sentenza n. 127 del 2026, la Corte costituzionale ha affermato un principio destinato a incidere profondamente sulle politiche energetiche del Paese: è pienamente legittima la scelta del legislatore di vietare l’installazione di impianti fotovoltaici con pannelli collocati direttamente a terra nelle aree agricole, salvaguardando così la destinazione produttiva dei terreni. La Corte ha chiarito che non si tratta di un rifiuto delle energie rinnovabili, ma della ricerca di un equilibrio tra due interessi pubblici entrambi meritevoli di tutela: la decarbonizzazione e la conservazione del patrimonio agricolo nazionale.
La precisazione fondamentale
È una precisazione fondamentale. Perché negli ultimi anni il dibattito pubblico è stato volutamente semplificato: da una parte il progresso, dall’altra chi difendeva la terra. Una contrapposizione falsa, costruita per impedire qualsiasi riflessione critica. La Corte costituzionale, invece, ricorda che il suolo agricolo non è uno spazio vuoto in attesa di essere “valorizzato”. È una risorsa strategica, limitata e irriproducibile. Una volta sottratto all’agricoltura, difficilmente potrà tornare a svolgere la funzione che la natura gli ha assegnato. Questa decisione assume un valore enorme soprattutto per la Sicilia. La nostra Isola è stata individuata come uno dei territori più appetibili per la realizzazione di grandi impianti fotovoltaici industriali. Le ragioni sono evidenti: migliaia di ore di sole ogni anno, vaste superfici agricole, costi dei terreni relativamente contenuti e una posizione geografica favorevole per la produzione di energia. Attorno a queste caratteristiche si è sviluppato un gigantesco interesse economico.
ll grande affare dell’energia solare coincide con la crisi dell’agricoltura. Un caso?
Fondi d’investimento internazionali, grandi gruppi energetici e società finanziarie hanno rivolto lo sguardo verso la Sicilia, proponendo agli agricoltori contratti pluridecennali con canoni spesso superiori ai redditi ricavabili dalle coltivazioni. Non è difficile comprendere perché molti imprenditori agricoli abbiano preso in considerazione queste offerte. L’agricoltura siciliana attraversa una delle crisi più profonde della sua storia. La siccità riduce drasticamente le produzioni. I costi dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti continuano ad aumentare. I prezzi riconosciuti ai produttori sono spesso inferiori ai costi di produzione. Le importazioni provenienti da Paesi che non rispettano gli stessi standard ambientali e sanitari comprimono ulteriormente la redditività delle aziende agricole. In queste condizioni, l’affitto dei terreni per la realizzazione di impianti fotovoltaici rappresenta, per molti, una soluzione economicamente allettante.
La Sicilia non è una Regione qualsiasi: è una Regione a Statuto speciale e il suo Statuto ha rango costituzionale
Ma ciò che appare conveniente per il singolo può rivelarsi devastante per l’interesse collettivo. Ogni ettaro di terreno fertile sottratto all’agricoltura rappresenta una perdita permanente di capacità produttiva. Significa meno grano. Meno olio. Meno agrumi. Meno ortaggi. Meno vino. Meno allevamenti. Meno occupazione. Meno presidio del territorio. Meno paesaggio. Meno biodiversità. In altre parole, significa meno Sicilia. Ma per la Sicilia esiste anche un altro aspetto, troppo spesso ignorato nel dibattito nazionale. La nostra Regione non è una Regione qualsiasi: è una Regione a Statuto speciale e il suo Statuto ha rango costituzionale. Ciò significa che la tutela del territorio agricolo non dipende esclusivamente dalle scelte dello Stato centrale. La Regione Siciliana dispone di competenze legislative primarie in materie strettamente connesse all’agricoltura, al governo del territorio e alla valorizzazione delle proprie risorse.
Questa sentenza è un punto di svolta per l’Autonomia siciliana
La sentenza della Corte costituzionale, lungi dal comprimere queste prerogative, le rafforza, riconoscendo la piena legittimità di una disciplina che pone al centro la difesa del suolo agricolo. Ecco perché questa pronuncia dovrebbe rappresentare un punto di svolta per il Governo regionale. Lo Statuto speciale non può continuare a essere evocato soltanto nelle celebrazioni ufficiali o nei conflitti politici con Roma. Deve diventare uno strumento concreto di governo. La Regione Siciliana ha oggi il dovere di utilizzare tutte le competenze che lo Statuto le attribuisce per pianificare il proprio territorio, impedire nuove forme di speculazione e difendere uno dei patrimoni più preziosi dell’Isola. Non sarebbe uno scontro con lo Stato, ma il legittimo esercizio di un’autonomia riconosciuta dalla Costituzione.
Come e dove produrre energia pulita
La sicurezza alimentare è destinata a diventare una delle grandi sfide geopolitiche del XXI secolo. Le guerre, i cambiamenti climatici e le tensioni commerciali dimostrano quanto sia fragile il sistema mondiale degli approvvigionamenti. Un Paese che rinuncia progressivamente ai propri terreni coltivabili si espone a una dipendenza sempre maggiore dalle importazioni alimentari. E un Paese che non è più in grado di produrre il proprio cibo rinuncia a una parte essenziale della propria sovranità. Naturalmente nessuno mette in discussione la necessità di sviluppare le energie rinnovabili. La lotta ai cambiamenti climatici richiede investimenti importanti nella produzione di energia pulita. Ma proprio per questo occorre utilizzare con intelligenza le superfici già compromesse: tetti di edifici pubblici e privati, capannoni industriali, parcheggi, aree dismesse, cave esaurite e discariche bonificate. Esiste inoltre l’agrivoltaico avanzato, che consente la coesistenza tra produzione agricola e produzione energetica senza sottrarre definitivamente il terreno alle coltivazioni.
Un popolo che rinuncia alla propria terra finisce, prima o poi, per rinunciare anche alla propria sovranità
La vera innovazione consiste proprio in questo: produrre energia senza cancellare l’agricoltura. La sentenza della Corte costituzionale ci ricorda che la transizione ecologica non può trasformarsi in una gigantesca operazione di consumo del territorio. L’ambiente non si difende distruggendo i campi. Si difende proteggendo gli ecosistemi, sostenendo chi coltiva la terra e promuovendo un modello di sviluppo realmente sostenibile. Per la Sicilia questo pronunciamento dovrebbe rappresentare un nuovo inizio. La nostra terra non può essere considerata una semplice piattaforma energetica al servizio di interessi finanziari o industriali esterni. È una delle più grandi regioni agricole del Mediterraneo, custode di produzioni d’eccellenza, di paesaggi unici e di una cultura millenaria. La sentenza n. 127 del 2026 lancia un messaggio chiarissimo: lo sviluppo sostenibile non consiste nel sostituire i campi con i pannelli, ma nel conciliare la produzione di energia con la tutela del territorio, dell’agricoltura e della sovranità alimentare. Perché un pannello produce elettricità. Un campo coltivato produce cibo, lavoro, paesaggio, identità, libertà e futuro. E un popolo che rinuncia alla propria terra finisce, prima o poi, per rinunciare anche alla propria sovranità.







