di Giulio Ambrosetti

Che serata, ragazzi! Sì e no sette otto minuti da dimenticare
Questa la devo raccontare perché ieri sera una donna mi ha apostrofato in malo modo proponendo una formula linguistica che non sentivo dai primi anni ’70 del secolo passato. I fatti. Palermo, otto di sera. E’ già buio. Sono in auto. Fa caldo. Percorro una strada pittosto stretta a senso unico. Il sorpasso è possibile, a patto che una delle due auto non sia molto larga. Ebbene, l’auto che si è fermata davanti a me in seconda fila sulla sinistra è molto larga. Deve scendere un signore anziano che sta in piedi per scommessa. Insomma, debbo aspettare. Sempre sulla sinistra, sul lato della strada, accanto all’auto parcheggiata c’è una signora immensa: immensa nel senso che peserà non meno di 180 chili, forse anche qualcosa in più. Mamma mia: una balenottera, sembra!
“E dumani a pranzu chi manciamu? Nni stamu a diunu? Ti rissi i pigghiari a pasta e a carni e un pigghiasti nienti? Chi minchia si, stunatu?”
La osservo dal finestrino aperto. La signora immensa pronuncia una frase all’indirizzo di un uomo seduto in auto: “E dumani a pranzu chi manciamu? Nni stamu a diunu? Ti rissi i pigghiari a pasta e a carni e un pigghiasti nienti? Chi minchia si, stunatu?” (Per i non siciliani: “Dovevi fare la spesa e sei a mani vuote? E domani a pranzo restiamo a digiuno?”). Continuo a osservarla e penso che mi verrebbe di dirle gridando: “Minchia, pisi 400 chila e pensi a spisa di rumani? Ma statti a diunu i viri i perdiri 200 chila! Ma telè a chista: pari nna balena e pensa a manciari. Schifiu i cristiana!” (Per i non siciliani: “Signora, lei è veramente sovrappeso e pensa a cosa mangiare domani? Suvvia, si metta e dieta e perda qualche chilo. Non per offenderla, per carità, ma lei somiglia tanto a una balenottera all’ingrasso! Così non va, lo dico per lei”). Ecco, se avessi pronunciato queste parole in stretto dialetto panormita la signora immensa, che era, sì e no, a due metri da me si sarebbe catapultata verso la mia auto tirandomi fuori dal finestrino dell’auto per suonarmele di brutto.
“Chi ci talii u birriuni? Ma talè a stu testa i minchia!“
Ero quasi in trance. Per fortuna l’auto davanti a me era ancora ferma. Avevo una giustificazione. Ma il mio sguardo, probabilmente perso, era posizionato sulla donna immensa infastidita assai dal mio atteggiamento. E’ stato un attimo: un grido inumano mi ha riportato alla realtà: “Chi ci talii u birriuni? Ma talè a stu testa i minchia!” (Per i non siciliani: “Scusi, ma cosa guarda? Lo sa che lei è un bel tipo? Veda di andare via”). Non ci crederete ma mi ha salvato il signore dell’auto con il quale parlava la donna immensa. E’ venuto fuori dalla sua automobile e, dando un’occhiata alla situazione, ha detto rivolgendosi a quella che, con molta probabilità, era sua moglie: “Non lo vedi che è bloccato dalla macchina ferma davanti? Lascia stare le persone”.
“… Mi taliava e pensava: ma chista pisa tricentu chila…“
La signora immensa mi ha fissato con i suoi 180 chili e forse di più. Poi è ripassata all’attacco contro di me: “Si ti rucu nna cosa – ha detto rivolgendosi al suo probabile martito – è comu ti ricu io. Stu pezzi i fanghu mi taliava e stava pensannu quacchi cosa ri tintu. Unnu viri che facci chi avi? Io a chisti i canusciu. Mi taliava e pensava: ma chista pisa tricentu chila…” (Per i non siciliani: “Se io ti dico una cosa – ha detto rivolta al marito – non sbaglio. Questo signore, che non mi sembra proprio un tipo che si fa i fatti suoi, osservava le mia fattezze forse un po’ abbondanti e chissà cosa rimuginava…”).
“… ma ora le persone, guardandoti in faccia, riescono a capire quello che pensi? hanno il controllo sui flussi di coscienza?”
Nel frattempo il signore che aveva fermato l’auto davanti alla mia ha aperto lo sportello, si è seduto e ha messo in moto. E piano piano è ripartito. Io ho dato un ultimo sguardo alla signora immensa e al marito e, dopo aver pronunciato un debole “Buona sera” sono andato via. Sulla strada del ritorno pensavo e ripensavo. Mi sono posto una domanda: ma ora le persone, guardandoti in faccia, riescono a capire quello che pensi? Hanno il controllo sui flussi di coscienza? I fantasmi di Italo Svevo e James Joyce vagano per Palermo e fanno le spie? Volendo, quello che ha detto la signora è proprio quello che ho pensato io in quella manciata di secondi: saranno stati dieci, quindici, venti secondi. La signora immensa mi ha fissato, torva, e ha capito cosa stavo pensando? Posso, ho il diritto di essere un po’ spaventato? Ho ripensato alla formula linguistica u birriuni. Ricordo vagamente che ero un ragazzo, forse tredici anni o forse quattordici anni. Giocavo a calcio. Naturalmente a Palermo. Forse al campo Malvagno, dentro il Parco della Favorita. O forse alla Taverna del Tiro, a Romagnolo. O forse al campo Morandi, a Borgo Nuovo. E’ lì che ho sentito la formula u birriuni? Chissà. Certo che oggi a Palermo si incontra gente veramente strana. A partire da me, oggi più che mai ignoto a me stesso…
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