Alla crisi del grano duro si aggiunge la crisi delle cantine sociali. Il comunicato di quattro organizzazioni cooperative. E tre domande su un settore che oggi non è particolarmente brillante

di Giulio Ambrosetti

A differenza del grano duro, abbandonato da una politica siciliana di vacui fanfaroni, almeno il vino siciliano ha qualche Santo in Paradiso…

L’agricoltura siciliana affonda. Oltre alla crisi del grano duro, della quale non gliene frega niente a nessuno, ci sono anche le cantine sociali dell’Isola con i silos pieni di vino prodotto lo scorso anno invenduto. A differenza dei produttori di grano duro, che non hanno agganci con la politica siciliana e non sono tutelati dalle organizzazioni agricole, le cantine sociali sono invece tutelate dalle Centrali cooperative. Nel comunicato ci sono i loghi di quattro organizzazioni cooperative: due sono leggibili – Confcooperative e LegaCoop – la terza dovrebbe essere Unicoop, la quarta non riusciamo a leggerla. Chissà, magari al prossimo comunicato avremo i nomi oltre ai loghi.

Il problema delle giacenze

Nel comunicato si ricorda che “le giacenze vinicole in Sicilia ammontano a circa 2.700.000 ettolitri, comprendendo vini DOC, IGP e vini comuni. È opportuno chiarire che, come avviene ogni anno, tali volumi includono vini già certificati destinati all’imbotigliamento, alla vendita o già impegnati per future consegne. Non si tratta, quindi, di prodotto privo di sbocco commerciale”. Se è così qual è il problema? Lo illustra lo stesso comunicato: rispetto allo scorso anno c’è un aumento delle giacenze del 20%. “Un dato riconducibile, in larga parte, alla produzione di qualità inferiore determinata dai forti attacchi patogeni che hanno interessato i vigneti, soprattutto nella fase di maturazione delle uve”.

La proposta: distillazione di crisi

Da qui la proposta: una distillazione di crisi, limitata nei volumi e adeguatamente remunerata. “Si è parlato impropriamente di depauperamento del patrimonio vitivinicolo siciliano, riconosciuto e apprezzato nel mondo, quasi che il ricorso a questo strumento rappresentasse uno svuotacantine – si legge sempre nel comunicato -. La realtà è ben diversa. La distillazione di crisi è uno strumento di regolazione del mercato che consente di sottrarre esclusivamente quei quantitativi eccedentari che rischiano di compromettere l’equilibrio tra domanda e offerta, contribuendo così a sostenere il valore complessivo della produzione”. Niente allarmismi, insomma. “La Regione Siciliana, del resto – conclude il comunicato – ha destinato risorse specifiche alla distillazione di crisi proprio con l’obiettivo di favorire la regolarizzazione del mercato e sostenere il reddito delle imprese vitivinicole, non certo per penalizzare o disperdere il patrimonio produttivo dell’Isola”.

Un comunicato un po’ troppo tranquillizzante. In realtà la crisi del vino è mondiale

Qualche considerazione e qualche domanda, se non altro perché questo BLOG, da quando è in rete, segue il settore agricolo con una certa attenzione. Cominciamo con una considerazione. Il comunicato a noi sembra un po’ troppo tranquillizzante. Per un motivo semplice: perché il vino, nel mondo,si vende sempre di meno, al di là di certe balle che racconta la televisione. Nei Paesi economicamente sviluppati si vende sempre di meno vino perché ci sono i ‘salutisti’ che rompono le scatole. In più le nuove generazioni apprezzano sempre meno i vini rispetto ad altre bevande. E, tanto per gradire, Paesi che prima non producevano vino adesso lo producono. Morale: l’offerta di vino mondiale è varia, ci sono nuove realtà e, contemporaneamente diminiuscono i consumi, soprattutto in Francia, negli Stati Uniti d’America e in Cina. Un mercato che tradizionalmente disposto ad acquistare il vino siciliano è quello russo. Ma noi facciamo parte dell’Unione europea ‘intelligente’ che è in guerra contro la Russia. Insomma, non ci facciamo mancare niente…

Tre domande. I diritti di reimpianto finiti in Veneto

Andiamo alle domande. Prima domanda: quando si parla di “imprese vitivinicole” si fa riferimento alle cantine sociali o anche ai produttori di uva da vino che conferiscono alle uve alle cantine sociali? Seconda domanda: i produttori di uva da vino della Sicilia che conferiscono le uve alle cantine sociali – che sono gli attori principali di questo sistema produttivo – sono già stati pagati, con riferimento alle uve che hanno conferito lo scorso anno, o debbono ancora essere pagati? Terza domanda: è vero che stanno proponendo a tanti agricoltori siciliani che producono uva da vino di estirpare i vigneti o di venderli? Quest’ultima domanda non è campata in aria. Chi scrive, nel 2019, ha appurato che imprese del Nord Italia, con in testa il Veneto, avevano acquistato in Sicilia quasi 30 mila ettari di vigneti sotto forma di diritti di reimpianto e anche aziende in crisi. Già allora la Sicilia produceva una quota di Prosecco veneto. A distanza di sette anni qual è la situazione?

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