di Angelo Giorgianni

In Italia si va sempre più logorando il rapporto tra governanti e cittadini
C’è un problema che va ben oltre il tecnicismo delle misure previdenziali contenute nell’ultima manovra economica. È un problema politico, prima ancora che contabile: il rapporto di fiducia tra lo Stato e i cittadini. Un rapporto che l’attuale Governo, nonostante le promesse elettorali e la retorica sulla “chiarezza” e sul “buonsenso”, continua a logorare attraverso scelte opache, indirette e profondamente incoerenti. La maggioranza aveva costruito una parte rilevante del proprio consenso promettendo discontinuità: stop alle riforme “lacrime e sangue”, tutela dei diritti acquisiti, difesa dei lavoratori penalizzati dalle rigidità previdenziali. La realtà della manovra racconta altro. Molto altro.
La “finestra” pensionistica: l’età che aumenta senza dirlo
La cosiddetta finestra pensionistica viene descritta come un mero aggiustamento procedurale. Ma nella sostanza equivale a un innalzamento dell’età pensionabile non dichiarato. Il risultato concreto è semplice e inequivocabile: si lavora più a lungo e si va in pensione più tardi. Cambia solo il linguaggio, non l’effetto. È una scelta che tradisce apertamente il programma elettorale. Se un Governo di destra ritiene inevitabile aumentare l’età pensionabile, dovrebbe avere il coraggio politico di dirlo apertamente, assumendosene la responsabilità davanti al Parlamento e al Paese. Invece si preferisce una scorciatoia tecnica, che consente di ridurre il costo politico immediato evitando il confronto pubblico. Una strategia che contrasta non solo con le promesse fatte agli elettori, ma anche con la tradizione che la destra rivendica di “Governo forte” e decisionista. Qui non c’è forza, ma elusione. Non c’è chiarezza, ma ambiguità.
Il paradosso europeo: severi con i cittadini, prudenti con Bruxelles
Il confronto con altri Paesi europei è inevitabile. In Francia, una riforma pensionistica dichiarata, esplicita e lineare ha prodotto proteste di massa e una crisi politica profonda, fino alla caduta di più governi. In Germania e nei Paesi del Nord Europa, quando si interviene sull’età pensionabile lo si fa apertamente, accompagnando le misure con forti ammortizzatori sociali e politiche attive per i lavoratori anziani. In Italia, invece, il Governo sceglie una via più subdola: ottenere effetti strutturali attraverso strumenti tecnici, confidando nella minore reattività sociale e in una rassegnazione diffusa. Un approccio che non rafforza la credibilità internazionale del Paese, ma anzi la indebolisce, perché segnala l’incapacità di sostenere politicamente riforme che si ritengono necessarie. È singolare, per un esecutivo che ama richiamarsi ai “regimi amici” dell’Europa centro-orientale, adottare soluzioni che nessuno di quei governi applica in modo così opaco ai propri cittadini.
Riscatti previdenziali: quando lo Stato cambia le regole a partita iniziata
Ancora più grave è la questione dei riscatti previdenziali. Qui non si parla più di scelte future, ma di diritti già maturati e di decisioni prese sulla base di regole fissate dallo Stato. Riscattare gli anni di studio significa affrontare costi elevati, impegni pluriennali e scelte professionali spesso irreversibili. Chi lo ha fatto – o lo sta facendo – lo ha fatto confidando in un quadro normativo preciso. Intervenire ex post, riducendo l’efficacia o la convenienza di quei riscatti, equivale a riscrivere le regole dopo che il cittadino ha già pagato. È una violazione del principio di affidamento legittimo, più volte ribadito dalla Corte Costituzionale (sentenze n. 139/1991, 169/2013, 229/2017). Uno Stato serio può riformare per il futuro. Ma quando incide retroattivamente su scelte già compiute, mina la base stessa del patto previdenziale. Ed è qui che emerge un’ulteriore incoerenza politica: un Governo che si proclama difensore della proprietà privata e dei diritti individuali accetta senza esitazione di comprimere diritti già pagati dai cittadini, purché ciò consenta di fare cassa.
Il danno invisibile: giovani, fiducia e coesione sociale
Il danno più profondo di queste misure non è immediatamente visibile nei saldi di bilancio. È un danno culturale e sistemico. Il messaggio che arriva ai giovani è devastante: studiare conviene meno, programmare il proprio futuro è rischioso, fidarsi della stabilità delle regole è un azzardo. È esattamente l’opposto di ciò che servirebbe a un Paese che invecchia, perde capitale umano e fatica a trattenere i propri talenti. Altro che “natalità” e “famiglia”: senza certezze previdenziali, qualsiasi retorica demografica resta vuota.
Credibilità dello Stato e responsabilità politica
La sostenibilità dei conti pubblici è un obiettivo legittimo. Ma non può essere perseguita sacrificando la certezza del diritto e la fiducia dei cittadini. Scaricare l’aggiustamento su chi ha già fatto scelte irreversibili può sembrare una soluzione facile, ma è una strategia miope e politicamente pericolosa. Questa manovra pone una questione che va ben oltre il dibattito sulle pensioni. È una questione di credibilità istituzionale. Uno Stato che cambia le regole dopo che i cittadini hanno pagato non rafforza il sistema. Lo indebolisce. E un Governo che tradisce il proprio programma, rinnega i valori che proclama e sceglie l’opacità al posto della responsabilità non sta solo mettendo a rischio il futuro delle pensioni. Sta erodendo le fondamenta stesse del patto democratico.
Foto tratta da Il Fatto Quotidiano








