di Angelo Giorgianni

II vero significato della protesta di Bruxelles
Le proteste degli agricoltori non sono un incidente folkloristico né una reazione emotiva. Sono l’ultimo linguaggio rimasto a chi non viene più ascoltato. I trattori arrivati a Bruxelles, le strade bloccate in Francia, in Italia, in Belgio sono il segnale di una frattura ormai aperta tra l’Unione Europea e la sua base materiale. Il rinvio dell’accordo UE–Mercosur non è una vittoria della mediazione: è la prova che Bruxelles non governa più, ma arretra solo quando il conflitto diventa ingestibile. Quello che vediamo in questi giorni non è una crisi settoriale. È una crisi di legittimità. È la manifestazione visibile di un’Unione che ha smarrito la capacità di ordinare le proprie scelte secondo fini riconoscibili, preferendo amministrare gli effetti delle decisioni invece di assumersene la responsabilità politica.
Il Mercosur come sintesi di una deriva
L’accordo con il Mercosur non nasce dal nulla. È l’esito coerente di una lunga sequenza di scelte che hanno progressivamente trasformato l’Europa da comunità politica in spazio regolatorio aperto alle pressioni delle lobby più forti. Gli accordi con Canada, Marocco, Sudafrica, Tunisia, Cile, Nuova Zelanda, fino alla liberalizzazione straordinaria delle importazioni ucraine, seguono tutti la stessa logica: apertura dei mercati senza reciprocità reale, tutela promessa dopo, danni socializzati. L’agricoltura europea è diventata il terreno di sacrificio perfetto. All’interno dell’Unione si impongono standard ambientali, sanitari e burocratici sempre più onerosi; all’esterno si accettano prodotti ottenuti con regole diverse, meno costose, meno controllabili. Poi si mettono sullo stesso mercato e si chiama tutto questo “concorrenza”. Non è concorrenza. È concorrenza sleale istituzionalizzata.
Un settore trainante deliberatamente colpito
Colpire l’agricoltura significa colpire uno dei settori trainanti dell’economia europea. In Italia, come in Francia, Spagna, Irlanda, Polonia, l’agroalimentare non è solo produzione primaria: è filiera industriale, occupazione, export, turismo, presidio territoriale. È uno dei pochi settori in cui economia reale, qualità e coesione sociale coincidono. L’accordo con il Mercosur colpisce esattamente i comparti più sensibili: carne, cereali, zucchero, soia. Settori dove i margini sono minimi e una compressione anche limitata dei prezzi all’origine può trasformare la sopravvivenza in perdita. In agricoltura non esiste adattamento infinito. Esiste la chiusura. E ogni chiusura è irreversibile.
L’Italia come vittima strutturale
L’Italia è uno dei Paesi che pagherebbe il prezzo più alto. Il suo modello agricolo, fatto di aziende medio-piccole, forte radicamento territoriale e produzioni di qualità, è strutturalmente incompatibile con una competizione basata solo sul prezzo. Aprire a importazioni massicce a basso costo significa rafforzare la grande distribuzione, indebolire i produttori, accelerare l’abbandono delle aree interne. Poi arrivano i fondi compensativi, i ristori, le misure di accompagnamento. È l’ammissione implicita del danno. È la trasformazione dell’imprenditore agricolo in assistito. È la sostituzione della giustizia con l’indennizzo.
Consumatori esposti e salute negoziata
A pagare non sono solo gli agricoltori. Sono anche i consumatori. L’ingresso di prodotti extraeuropei significa accettare standard sanitari e ambientali più bassi, controlli meno stringenti, tracciabilità più debole. Fitofarmaci vietati nell’UE, pratiche di allevamento non consentite, verifiche disomogenee sui residui. L’Europa impone regole rigidissime ai propri produttori “per tutelare la salute dei cittadini”, poi sospende quella tutela alle frontiere. La sicurezza alimentare diventa una variabile negoziabile, sacrificata sull’altare del libero scambio.
Un’Europa governata dalle lobby
Il Mercosur rende evidente chi comanda davvero. Le grandi lobby industriali, la logistica globale, la grande distribuzione hanno accesso stabile ai processi decisionali europei. Gli agricoltori arrivano solo quando protestano. I territori solo quando collassano. Gli Stati solo quando il conflitto esplode. Questo squilibrio produce anche una frattura crescente tra Paesi membri. Stati con una forte base agricola percepiscono l’accordo come una minaccia esistenziale; altri lo sostengono perché meno esposti o più integrati nelle catene globali. L’Unione non riesce più a comporre queste divergenze. Le amplifica.
La rottura del patto fondativo
Qui sta il punto politico decisivo. L’Europa era nata su un patto: apertura dei mercati in cambio di protezione sociale, territoriale e produttiva; integrazione come strumento di equilibrio, non di competizione interna; regole come garanzia di giustizia, non come handicap. Quel patto è stato tradito. Oggi l’Unione chiede sacrifici senza garantire equità, impone vincoli senza assicurare reciprocità, governa attraverso procedure ma ha rinunciato alla propria ragione pubblica. Non decide più in funzione del bene comune, ma gestisce gli effetti delle pressioni più forti.
Un’Europa che non esiste più
Il Mercosur è un simbolo perché rende visibile una verità ormai difficile da negare: l’Europa, come comunità politica fondata su responsabilità, limite e giustizia, non esiste più. Esiste uno spazio regolatorio che produce conflitto, disaffezione e sfiducia. Il rinvio dell’accordo non ricuce la frattura. La conferma. Perché quando le istituzioni arretrano solo di fronte alla forza del dissenso, significa che hanno già perso la capacità di governare. E quando un ordinamento tradisce le proprie finalità fondative, la crisi non arriva come evento improvviso. Arriva come ciò che stiamo vedendo ora: proteste diffuse, rottura del consenso, distanza crescente tra istituzioni e vita reale. È questo, oggi, il vero volto dell’Europa.
Foto tratta da Il Giornale







