
Il grano c’è. Ma…
Ogni volta che nei mercati globali c’è ‘maretta’ proviamo a chiedere spiegazioni a Sandro Puglisi, analista dei mercati delle materie prime a livello internazionale. Specializzato in grano e agribusiness, Puglisi, da anni, offre analisi approfondite su prezzi e tendenze globali. Puglisi si occupa anche di gestione del rischio, logistica e innovazione fintech per la trasparenza nel commercio. E’ una voce autorevole che consente a diversi operatori di ‘navigare’ con consapevolezza il mondo delle materie prime agricole. Anche questa volta Puglisi ci viene incontro.
Allora. Crisi del Mar Nero. La guerra non sta risparmiando le rotte commerciali che collegano la Russia e l’Ucraina con l’Europa. Che succederà?
“Il grano c’è – ci dice Puglisi -. Ma può arrivare? La domanda sembra semplice. La risposta non lo è affatto. Prima di tutto perché ‘il prezzo mondiale del grano’ non esiste. Ventisette dollari al quintale di quale grano? Duro o tenero? Russo, canadese, francese o americano? Con quale contenuto proteico? Franco partenza, FOB o consegnato al molino? E soprattutto: prima o dopo averlo portato dall’altra parte del mondo? È un dettaglio. Più o meno come il mare tra un silo e chi deve comprare. C’è poi un secondo equivoco. Un prezzo può essere salito rispetto a un mese o a un anno prima e restare, in termini assoluti, relativamente contenuto. È esattamente ciò che sta accadendo. Ad Agosto l’indice FAO dei cereali è salito del 2,2%. Il grano del 2,6% nel mese e di circa il 15% su base annua. Contemporaneamente il Dipartimento dell’Agricoltura americano ha rivisto al rialzo le scorte finali mondiali a 276,3 milioni di tonnellate. Più grano. Ma lo stesso rapporto ha tagliato di circa 4 milioni di tonnellate le esportazioni previste di Russia e Ucraina. Più grano. Meno commercio. Qui comincia la parte interessante”.
Che succede in Russia, terzo produttore di grano nel mondo dopo Cina e India?
“Sapere quante tonnellate esistono non basta. Bisogna sapere dove sono, di che qualità sono e se possono raggiungere un compratore a un prezzo competitivo. Il Mar Nero è oggi la dimostrazione più chiara. Ad Agosto le esportazioni russe di cereali via mare sono crollate del 61,9% rispetto all’anno precedente; quelle attraverso il sistema Azov-Mar Nero del 73,1%. Nella campagna precedente da quel corridoio erano passate 46,3 milioni di tonnellate. La Russia sta spostando volumi verso Kaliningrad, Vysotsk, Ust-Luga e San Pietroburgo. I terminal baltici russi, però, hanno una capacità complessiva nell’ordine dei 7 milioni di tonnellate all’anno. Sette contro quarantasei. La geografia non legge i comunicati stampa”.
E l’Ucraina, altro grande produttore di grano?
“L’Ucraina si è adattata: Danubio, ferrovia e rotte terrestri tengono in vita una parte del flusso. Dopo essere scesa in Agosto a circa un terzo dei volumi normali, a Settembre la capacità di esportazione è risalita intorno al 40%. Il Mar Nero non è un interruttore. Il grano continua a muoversi. Solo che muoverlo diventa più difficile, più lento e più costoso. E quella differenza, prima o poi, qualcuno la paga. Di grano, sulla carta, ce n’è parecchio. Il Canada ha iniziato la campagna con 1,102 milioni di tonnellate di scorte di duro, più del doppio dell’anno precedente, e al 6 Settembre ne aveva già esportate circa 410 mila, contro 150 mila nello stesso periodo della precedente campagna. Il nuovo raccolto procede: in Alberta, all’8 Settembre, era stato raccolto circa il 39% del duro e il 72% del duro già raccolto risultava classificato nella prima categoria qualitativa canadese. Per ora, quindi, non c’è un problema accertato di qualità. C’è un’incognita sulla parte ancora in campo dopo le piogge”.
E i prezzi?
“I prezzi raccontano la stessa storia. Nelle praterie canadesi il duro si muove tra 280 e 300 dollari canadesi per tonnellata, il frumento primaverile ad alto contenuto proteico tra 300 e 330 (un dollaro canadese vale 0,62 euro ndr). Il duro resta debole, ma ha smesso di scendere mentre il secondo correggeva. Il Kazakistan sta raccogliendo una produzione importante, la Turchia arriva da un raccolto abbondante, mentre Australia e Argentina avanzano verso i rispettivi raccolti. Negli Stati Uniti il frumento primaverile è praticamente raccolto. Se cerchiamo il grano sui bilanci, lo troviamo. La questione diventa seria quando proviamo a caricarlo su una nave, assicurarla, pagarne il nolo e scoprire quanto costa quando arriva a destinazione. Il Kazakistan, senza accesso diretto al mare, è quasi una dimostrazione geografica perfetta”.
Già, c’è il mare. L’Atlantico, ad esmpio…
“Attraversiamo l’Atlantico e i numeri cambiano ancora. Il duro consegnato a La Pallice quota circa 267 euro per tonnellata. In Italia la Commissione Unica Nazionale del 14 Settembre ha indicato di nuovo una tendenza al rialzo: nelle Isole il fino si colloca intorno a 253-258 euro per tonnellata, mentre nel Sud alcune categorie ad alto contenuto proteico raggiungono 329-334 euro. Duecentocinquanta. Duecentosessantasette. Trecentotrenta. Sempre grano duro. Forse il problema dei famosi 27 dollari al quintale comincia a diventare chiaro. Non esiste un prezzo che scende dal cielo. Esistono origine, qualità, disponibilità, cambio, logistica, nolo, assicurazione, tempi e destinazione. E alla fine esiste un compratore disposto – oppure no – a pagare”.
Il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyj, ha fatto balenare l’ipotesi di carestia. Lei che ne pensa?
“Zelensky ha lanciato un forte allarme sulla sicurezza alimentare legato alle difficoltà del corridoio del Mar Nero. Non è l’unica voce. Organizzazioni internazionali e operatori del settore parlano da mesi di una crescente fragilità delle catene alimentari. Le preoccupazioni hanno basi reali. Ma i dati di oggi non raccontano un mondo dove sta finendo il grano. Prima di usare una parola potente come ‘carestia’ bisognerebbe individuare la scarsità. Manca produzione? Mancano scorte? Manca qualità? Mancano porti e navi? Costa troppo il trasporto? Oppure il grano esiste, ma alcuni Paesi non hanno le risorse per comprarlo quando arriva? Sono problemi profondamente diversi”.
E allora?
“Per un Paese ricco una rotta più lunga significa qualche decina di dollari in più. Per un Paese povero e dipendente dalle importazioni quella stessa differenza può diventare insicurezza alimentare. Non è un problema minore. Ma non è la stessa cosa che dire che nel mondo non c’è abbastanza grano. C’è poi un’altra ragione per scegliere bene le parole. Nei mercati delle materie prime le parole non si limitano a descrivere le aspettative: possono modificarle. Un allarme può accelerare gli acquisti, irrigidire le offerte e contribuire a muovere proprio il prezzo che stava descrivendo. Non significa che qualcuno manipoli. Significa che un allarme può essere fondato e, nello stesso tempo, amplificato o funzionale a interessi diversi. Capire quale delle tre cose stia accadendo richiede qualcosa di più di un titolo”.
Insomma, si va avanti comunque.
“Per l’appunto. Mentre il mercato discute ancora del raccolto di quest’anno, l’agricoltura è già andata avanti. Negli Stati Uniti il frumento primaverile è raccolto al 93% e sono iniziate le semine del frumento invernale. In Russia, al 4 Settembre, risultavano seminati 2,6 milioni di ettari di cereali invernali, di cui 2,4 milioni a frumento. L’agricoltura non aspetta che il mercato abbia trovato le risposte. Riparte. Ora parleranno i compratori. L’Arabia Saudita ha già dato un segnale: ha annullato una gara perché le offerte erano troppo alte. Il grano c’era. Era il prezzo a non piacere. Le prossime aste di Algeria e Pakistan saranno la vera cartina di tornasole. Non conterà solo il prezzo finale. Conterà quali origini saranno competitive, quante tonnellate verranno offerte, quante acquistate e, soprattutto, quanto costerà portarle a destinazione. Se c’è abbondanza e c’è anche capacità di renderla commercialmente disponibile, queste gare lo dimostreranno. Se invece vedremo poche origini competitive, prezzi consegnati elevati o gare deserte, il mercato avrà detto qualcosa che i bilanci mondiali, da soli, non mostrano”.
Lei ha parlato di paradosso del 2026.
“È proprio così. Possiamo avere più grano nel mondo e meno grano realmente disponibile dove serve. Una tonnellata può comparire perfettamente nei bilanci. Può stare in un silo canadese, russo, kazako o ucraino. Può avere anche un prezzo apparentemente basso. Ma per chi deve importarla conta soltanto quando può essere comprata, caricata, assicurata, trasportata e consegnata a un costo sostenibile. Il resto è statistica. E la statistica, per quanto abbondante, non ha mai scaricato una nave. La domanda, allora, non è se nel mondo ci sia abbastanza grano. C’è. La domanda è un’altra: dov’è, quanto costa e, soprattutto, quanto costa portarlo dove serve? Saranno i prossimi compratori a dircelo”.



