di Angelo Giorgianni

Se Washington cambia strategia perché l’Unione europea continua a sostenere una politica senza riconsiderarne costi, risultati e conseguenze?
Washington rivede le proprie priorità, Mosca difende i suoi interessi e Bruxelles insiste sulla propria strategia. Ma chi pensa alle imprese che chiudono, alle famiglie che non arrivano a fine mese e a un’Italia che perde competitività? È arrivato il momento di passare dalla politica delle dichiarazioni a una strategia concreta per salvare la nostra economia. La vicenda ucraina sta mettendo a nudo una verità che la politica europea continua a trattare con imbarazzo: quando le grandi potenze perseguono i propri interessi, gli alleati più deboli rischiano di ritrovarsi a sostenere costi che altri non sono più disposti a pagare. Donald Trump sta mostrando che gli interessi economici americani vengono prima delle aspettative di Kiev e delle preoccupazioni europee. Le sue dichiarazioni sul futuro di Zelenskyj e l’apertura verso forniture energetiche russe pongono una questione che non possiamo più eludere: se Washington può cambiare strategia quando lo ritiene conveniente, perché l’Europa dovrebbe continuare a sostenere una politica senza riconsiderarne costi, risultati e conseguenze?
Uscire dalla diplomazia degli automatismi
Non si tratta di schierarsi con Mosca contro Washington, né di giustificare l’aggressione russa all’Ucraina. Si tratta di difendere l’interesse europeo, che non coincide automaticamente con quello americano, russo o ucraino. E soprattutto si tratta di capire che una guerra non produce soltanto conseguenze militari. Produce debito, inflazione, energia più costosa, investimenti rinviati, imprese meno competitive e famiglie più povere. L’Unione europea deve abbandonare l’idea che la propria credibilità internazionale dipenda dalla capacità di mantenere indefinitamente una determinata linea politica. La credibilità si misura anche dalla capacità di raggiungere risultati concreti. Il sostegno all’Ucraina deve essere accompagnato da una strategia diplomatica verificabile, da obiettivi realistici e da un confronto serio sulle condizioni necessarie per arrivare a un cessate il fuoco. Le sanzioni devono essere valutate sulla base della loro efficacia e dei loro costi, senza trasformarle in un dogma né presumere che la loro revoca garantirebbe automaticamente la pace.
La pace non può essere imposta soltanto attraverso dichiarazioni solenni
L’Europa deve parlare con tutte le parti coinvolte, mantenendo ferma la difesa del diritto internazionale e della sovranità degli Stati. Deve costruire uno spazio negoziale nel quale affrontare la sicurezza, i territori contesi, le garanzie internazionali e la prevenzione di nuove aggressioni. La pace non può essere imposta soltanto attraverso dichiarazioni solenni. Occorrono interlocutori, negoziati, compromessi verificabili e garanzie credibili. Ma c’è un secondo aspetto, ancora più importante per i cittadini: l’Europa deve smettere di considerare la propria economia una variabile secondaria della politica internazionale.
Primo: abbassare davvero il costo dell’energia
Un continente che paga l’energia a prezzi penalizzanti rispetto ai concorrenti internazionali mette a rischio la propria industria. E un Paese manifatturiero come l’Italia non può permettersi di ignorare questo problema. La Commissione europea e la Banca centrale europea hanno riconosciuto il peso delle componenti energetiche, fiscali e di rete nelle bollette di famiglie e imprese. Non basta, quindi, attendere che il mercato risolva da solo una crisi che coinvolge la competitività dell’intero sistema produttivo. L’Europa deve intervenire con misure coordinate per ridurre il costo dell’elettricità e del gas, soprattutto per le imprese energivore e per le famiglie più esposte. Occorre rivedere gli oneri che gravano sulle bollette, rendere più trasparente la formazione dei prezzi e impedire che le crisi internazionali si traducano automaticamente in un aggravio sproporzionato per il sistema produttivo. L’Italia, in particolare, deve utilizzare tutti gli strumenti consentiti dalle regole europee per alleggerire la fiscalità energetica, sostenere temporaneamente le imprese più esposte e proteggere le famiglie vulnerabili.
Gli interventi devono essere mirati, trasparenti e finanziariamente sostenibili. Non servono sconti indiscriminati destinati a esaurirsi in pochi mesi, ma una politica energetica capace di ridurre strutturalmente i costi.
Secondo: diversificare le fonti senza sostituire una dipendenza con un’altra
L’errore europeo sarebbe pensare che l’indipendenza energetica consista semplicemente nel sostituire un fornitore con un altro. Dipendere eccessivamente dalla Russia è stato un rischio. Dipendere eccessivamente dagli Stati Uniti o da pochi fornitori alternativi può diventare un rischio altrettanto serio. La sicurezza energetica richiede diversificazione delle forniture, contratti trasparenti, infrastrutture adeguate, stoccaggi sufficienti e una rete europea capace di distribuire l’energia dove serve. L’Italia deve valorizzare la propria posizione geografica nel Mediterraneo, rafforzando le interconnessioni e i rapporti energetici con i Paesi produttori dell’area, dell’Africa e del Medio Oriente. Deve sviluppare le rinnovabili, potenziare le reti, investire negli accumuli e valutare con rigore tutte le tecnologie disponibili, compreso il nucleare, nel quadro delle scelte democratiche e degli obblighi europei.
E deve mantenere una politica estera capace di dialogare con più interlocutori, senza trasformare le relazioni commerciali in una questione di fedeltà geopolitica.
Il criterio deve essere semplice: sicurezza degli approvvigionamenti, prezzi sostenibili, tutela dell’ambiente e interesse nazionale.
Terzo: difendere l’industria italiana dalla perdita di competitività
La crisi energetica non colpisce soltanto le bollette. Colpisce le fabbriche, i trasporti, l’agricoltura, la pesca, la chimica, la siderurgia, la ceramica e tutte le attività che hanno bisogno di energia per produrre. Quando un’impresa italiana sostiene costi superiori a quelli dei concorrenti, può ridurre gli investimenti, trasferire la produzione altrove o chiudere. Il risultato è una perdita di posti di lavoro, competenze e gettito fiscale. Per questo l’Europa deve consentire una politica industriale più incisiva, evitando che le regole comuni impediscano ai singoli Paesi di difendere settori strategici, purché gli interventi siano compatibili con la disciplina europea sugli aiuti di Stato. L’Italia deve concentrare le risorse su investimenti produttivi, innovazione, ricerca, automazione, formazione tecnica e riduzione dei costi burocratici. Gli incentivi devono premiare chi investe, assume, innova e produce nel Paese, con controlli sui risultati e senza alimentare rendite o sussidi permanenti. Bisogna inoltre rafforzare le filiere nazionali ed europee nei settori strategici: macchinari, componentistica, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie energetiche e materiali essenziali. Non possiamo invocare la sovranità nazionale e poi accettare che componenti decisive della nostra capacità produttiva dipendano da fornitori sui quali non abbiamo alcuna leva.
Quarto: restituire potere d’acquisto a famiglie e lavoratori
Un’economia non si salva soltanto aiutando le imprese. Si salva anche mettendo i cittadini nelle condizioni di consumare, risparmiare e vivere dignitosamente.
Quando aumentano energia, carburanti, alimenti e trasporti, i salari perdono potere d’acquisto e le famiglie riducono le spese. Le imprese vendono meno, gli investimenti rallentano e l’intera economia entra in una spirale negativa. Il governo italiano deve quindi intervenire sul cuneo fiscale, favorire l’aumento delle retribuzioni nette e concentrare gli aiuti sulle famiglie con redditi bassi e medi maggiormente esposte al caro energia. Occorre contrastare l’evasione fiscale, semplificare il sistema tributario e rivedere le agevolazioni che non producono benefici economici o sociali dimostrabili. Le risorse pubbliche sono limitate: devono essere impiegate dove generano maggiore valore. Anche sul fronte dei carburanti serve una strategia stabile. Ridurre temporaneamente le accise può offrire sollievo, ma se il provvedimento non è finanziato e non affronta le cause strutturali dei prezzi, rischia di trasformarsi in una misura episodica e costosa. L’obiettivo deve essere proteggere il potere d’acquisto senza aggravare ulteriormente il debito pubblico.
Quinto: l’Italia deve pretendere un’Europa che non sia soltanto mercato
Bruxelles non può limitarsi a chiedere disciplina fiscale agli Stati, definire obiettivi ambientali e coordinare sanzioni. Deve anche costruire le condizioni per rendere l’economia europea competitiva. L’Italia deve chiedere una politica energetica comune, investimenti europei nelle infrastrutture, strumenti finanziari condivisi per i progetti strategici e regole che non penalizzino i Paesi con minore capacità di spesa pubblica. Non è sostenibile che gli Stati con maggiori risorse possano sostenere le proprie imprese con interventi più ampi, mentre altri debbano limitarsi a osservare il divario crescere. Un mercato unico senza condizioni competitive ragionevolmente equilibrate rischia di diventare un mercato nel quale vincono soprattutto i Paesi che dispongono di maggiore potenza finanziaria. Occorre quindi una politica industriale europea finanziata in modo trasparente, concentrata su energia, reti, ricerca, difesa comune, tecnologie strategiche e infrastrutture. La spesa per la difesa, inoltre, deve produrre capacità reali, coordinamento e benefici industriali, evitando duplicazioni e sprechi. La sicurezza è necessaria, ma non può diventare un assegno in bianco sottratto a ogni valutazione di efficacia.
Sesto: trasformare il Mediterraneo in un’opportunità economica
Per l’Italia, il Mediterraneo non è una periferia. È una risorsa strategica.
Porti, logistica, cantieristica, energia, agricoltura, pesca, turismo e collegamenti commerciali possono diventare gli elementi di una politica di sviluppo capace di rafforzare il ruolo del Paese. Occorre investire nei porti e nelle ferrovie merci, migliorare i collegamenti con il resto d’Europa, sostenere la trasformazione industriale e creare condizioni favorevoli agli investimenti produttivi nel Mezzogiorno. La Sicilia, in particolare, può diventare una piattaforma strategica per i collegamenti energetici e commerciali tra Europa, Nord Africa e Mediterraneo orientale. Ma questo richiede infrastrutture, programmazione, capacità amministrativa e una politica nazionale che consideri il Mezzogiorno una leva dello sviluppo italiano, non un problema da gestire con interventi occasionali.
Una politica economica lungimirante deve trasformare la posizione geografica in occupazione, produzione e reddito.
Settimo: negoziare con Mosca senza diventare dipendenti di Mosca
Se l’obiettivo è ridurre i costi economici della guerra, l’Europa deve mantenere aperti i canali diplomatici e valutare ogni possibile percorso verso una soluzione negoziata.
Questo non significa ignorare l’aggressione russa, cancellare le violazioni del diritto internazionale o accettare automaticamente le conquiste territoriali ottenute con la forza. Significa riconoscere che una politica estera efficace deve saper combinare fermezza, diplomazia e valutazione degli interessi economici. Anche le relazioni energetiche devono essere affrontate con realismo. Un eventuale alleggerimento delle restrizioni dovrebbe essere subordinato a valutazioni giuridiche, a condizioni politiche verificabili e alla sicurezza degli approvvigionamenti, non a una semplice convenienza momentanea. L’Italia deve lavorare per una posizione europea comune che eviti sia l’escalation permanente sia l’illusione che un accordo commerciale, da solo, possa risolvere un conflitto. Il fine deve essere una pace stabile, accompagnata da garanzie credibili e da un graduale ripristino di condizioni economiche meno penalizzanti per i cittadini europei.
Conclusione: prima l’interesse dei cittadini, poi le convenienze dei potenti
La lezione che arriva da Washington è chiara: le grandi potenze non rinunciano ai propri interessi economici quando cambiano le condizioni politiche. Li difendono.
L’America lo fa. La Russia lo fa. La Cina lo fa. L’Europa, invece, rischia di restare prigioniera di una contraddizione: rivendica un ruolo globale, ma continua a dipendere da altri per una parte decisiva della propria sicurezza; proclama la necessità di difendere la propria industria, ma non riesce ancora a garantire condizioni energetiche sufficientemente competitive; chiede sacrifici ai cittadini senza sempre spiegare quale risultato concreto quei sacrifici debbano produrre.
L’Italia non può risolvere da sola tutti questi problemi. Può però pretendere un cambiamento di rotta. Deve chiedere un’Europa capace di negoziare, investire, produrre e difendere la propria autonomia. Deve abbassare strutturalmente il costo dell’energia, sostenere le imprese che creano lavoro, proteggere il potere d’acquisto e valorizzare la propria posizione nel Mediterraneo. Deve farlo senza accumulare promesse irrealistiche e senza scaricare sulle generazioni future il costo di misure prive di copertura. La pace non è soltanto una questione morale o diplomatica. È anche una necessità economica. Ma la pace, da sola, non basta se non è accompagnata da una strategia industriale ed energetica capace di rilanciare la produzione. Non possiamo controllare le decisioni di Trump, di Putin o di Zelenskyj. Possiamo però decidere se continuare a subirne le conseguenze oppure costruire una politica italiana ed europea fondata sull’interesse dei cittadini. Perché la vera sovranità non consiste nello scegliere a quale potenza affidarsi. Consiste nel non essere costretti a dipendere da nessuna di esse.








