di Angelo Giorgianni

Nel momento in cui serve una difesa del nostro Paese, l’attuale governo italiano ha scelto la strada dell’adattamento e della subordinazione alle decisioni provenienti da Bruxelles
C’è una contraddizione che ormai non può più essere nascosta dietro slogan, conferenze stampa e dichiarazioni di circostanza. È la distanza abissale tra ciò che è stato promesso agli italiani e ciò che viene concretamente fatto nelle sedi dove si decidono le sorti economiche del Paese. Per anni i cittadini hanno ascoltato parole come sovranità, interesse nazionale, difesa delle imprese, tutela dell’agricoltura, valorizzazione del lavoro italiano e opposizione alle politiche europee dannose. Una volta arrivati al governo, però, quelle parole si sono progressivamente dissolte nella realtà dei fatti. L’Italia sta attraversando una delle fasi più delicate della propria storia economica recente. L’aumento dei costi energetici, la perdita di competitività industriale, la crisi di interi comparti produttivi, le difficoltà dell’agricoltura e della pesca, l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie e la crescente pressione fiscale e burocratica stanno ridisegnando il volto del Paese. Eppure, proprio nel momento in cui sarebbe servita una difesa ferma e determinata degli interessi nazionali, il governo italiano ha scelto la strada dell’adattamento e della subordinazione alle decisioni provenienti da Bruxelles.
Le sanzioni contro la Russia? Hanno danneggiato e continuano a danneggiare imprese e famiglie europee
La vicenda delle sanzioni contro la Russia rappresenta forse il caso più emblematico. Si è chiesto agli italiani di accettare bollette più alte, costi produttivi maggiori e una riduzione della competitività industriale in nome di una strategia che avrebbe dovuto mettere in ginocchio Mosca. Dopo anni di sanzioni, la Russia continua a commerciare, esportare energia, sviluppare nuove alleanze e mantenere il proprio ruolo geopolitico. Chi invece ha pagato il prezzo più alto sono state le imprese e le famiglie europee, e tra queste soprattutto quelle italiane. Nonostante ciò, il governo ha continuato ad aderire senza alcuna reale opposizione a una linea che ha prodotto conseguenze pesantissime per il sistema produttivo nazionale.
Perché il Governo di Giorgia Meloni non si è opposto al Mercosur?
Ma il problema non si ferma all’energia. L’agricoltura italiana, uno dei settori più prestigiosi e strategici del Paese, viene progressivamente sacrificata sull’altare di politiche europee sempre più scollegate dalla realtà. Agli agricoltori vengono imposti vincoli ambientali, obblighi burocratici, limitazioni produttive e costi crescenti. Nello stesso tempo si aprono le porte a prodotti provenienti da Paesi extraeuropei che operano con regole diverse e costi inferiori. L’accordo Mercosur è il simbolo di questa politica. Mentre gli agricoltori italiani vengono soffocati da norme e controlli, Bruxelles favorisce l’ingresso di merci che rischiano di alterare ulteriormente gli equilibri del mercato. E il governo italiano, che avrebbe dovuto opporsi con forza a una scelta tanto penalizzante, si è dimostrato incapace di difendere fino in fondo uno dei comparti fondamentali dell’economia nazionale.
Anche sulla pesca l’attuale esecutivo italiano è ‘latitante’
La stessa dinamica si ripete nel settore della pesca. Le marinerie italiane subiscono da anni una continua riduzione delle quote, delle giornate di pesca e delle possibilità operative. Intere comunità costiere vedono restringersi il proprio futuro economico. Anche in questo caso il governo si limita ad amministrare il danno anziché contrastarne le cause politiche. Il risultato complessivo è sotto gli occhi di tutti. L’Italia perde competitività industriale. L’energia costa più che in molte economie concorrenti. Le imprese affrontano vincoli crescenti. L’agricoltura viene indebolita. La pesca viene ridimensionata. Le famiglie vedono diminuire il proprio potere d’acquisto. E mentre tutto questo accade, il governo continua a presentarsi come difensore degli interessi nazionali.
Il vero problema politico
È qui che emerge il vero problema politico. Non siamo di fronte soltanto a un fallimento. Siamo di fronte a una profonda incoerenza tra le promesse fatte agli elettori e le scelte concretamente adottate. Il sovranismo che doveva cambiare l’Europa si è trasformato nell’accettazione delle decisioni europee. La difesa dell’interesse nazionale si è trasformata nell’esecuzione diligente di politiche decise altrove. Le promesse di autonomia politica si sono trasformate in una sostanziale rinuncia a esercitare il peso che l’Italia potrebbe e dovrebbe avere all’interno dell’Unione Europea. La verità è che un governo si giudica dai risultati e non dagli slogan. E i risultati raccontano un Paese che vede indebolirsi progressivamente i propri pilastri economici senza che vi sia una reale strategia di difesa nazionale. Raccontano un’Italia che subisce scelte che colpiscono industria, agricoltura, pesca ed energia. Raccontano una classe dirigente che aveva promesso discontinuità e che invece si è perfettamente integrata nei meccanismi che aveva dichiarato di voler combattere.
Il tradimento verso i cittadini italiani
Per questo la questione non riguarda più soltanto Bruxelles. Riguarda Roma. Perché se è vero che molte decisioni vengono assunte nelle istituzioni europee, è altrettanto vero che nessuno ha obbligato il governo italiano a rinunciare alla difesa degli interessi del Paese. Nessuno ha imposto di trasformare il sovranismo in un semplice slogan elettorale. Nessuno ha costretto chi prometteva di alzare la testa ad abbassarla davanti a decisioni che stanno contribuendo al declino economico dell’Italia. E quando le promesse di sovranità finiscono per tradursi nell’accettazione di politiche che danneggiano imprese, lavoratori, agricoltori e famiglie, il problema non è più soltanto l’incoerenza. Il problema è il tradimento delle aspettative di milioni di cittadini che avevano creduto in un cambiamento che non è mai arrivato.







