di Angelo Giorgianni

Il fermo preventivo: la legalizzazione della paranoia
Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui non serve alzare la voce per capire che la libertà sta morendo: basta ascoltare il silenzio che arriva dall’alto. Quel silenzio in cui il potere pensa, calcola, restringe, e infine decide che il cittadino è un problema, non una persona. Il nuovo Decreto sicurezza è esattamente questo: un atto di sfiducia dello Stato verso il suo popolo, mascherato da lotta al crimine. Una maschera talmente mal cucita che si strappa al primo sguardo. Il fermo preventivo è l’emblema di questa frattura. Dodici ore di privazione della libertà per ciò che potresti fare, non per ciò che fai. È la legalizzazione della paranoia. È lo Stato che ti guarda e dice: “Non mi fido di te. Non aspetto il reato. Ti fermo prima.” È l’abolizione pratica dell’articolo 13 della Costituzione della Repubblica Italiana, calpestato come un foglio inutile. Ed è la violazione frontale dell’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dell’articolo 9 dell’Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che vietano la detenzione arbitraria.
Non reprimono la violenza: reprimono la presenza
Ma qui lo Stato non si vergogna più dell’arbitrio: lo rivendica. Il resto del decreto è una recinzione diffusa: zone rosse ovunque, Daspo urbani che colpiscono chi non ha commesso reati, divieti amministrativi che impediscono a interi pezzi di società di entrare nelle piazze. È un dispositivo militare applicato alla vita civile. Non vietano le manifestazioni: vietano alle persone di arrivarci. Non reprimono la violenza: reprimono la presenza. Non controllano l’ordine pubblico: controllano il corpo sociale. E mentre questa rete si stringe, arriva la giustificazione più indecente, la più manipolatoria, la più vigliacca: “Serve a evitare il ritorno delle BR”, dice Carlo Nordio. Ma paragonare le piazze di oggi alle Brigate Rosse è una menzogna politica. Una menzogna calcolata. Una menzogna utile. Le BR erano clandestine, armate, strutturate, avevano basi, armi, piani insurrezionali. I manifestanti di oggi hanno cartelli e cellulari. Non esiste una sola prova, un solo indizio, un solo frammento di realtà che indichi un ritorno del terrorismo politico. È un’invenzione del potere per giustificare misure che, senza quella paura indotta, sarebbero inaccettabili.
Verso uno Stato di polizia. L’obiettivo è il dissenso, non la violenza
Quando uno Stato evoca il terrorismo che non esiste per reprimere il dissenso che esiste, ha già imboccato la strada dello Stato di polizia. Ha già scelto di equiparare il cittadino critico al nemico interno. Ha già deciso che la democrazia è un ostacolo, non una cornice. Il diritto di riunione e di manifestazione (artt. 17 e 21 Cost.) viene sacrificato dietro un linguaggio falso, che parla di sicurezza mentre costruisce controllo. La CEDU e l’ICCPR vengono travolti da misure preventive che non rispettano né necessità, né proporzionalità. È il dissenso l’obiettivo, non la violenza. Perché la violenza si combatte sul territorio, con agenti, presidi, investimenti, politiche sociali, lavoro, presenza dello Stato. Ma tutto questo richiede fatica, coraggio, soldi, responsabilità. Reprimere le piazze, invece, non costa niente. E fa comodo.
Non vogliono garantire l’ordine: vogliono spegnere il conflitto sociale
Questo decreto non nasce per proteggere i cittadini: nasce per neutralizzarli. Non nasce per prevenire reati: nasce per prevenire assemblee. Non nasce per garantire ordine: nasce per spegnere conflitto sociale. È un decreto scritto da un potere che teme il popolo più di quanto il popolo tema il crimine. Ed è così che cominciano tutte le degenerazioni: non con leggi gridate, ma con leggi sussurrate; non con la violenza esplicita, ma con la violenza amministrativa; non con carri armati nelle strade, ma con parole che cancellano diritti senza che i diritti abbiano il tempo di accorgersene. L’Italia del sospetto non è più un rischio: è già un presente. E la domanda ora è semplice e brutale: quanto manca prima che il sospetto diventi il nuovo nome della democrazia? Perché quando uno Stato inizia a sospettare dei suoi cittadini, è già oltre il punto di non ritorno. E non c’è decreto che possa fingere il contrario.
Foto tratta da Polizia Penitenziaria







