Il monopolio del mare e il silenzio complice della politica: così si nega la libertà ai siciliani

di Angelo Giorgianni

Da Messina alle Isole Eolie il mare è ormai diventato una linea di frattura che divide condizioni di vita

C’è una Sicilia che non entra nelle relazioni ufficiali e non trova spazio nelle agende della politica. È la Sicilia che aspetta. Aspetta un imbarco, una corsa che non parte, un collegamento che salta. Aspetta dentro un sistema che non garantisce ciò che dovrebbe essere garantito: il diritto a muoversi. Da Messina alle isole Eolie, il mare è diventato una linea di frattura. Non geografica, ma civile. Non divide solo territori, divide condizioni di vita. Per anni si è costruita una narrazione rassicurante: la complessità dello Stretto, le condizioni meteo, la natura insulare. Una spiegazione utile a non disturbare un equilibrio che nel tempo si è trasformato in qualcosa di diverso: un sistema chiuso, concentrato, privo di reale concorrenza. E quando la concorrenza scompare, non serve essere economisti per capire cosa accade. I prezzi salgono. Non in modo fisiologico, ma in modo sproporzionato. E salgono senza che vi sia un corrispondente miglioramento del servizio. Al contrario, la qualità si riduce. I disservizi aumentano. Le inefficienze diventano strutturali. Questo non è un incidente. È la conseguenza diretta di un mercato che non è più un mercato.

Nello Stretto di Messina un abuso di posizione dominante

Nel 2022 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è intervenuta sullo Stretto di Messina, accertando un abuso di posizione dominante, rilevando prezzi eccessivi e condizioni non giustificate dai costi. Un atto formale, non una valutazione politica. Eppure, quell’intervento non ha prodotto una discontinuità reale. Il sistema è rimasto sostanzialmente invariato. I prezzi non sono scesi in modo significativo. Le dinamiche non sono cambiate. Questo perché il problema non è solo nell’operatore economico. Il problema è nell’assetto complessivo.

Nei trasporti marittimi tra la Sicilia e i suoi arcipelaghi non esiste concorrenza

Lo stesso schema si ripete nelle isole minori. Già nel 2017 l’Autorità Garante aveva segnalato un sistema caratterizzato da posizioni monopolistiche, con possibili violazioni dei principi europei sulla concorrenza. Anche in quel caso, nessuna riforma strutturale. Anzi, negli anni successivi il sistema si è ulteriormente consolidato. La riorganizzazione della Siremar e la creazione di un assetto consortile hanno prodotto una divisione funzionale del mercato: da una parte i traghetti, dall’altra gli aliscafi. Un equilibrio che ha eliminato l’integrazione dei servizi e ridotto ulteriormente la possibilità di concorrenza. Prima esisteva almeno una forma di compensazione interna. Oggi non esiste più. Il sistema è rigido. Se si ferma un mezzo, non c’è alternativa. Se aumenta il costo, non c’è scelta.

Contributi di oltre 100 milioni di euro all’anno tra Stato e Regione Siciliana

Questo assetto produce un effetto immediato: il cittadino diventa un utente obbligato. Non può scegliere tra più operatori, non può orientare il mercato, non può sottrarsi. E qui si inserisce il paradosso più evidente e più grave. Mentre il sistema si chiude, mentre i prezzi aumentano, mentre la qualità non migliora, continua a scorrere un flusso imponente di risorse pubbliche. Oltre cento milioni di euro l’anno tra Stato e Regione vengono erogati attraverso convenzioni pluriennali per garantire i collegamenti marittimi e, formalmente, la continuità territoriale. Queste convenzioni hanno una funzione precisa. Non sono un sostegno generico. Sono strumenti finalizzati a garantire un diritto. Dovrebbero servire a compensare i costi del servizio, a mantenere i prezzi accessibili, a garantire standard qualitativi adeguati. E invece accade il contrario. I prezzi salgono nonostante il finanziamento pubblico. Salgono in maniera sproporzionata rispetto alla percezione del servizio offerto. Salgono in un contesto in cui il rischio imprenditoriale è in parte coperto da risorse pubbliche.

I cittadini pagano due volte

È qui che si rompe l’equilibrio. Il finanziamento pubblico, che dovrebbe correggere le distorsioni del mercato, finisce per convivere con un assetto monopolistico che le amplifica. Il risultato è un sistema in cui il cittadino paga due volte: come contribuente e come utente. Finanzia il servizio e subisce il prezzo. Questa non è solo una contraddizione economica. È una distorsione strutturale. Il Consiglio di Giustizia Amministrativa, nel 2018, aveva già richiamato l’attenzione su questo punto, sottolineando che le compensazioni pubbliche non possono eccedere quanto necessario e che, in caso contrario, si rischia di configurare aiuti di Stato distorsivi della concorrenza. Anche su questo, nessuna inversione di rotta.

E la politica? Silente

Le competenze sono chiare. La vigilanza spetta alla Regione Siciliana. Il Ministero lo ha esplicitato. Non esistono zone grigie su chi dovrebbe intervenire. Eppure non si registrano interventi incisivi. Non si registrano verifiche pubbliche sistematiche. Non si registrano azioni capaci di incidere sull’assetto del sistema. Nel frattempo si consolidano le stesse dinamiche: aumenti tariffari, riduzioni di corse, proroghe dei servizi agli stessi operatori. La politica non è assente. È silente. Tacciono i partiti, che non inseriscono il tema tra le priorità. Tacciono i rappresentanti regionali, che pure hanno strumenti di controllo. Tace il Governo regionale, che ha competenze dirette sulla vigilanza e sull’attuazione delle convenzioni.

Tra diffide e class action

Questo silenzio non è neutrale. È una forma di partecipazione passiva al sistema. Perché quando un assetto produce effetti così evidenti e così persistenti, e nonostante questo non viene modificato, significa che quell’assetto è tollerato. I cittadini hanno provato a intervenire. Hanno promosso una class action, hanno notificato diffide, hanno chiesto verifiche sugli obblighi contrattuali, applicazione delle penalità, trasparenza sugli atti. Hanno attivato gli strumenti che lo Stato mette a disposizione. Ma anche qui, il tempo scorre senza risposte.

Un equilibrio che favorisce chi gestisce il sistema e penalizza chi lo utilizza

Le conseguenze sono concrete e misurabili. Le isole minori vivono una condizione di isolamento crescente. Le agevolazioni tariffarie per i residenti, che dovrebbero garantire equità, sono diventate insufficienti. Non compensano i costi reali. Non rendono sostenibile la mobilità. Il turismo, che rappresenta la principale risorsa economica, viene frenato da prezzi elevati e collegamenti incerti. L’economia si indebolisce. I giovani partono. Le comunità si riducono. È un processo lento, ma costante. A questo punto non si può più parlare di inefficienza. Non si può più parlare di ritardi amministrativi. Qui si è di fronte a un sistema che funziona secondo un equilibrio preciso: concentrazione del mercato, sostegno pubblico, assenza di intervento politico. Un equilibrio che favorisce chi gestisce il sistema e penalizza chi lo utilizza.

Il problema è politico

Il mare non è il problema. Non lo è mai stato. Il problema è una politica che ha rinunciato a esercitare il proprio ruolo di controllo e indirizzo. Una politica che non rompe gli equilibri, che non interviene sulle distorsioni, che non restituisce al servizio pubblico la sua funzione. E finché questo non cambierà, il risultato resterà lo stesso. I prezzi continueranno a salire. La qualità continuerà a non migliorare. La continuità territoriale resterà una formula giuridica priva di sostanza. E con essa, lentamente, si consumerà una parte della libertà dei siciliani.

Foto tratta da il Sicilia.it

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