Giorgia Meloni tra Bruxelles e Washington: il fallimento di un mancato sovranismo diventato sistema

di Angelo Giorgianni

Che fine hanno fatto le promesse di restituzione della sovranità nazionale?

Esiste una domanda che, dopo quasi quattro anni di Governo di Giorgia Meloni, milioni di italiani dovrebbero porsi con onestà intellettuale: che fine ha fatto il sovranismo? Che fine hanno fatto le promesse di restituzione della sovranità nazionale? Che fine hanno fatto le battaglie contro l’Europa delle burocrazie, contro i vincoli esterni, contro il primato della finanza sulla politica, contro quell’assetto sovranazionale che, secondo Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, avrebbe progressivamente svuotato la democrazia italiana? Per anni gli italiani hanno ascoltato discorsi infuocati. Hanno sentito denunciare l’eccessivo potere della tecnocrazia europea, l’ingerenza di Bruxelles nelle scelte economiche nazionali, l’impoverimento del ceto medio, la crisi delle imprese, la perdita di competitività del sistema produttivo e il progressivo arretramento della sovranità popolare.
Parole forti. Parole che hanno intercettato il disagio profondo di milioni di cittadini. Ed è proprio grazie a quelle parole che Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi. La sua ascesa politica non è stata il frutto del caso. È stata il risultato della crescente sfiducia degli italiani nei confronti delle élite tradizionali, dei governi tecnici, dei partiti che negli ultimi decenni hanno amministrato il Paese accettando, spesso senza discutere, decisioni assunte altrove.

Il Governo che avrebbe dovuto cambiare l’Europa è oggi uno dei più fedeli esecutori degli indirizzi politici provenienti da Bruxelles

Giorgia Meloni si presentò come l’alternativa. Come la leader capace di restituire centralità all’Italia. Come colei che avrebbe riportato la politica al di sopra della burocrazia e la sovranità nazionale al centro delle decisioni. Ma la prova del Governo che presiede racconta una storia molto diversa. Una volta conquistato il potere, il tanto annunciato cambio di paradigma si è progressivamente dissolto. Il linguaggio della rottura ha lasciato il posto a quello della continuità. La critica al sistema europeo si è trasformata in piena integrazione nel sistema stesso. Il sovranismo è stato sostituito dalla gestione ordinaria dell’esistente. Il paradosso è evidente. Il Governo che avrebbe dovuto cambiare l’Europa appare oggi uno dei più fedeli esecutori degli indirizzi politici provenienti da Bruxelles.

Il Governo Meloni si è collocato all’interno dell’attuale architettura europea: ma questo non ha avvantaggiato lo stesso esecutivo e, soprattutto, non ha avvantaggiato gli italiani

Sul piano economico, sulle politiche energetiche, sulla governance europea, sul Patto di stabilità, sulla transizione ecologica e sulle principali scelte geopolitiche, l’Italia non ha mostrato quella discontinuità che era stata promessa agli elettori. Anzi, in molti casi si è assistito a un progressivo allineamento del Governo Meloni alle posizioni della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Ed è qui che emerge il nodo politico fondamentale. Se il Governo Meloni ha scelto di collocarsi pienamente all’interno dell’attuale architettura europea, quali vantaggi concreti ha ottenuto l’Italia? La risposta, purtroppo, appare deludente. Se, come riportato da diverse ricostruzioni giornalistiche, Bruxelles rifiuta di attivare nuovi strumenti straordinari per sostenere famiglie e imprese italiane colpite dall’aumento dei costi energetici legati alle tensioni internazionali, allora significa che il peso negoziale dell’Italia nelle istituzioni comunitarie continua a essere limitato. Ed è difficile non cogliere una profonda contraddizione.

Risultati deludenti

L’Italia contribuisce in maniera determinante al bilancio europeo. Rispetta rigorosamente i vincoli comunitari. Applica direttive e regolamenti. Sostiene politicamente gli attuali vertici dell’Unione. Eppure, nell’attuale Unione europea, quando emergono situazioni di crisi che richiedono strumenti eccezionali, il nostro Paese continua a incontrare enormi difficoltà nel far valere le proprie ragioni. È questa la tanto proclamata centralità italiana in Europa? La realtà è che il Governo Meloni sembra avere scelto una strategia fondata più sulla ricerca di legittimazione internazionale che sulla costruzione di reali rapporti di forza. Ma in politica internazionale il consenso simbolico conta poco. Contano i risultati. Conta la capacità di negoziare. Conta il peso politico. Conta l’autorevolezza. E soprattutto conta la chiarezza delle scelte.

La contraddizione geopolitica del Governo Meloni

Negli ultimi anni Giorgia Meloni ha tentato di accreditarsi contemporaneamente presso l’establishment europeo e presso l’area politica rappresentata da Donald Trump negli Stati Uniti. Una strategia che, almeno sul piano teorico, poteva apparire ambiziosa. Nella pratica, tuttavia, questa impostazione rischia di trasformarsi in un esercizio di equilibrismo permanente. Le grandi potenze non ragionano sulla base delle simpatie personali, ma degli interessi strategici. L’idea di poter mantenere contemporaneamente una piena adesione agli orientamenti dell’attuale leadership europea e, nello stesso tempo, costruire un rapporto privilegiato con un’America sempre più critica nei confronti dell’Unione Europea presenta evidenti limiti politici. In geopolitica l’ambiguità raramente produce vantaggi duraturi. Chi cerca di tenere un piede in due scarpe rischia spesso di perdere entrambe. Ed è esattamente questo il pericolo che oggi corre l’Italia.

Il sovranismo nelle mani dell’attuale esecutivo italiano non ha concretezza: è solo semplice narrazione comunicativa

Da un lato Bruxelles continua a considerare il nostro Paese un partner importante ma non decisivo nei processi strategici dell’Unione. Dall’altro gli Stati Uniti, indipendentemente dalle amministrazioni che si succedono, perseguono esclusivamente il proprio interesse nazionale. Il risultato è che l’Italia rischia di ritrovarsi senza una propria autonoma strategia internazionale. Ed è forse questa la critica più profonda che può essere rivolta al Governo Meloni: avere trasformato il sovranismo da progetto politico di cambiamento in semplice narrazione comunicativa. Perché la sovranità non si misura dai discorsi pronunciati nei comizi. Si misura dalla capacità di incidere concretamente sui processi decisionali.
Si misura dalla capacità di difendere il tessuto produttivo nazionale. Si misura dalla possibilità di proteggere famiglie e imprese nei momenti di crisi. Si misura dalla libertà di definire priorità economiche e industriali coerenti con l’interesse nazionale.

Non si vive di sola comunicazione, anche se abile

E proprio su questi terreni emergono tutte le difficoltà dell’attuale esecutivo.
L’Italia continua a convivere con una pressione fiscale elevatissima. Il costo dell’energia rimane tra i più alti d’Europa. La competitività industriale è sotto pressione. Il debito pubblico continua a rappresentare un fattore di vulnerabilità. Interi comparti produttivi, dall’agricoltura alla piccola impresa, denunciano da tempo condizioni sempre più difficili. Nel frattempo, il Governo continua a privilegiare la dimensione comunicativa. Una comunicazione certamente efficace sul piano elettorale, ma che rischia di entrare in crisi quando si confronta con la realtà concreta vissuta quotidianamente da famiglie, lavoratori e imprese.

Da Governo del cambiamento a Governo della continuità

Gli italiani non giudicheranno il Governo dalle fotografie internazionali, dalle dichiarazioni ufficiali o dalla qualità della comunicazione politica. Lo giudicheranno sulla base dei risultati. Valuteranno se il loro potere d’acquisto sarà migliorato o peggiorato. Valuteranno se le imprese saranno più competitive. Valuteranno se il Paese avrà recuperato sovranità decisionale o se continuerà a subire decisioni prese altrove. Perché esiste una differenza sostanziale tra conquistare il potere e cambiare realmente il sistema. Conquistare il potere significa vincere le elezioni. Cambiare il sistema significa avere il coraggio politico di modificare i rapporti di forza esistenti. Ed è proprio qui che il Governo Meloni appare maggiormente in difficoltà. La sensazione diffusa è che il cosiddetto Governo del cambiamento sia progressivamente diventato il Governo della continuità.

Il Governo Meloni aveva creato tante aspettative. Che in buona parte sono state deluse

Un Governo che aveva promesso una rivoluzione politica e che rischia invece di essere ricordato come l’ennesima esperienza di adattamento agli equilibri esistenti.
E la storia politica insegna che quando le aspettative create sono molto elevate, anche le delusioni possono essere proporzionalmente molto più profonde.
Perché gli elettori possono accettare gli errori. Possono comprendere le difficoltà.
Possono persino tollerare compromessi. Ma difficilmente perdonano la distanza tra ciò che era stato promesso e ciò che è stato effettivamente realizzato. Ed è proprio su questa distanza che, oggi, si gioca il giudizio politico sul Governo Meloni. Perché la sovranità non è uno slogan. È una pratica quotidiana di governo. E su questo terreno, più che sulle parole, saranno i fatti a pronunciare il verdetto definitivo.

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