
di Angelo Giorgianni
La nostra Isola produce energia ma i cittadini siciliani pagano benzina e gasolio come se questa ricchezza fosse prodotta altrove
Ci sono prezzi che diventano una fotografia politica. Due euro e trenta per un litro di gasolio, quando potrebbe costare un euro, è uno di questi. Non è più soltanto il prezzo di una merce. È il prezzo di una condizione. Quella di una terra che produce energia, ospita raffinerie, impianti industriali, oleodotti, porti e grandi infrastrutture e che, nello stesso tempo, paga il carburante come se tutta quella ricchezza fosse prodotta altrove. Il pieno dell’automobile diventa così il piccolo conto quotidiano presentato alla famiglia siciliana. Lo paga il lavoratore che deve attraversare ogni giorno mezza provincia per andare al lavoro. Lo paga l’autotrasportatore. Lo paga l’agricoltore. Lo paga il pescatore. Lo paga l’artigiano. Lo paga il commerciante. Lo paga l’impresa. E alla fine lo pagano tutti, perché quando aumenta il costo del carburante aumenta il costo del trasporto, e quando aumenta il trasporto aumentano le merci. Il caro carburante è una tassa indiretta che colpisce il lavoro, i consumi e il reddito delle famiglie.
La Sicilia sopporta da decenni costi sociali enormi per produrre energia. Oggi deve pretendere per i propri cittadini un beneficio proporzionato ai sacrifici imposti alla nostra comunità
Ma la questione siciliana è più grande. La domanda è semplice: com’è possibile che una Regione che da decenni sopporta una parte rilevante del sistema energetico nazionale non riesca a ottenere da questa ricchezza un beneficio proporzionato per i propri cittadini? La risposta non può essere ancora una volta quella del bonus, dello sconto temporaneo, dell’intervento emergenziale annunciato quando il prezzo sale e dimenticato quando scende. La Sicilia non ha bisogno dell’elemosina periodica di Roma. Ha bisogno che vengano applicati i suoi diritti. È una differenza sostanziale. Sicilia Sovrana non propone l’ennesima misura tampone. Propone di affrontare il problema alla radice: fiscalità, energia, ambiente, costi sociali e autonomia devono essere messi sullo stesso tavolo. Perché il primo problema è fiscale.
Serve un Governo regionale che applichi l’articolo 37 dello Statuto siciliano
La Regione non può, allo stato attuale, con un semplice atto regionale, cancellare le accise statali sui carburanti. Questo va detto con chiarezza. Ma da qui a sostenere che la Sicilia non abbia strumenti ce ne passa. Lo Statuto speciale esiste. È una norma di rango costituzionale. E dentro quello Statuto c’è un principio che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi seria politica finanziaria regionale. L’articolo 37 stabilisce che, quando un’impresa industriale o commerciale ha la sede centrale fuori dalla Sicilia ma possiede nell’Isola stabilimenti e impianti, deve essere determinata la quota di reddito attribuibile a quegli stabilimenti e impianti e l’imposta relativa a quella quota compete alla Regione. Non è uno slogan autonomista. È diritto. E allora la Regione deve smettere di lamentarsi e cominciare a fare i conti.
Dobbiamo fare i conti e reclamare i nostri diritti di cittadini siciliani
Quanti sono gli stabilimenti delle grandi imprese energetiche presenti in Sicilia? Quanto reddito viene prodotto attraverso quegli impianti? Quale quota deve essere fiscalmente attribuita alla Sicilia? Quanto viene effettivamente riconosciuto alla Regione? Quali somme sono state trasferite e quali eventualmente no? Bisogna controllare, quantificare, contestare quando necessario e pretendere ciò che spetta. È questa la politica autonomista: non il folklore delle bandiere, ma la capacità di leggere una norma costituzionale e trasformarla in risorse per i cittadini.
Bisogna individuare chi ha provocato danni alla Sicilia. A danno accertato e responsabilità giuridica individuabile, ebbene, chi ha provocato i danni deve pagare
Ma c’è un altro conto, quello ambientale. Per decenni la Sicilia ha offerto territori alla grande industria petrolifera e petrolchimica. Gela, Priolo, Milazzo sono nomi che raccontano una parte della storia industriale dell’Isola. Raccontano lavoro e sviluppo, ma raccontano anche contaminazioni, bonifiche, territori compromessi, costi ambientali e problemi che ancora oggi richiedono interventi pubblici. Qui bisogna essere seri. Non si può trasformare ogni malattia in una sentenza contro un’industria. Non si può stabilire per decreto che una determinata patologia sia stata provocata dall’inquinamento. Servono dati, studi epidemiologici, accertamenti scientifici, perizie e un rapporto causale dimostrabile. Ma quando il danno è accertato e la responsabilità è giuridicamente individuabile, allora vale una regola elementare: chi ha provocato il danno deve pagare. È il principio di chi inquina paga. E se la pubblica amministrazione ha dovuto anticipare denaro per bonificare o mettere in sicurezza un territorio in luogo del soggetto responsabile, deve essere verificata la possibilità di recuperare quelle somme attraverso gli strumenti previsti dalla legge.
Bisogna individuare le responsabilità. E poi agire di conseguenza
Anche qui la Regione deve fare ciò che finora è stato fatto troppo poco e troppo spesso senza una visione complessiva: mettere insieme i numeri. Quanto è costata la bonifica dei territori industriali? Quanto costa il monitoraggio? Quanto hanno speso Regione, Comuni e altri enti pubblici? Quali costi possono essere imputati giuridicamente ai responsabili? Quali danni ambientali possono essere documentati? Quali costi sociali possono essere scientificamente collegati alle contaminazioni? Non servono proclami. Servono perizie. Non servono accuse generiche. Servono responsabilità individualizzate. Non serve una guerra ideologica contro l’industria. Serve una politica che pretenda dall’industria il rispetto delle regole. Perché la Sicilia non può continuare ad accettare il vecchio modello nel quale i profitti vengono privatizzati e una parte dei costi viene lasciata alla collettività.
Lo Stato italiano deve rispettare lo Statuto siciliano
Chi utilizza il territorio deve contribuire alla sua tutela. Chi produce ricchezza attraverso gli impianti siciliani deve contribuire secondo le regole fiscali previste dall’ordinamento. Chi provoca un danno deve risponderne. E lo Stato deve rispettare lo Statuto. Da qui nasce la proposta di un grande Fondo siciliano per la Rinascita Ambientale ed Energetica e per il benessere dei Siciliani. Un fondo che non deve essere una nuova scatola burocratica, ma uno strumento trasparente, controllabile e finalizzato. Dentro devono confluire le risorse che la Sicilia potrà legittimamente recuperare attraverso la piena applicazione dell’articolo 37 dello Statuto, le eventuali somme fiscali non riconosciute, le azioni di rivalsa per i costi sostenuti dalla pubblica amministrazione, le somme ottenute a titolo di risarcimento o ripristino ambientale, le eventuali nuove forme di compartecipazione alle entrate derivanti dal sistema petrolifero da negoziare con lo Stato e le risorse destinate a compensare gli svantaggi strutturali dell’insularità.
Meno accise. Più risorse alla Sicilia. Carburante meno caro
Quei soldi devono avere una destinazione precisa. Bonificare i territori. Finanziare il monitoraggio ambientale. Sostenere studi epidemiologici indipendenti. Intervenire sulle comunità che hanno sopportato i maggiori costi dell’industrializzazione. E, nei limiti consentiti dall’ordinamento, contribuire alla riduzione del costo dell’energia e dei carburanti. Ed eccoci al punto da cui siamo partiti: quei due euro e trenta. La Regione non può semplicemente decidere di togliere le accise statali. Ma può costruire una posizione politica e finanziaria molto più forte per chiedere allo Stato una diversa disciplina della fiscalità energetica in Sicilia. Può rivendicare una maggiore partecipazione alle entrate generate dal sistema petrolifero. Può pretendere l’attuazione dello Statuto. Può verificare e recuperare le somme eventualmente spettanti. Può perseguire, nei casi previsti dalla legge, il recupero dei costi ambientali sostenuti dalla collettività. Può utilizzare le proprie risorse per affrontare gli svantaggi derivanti dall’insularità. Può mettere tutto questo dentro una sola vertenza. Meno accise. Più risorse alla Sicilia. Carburante meno caro. È questa la differenza tra chiedere uno sconto e rivendicare un diritto.
La Sicilia produce ricchezza, ma troppo spesso non decide come quella ricchezza viene distribuita e utilizzata
Noi non diciamo a Roma: fateci un regalo. Diciamo: rispettate lo Statuto. Non diciamo: dateci un bonus per qualche mese. Diciamo: riconoscete alla Sicilia le risorse che le spettano. Non diciamo: fate pagare le multinazionali perché sono multinazionali. Diciamo: fate pagare in Sicilia la quota di reddito che la legge attribuisce alla Sicilia e fate rispondere dei danni chi ne è giuridicamente responsabile. È una posizione molto più seria di una protesta contro il prezzo alla pompa. Perché il prezzo alla pompa è soltanto l’ultima conseguenza di un problema molto più antico: la Sicilia produce ricchezza, ma troppo spesso non decide come quella ricchezza viene distribuita e utilizzata. Per questo chiediamo alla Regione un’operazione che abbia finalmente il coraggio dei numeri. Un gruppo tecnico indipendente, composto da economisti, fiscalisti, giuristi, esperti di energia, tecnici ambientali, epidemiologi e specialisti delle bonifiche, deve fotografare la situazione.
L’Autonomia siciliana deve uscire dai ‘palazzi’ e deve diventare vita quotidiana
Quanto reddito producono in Sicilia le grandi imprese energetiche? Quanto gettito fiscale generano? Quanto viene riconosciuto alla Regione? Quanto spetta in applicazione dell’articolo 37? Quanto è stato speso per bonifiche e risanamento? Quanto può essere recuperato attraverso le azioni previste dalla legge? Qual è il costo ambientale documentabile? Qual è il costo sociale? Quali risorse possono essere destinate alla riduzione del costo energetico? E soprattutto: di quanto potrebbe effettivamente scendere il prezzo del gasolio? Questa è la domanda che deve interessare la politica. Non gli slogan. I numeri. Perché l’Autonomia siciliana, se vuole tornare a essere una cosa seria, deve uscire dai convegni e dai ‘palazzi’. Deve entrare nella vita quotidiana.
Lasciare alla Sicilia una quota maggiore della ricchezza prodotta nella stessa Sicilia
Autonomia significa poter spendere meno per andare al lavoro. Significa poter trasportare una merce a un costo più basso. Significa sostenere un’impresa che oggi rischia di chiudere perché energia e trasporti divorano i margini. Significa bonificare un territorio. Significa proteggere l’ambiente. Significa finanziare servizi migliori.
Significa soprattutto lasciare in Sicilia una quota maggiore della ricchezza prodotta in Sicilia. Questa è la sovranità che interessa ai cittadini. Non una parola astratta. La capacità di decidere sulle proprie risorse. La capacità di controllare la ricchezza prodotta nel proprio territorio. La capacità di pretendere dallo Stato il rispetto delle norme costituzionali che riguardano la Sicilia. E allora la battaglia sul carburante può diventare qualcosa di molto più grande della richiesta di qualche centesimo di sconto. Può diventare una vertenza siciliana. Con lo Stato, perché rispetti lo Statuto. Con le grandi imprese, perché rispettino il territorio e rispondano dei danni quando ne ricorrano i presupposti. Con la politica regionale, perché smetta di utilizzare l’Autonomia come una parola buona per le campagne elettorali e cominci a utilizzarla come uno strumento di governo.
Non elemosine ma i nostri diritti
Per troppo tempo la Sicilia ha pagato due volte. Ha pagato mettendo a disposizione il territorio. Ha pagato sopportando i costi ambientali dell’industrializzazione, quando scientificamente e giuridicamente accertati. Ha pagato con risorse pubbliche per affrontare problemi che, nei casi previsti dalla legge, avrebbero dovuto essere posti a carico dei responsabili. E oggi paga anche il carburante a 2,30 euro. È una storia che non può continuare. La Sicilia non deve chiedere pietà. Deve presentare il conto. A chi deve rispettare lo Statuto. A chi deve rispondere dei danni. A chi deve riconoscere le risorse fiscali dovute. E alla propria classe dirigente, che ha il dovere di utilizzarle nell’interesse dei siciliani. Non vogliamo elemosine. Vogliamo diritti. Non vogliamo bonus. Vogliamo una politica strutturale. Non vogliamo che la collettività continui a pagare costi che non le appartengono. Vogliamo che ciascuno risponda delle proprie responsabilità. Vogliamo meno accise, carburante meno caro e piena attuazione dello Statuto. Perché la domanda vera non è soltanto quanto costa oggi un litro di gasolio. La domanda vera è quanto vale la Sicilia. E soprattutto quanto di quel valore resta ai siciliani. Noi pensiamo che debba restarne molto di più. Deve farsi vedere. Deve farsi ascoltare. LA SICILIA NON CHIEDE ELEMOSINE. LA SICILIA PRETENDE I SUOI DIRITTI.



